Skip to main content

Full text of "Delle storie bresciane"

See other formats


fQAb'I: 



IBI 



aflra 



m 



Sinil 



m 



m 






I \ I mm 



9 II 



li 



IH 

Usi 



IH 



w 



¥ 



ISA 



ffii 



HH 

WsEBSÈ 



mm 



Hi 



m 



m 



m 



! 



18 






«ni 



MH 



Hfi 



Bffl 



L 

I 

HHi 






filli 



IIII fflBaB BBBHBBM 

m mSmWSSM 



m 



II 

Hi 



ii 



il 

■HI 

1 11 

■tu 



A 







5)4-5.25 



v.s 






k 




Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/dellestoriebresc05brav 



DELLE 



STORIE 

BRESCIANE 

DELL'ABATE 

PIETRO BRAVÒ 



Volume V. 



BRESCIA 

PER G. VENTURINI TIPOGRAFO 

1845. 



345-^5 
\/,5 



DELLE 



STORIE 



BRESCIANE 



48()3.'U) 



^ 



X>€K>OKXX>OOC<X^ 



, 



LIBRO VENTESIMOQUARTO 



anno 
1*58. 



j t, Y incansi alfiue le ripugnanze del cuore e prò- f— — 
cedasi il racconto dei mali recati a questa città e q # °\? 
provincia dal fiero Ecelin da Romano e dai compagni 
suoi. Era il mattino del dì primo settembre 1258, 
quando Eeelino fiancheggiato dal marchese berlo Pe- 
laviciui e da Buoso Dovara, e seguitato da minacciose ed 
ingorde soldatesche entrp furente in Brescia (i), e fatta 
strage di chiunque maschio o femmina, religioso o se- 
colare, giovinetto o vecchio gli fu dato di scoprire, 
concesse alle avidissime sue schiere libero il sacco di 
questa miseranda città. Poi, dietro i patti preventiva- 

(i) Die l. Septembris JStèUnus de Rumano intravit Bris~ 
slam, ubifecit multa mala in personis Religiosis et secula- 
ribus, et destruxit multum de c'witate in domibus et terris etc. y 
così la Cronica di s. Pietro all' ann. MCCLT1II , e ciò tratto . 
dall'originale della medesima del P. dell'Oratorio P. à{& 



6 . LIBRO YENTESIMOQUARTO 

=====? mente firmati eoa i suoi commilitoni cremonesi, distinse 
Dopo B resc ; a i n d ue p ar tj j a monte a meriggio, sicché ai- 
anno cuue contrade costituivano la Brescia orientale, ed altre 
* * la occidentale; della prima ne serbò a se stesso il do- 
minio; e dopo avere espulso il podestà Griffone Griffi 
che per lo innanzi la città intera e tutta insieme la 
provincia governava, e che il giorno antecedente ac- 
compagnato dai più distinti ghibellini bresciani era 
uscito ad incontrarlo e ad offerirgli omaggi, affidò il 
governo di Brescia orientale al suo ministro Brutto da 
Mouteforno; ed il Pelavicini ed il suo compagno com- 
misero il governo di Brescia occidentale a Grandouìo 
Dovara, che era facilmente un fratello od almeno un 
congiunto di Buoso (i).Non contento Ecelino ed i comv 
pagni suoi della strage di moltissimi del saccheggio 
della città, e della tirannica divisione della medesima, 
passarono al diroccamento delle case, dei fortilizj e 
singolarmente delle torri di sicurezza delle più distinte 
famiglie. Allora si appianarono i torrioni de' siguori 
Brusati, quelli dei Lavellougo, quelli dei Taughettini, 
dei Maggi, dei Gonfalonieri, dei Gaetani, dei Calchere, 
degli Streni e d'altri moltissimi (2). 

§ 2. L'osservanza di patti scambievolmente segnati,. 
i25o. e * a pacifica tranquillità fra persone agitate da bra^ 
mosìa d' imperare, non sono mai che di breve durata, 



(1) Exelinus ac Buosus, et Ubcrtus M. Pallavicìnus capta 
urbe eam inicr sese divìdentes duas ex ipsa partes J'ccerunt, 
et unam Exclino, alterain [march- Uberto contulerunt. Moxque 
cwilalis princìpatnm[Grifj'o aufer ente s,\B ridimi de Monlefurno 
J-ij-clinus ,et (Jbertus Grandonium de Dovara rectores sia- 
t\ierunt eie. Malvet. Dist. Vili. cap. »<j. 
(a) Malvel. JUist. l'Ili, cap. iq. 



LIBRO VENTESMOQUAilTO 7 ^^ 

e perciò andò a rompersi fra pochi mesi la confedera- 

zioue segnata fra i dominanti in Brescia. Ecelino abor- q 0J J? 
riva la compaguia di chiunque nella signoria di questa anno 
città, e secretamente andava studiando i mezzi di li- * 

berarsi dagli emuli, onde averne egli solo il dominio* 
e tentava per questo ogui cosa adatta a destare so- 
spetti ed inimicizie fra il Pelaviciui ed il Dovara. Non 
lasciando quello scaltro traspirare pur ombra de* suoi 
disegni, invitò un giorno con ospitalità generosa, e 
trattò lautamente qiie' due signori alla propria mensa: 
terminato il banchetto, mentre fra le tazze generose ed 
il ciealeggio rumoreggiavauo le chiacchiere de* molti 
convitati, Ecelino fingendo desiderio di procurarsi una 
più facile digestione passeggiando, levossi di tavola, e 
dato braccio giovialmente al marchese Oberto, lo trasse 
a spaziarsi alcun poco con esso lui lungo i porticati 
del palagio, e via per gli atrii del giardiuo: e tra- 
passando accortamente dall' un discorso all' altro, dopo 
avere altamente encomiato la nobiltà dello stipite Pe- 
lavicini, ed averne ammirate le copiosissime giurisdi- 
zioni e le ampie possidenze, tutto ad un tratto il do- 
mandò: perchè mai non tentasse di rendersi principe 
di Cremona, città nella quale e pel lignaggio e per 
le dovizie e per i meriti proprii godeva sì graude ri- 
putazione? poi, uon concessogli tempo a rispondere, im- 
provvisamente soggiunse: Signor marchese, avreste forse 
in quella città o provincia un qualcheduno valido ad 
opporsi ai vostri disegui? Il Pelavicini, che quanto alle 
ambizioni era potentissimo, ma quauto agli accorgi- 
menti non era in grado di penetrare sul fatto il fine 
politico degli scaltri interrogatorii di Ecelino, buona- 
mente rispose: il solo Dovara mi potrebbe essere di 
ottacolo a tanta impresa. — Sbrigatevi dunque 4* 



8 LIBRO VENTESIMO QUARTO 

— B lui, rispose Ecelino, e per quanto io valga, vi gio- 

anno § 3. Passarono alcuni giorni, ed Ecelino, tratto Do- 

f J ^: vara ad un fiuto amichevole colloquio, cominciò con 
tutta deprezza ad applaudirlo, tessendo encomii alla 
sua accortezza ed al suo valore; poi, trascorrendo dal- 
l' uu discorso all' altro, mosse ad esibirgli, per quanto 
egli avesse a vivere, il governo di Verona con titolo 
di podestà di quella città e provincia. Buoso che era 
una volpe di ptlo forse più grigio che non lo stesso 
Ecelino, insospettì di quegli insoliti plausi e di quella 
allucinante esibizione; e, sogghignando fra se stesso, 
ne ringraziò gentilmente Ecelino; ma dopo essersi sco- 
stato da lui, non uscì mai che armato e guardato da 
valorosa scorta (2). 

L'accortissimo e prode Dovara dalle avute confidenze 
di Ecelino aveva compreso le insidie che andava egli 
tramando; cioè quelle insidie stesse che dal colloquio 
avuto coi medesimo non era giunto a comprendere il 
meno avveduto Pelavicini; quindi diceva fra sé; il vec- 
chio adagio insegna di separare i compagni, onde più 
facilmente sommetterli, divide et impera : mi vorrebbe 
*gli disgiugoere dal marchese per liberarsi di ambidue 
e signoreggiare da solo: ho comprese le sue idee e 
basti. Tratto quindi a quattr'occhi il marchese, franco 
gli espose quauto ave vagli detto Ecelino, e dopo avergli 
significati i suoi sospetti, gli domandò se quell' ambi- 
zioso avesse forse usato ancora a lui qualche altra so- 
miglievole confidenza. Pelavicini, che era uomo potente 



(1) Rolandipus, Lib. XI. cap. 11. apud Murat. T. Vili. 
Jier. Italie. — Campi, Stor. di Cremona, lib. 3. 

(2) Yttici, Stor. degli Ecelini, T. 2 log. ò^. 



JLIBRO VENTESIMOQUARTO 9 

e prode, ma di facilissima pasta, gli palesò schietta- ■ • 
mente a quanto alcuni giorni innanzi era stato da Q°^r 
flceliuo eccitato. Dovara allora di subito esclamò: ha anno 
tentato il crudele dividerci per averci a deprimere più * 2 9 ° 
facilmente. Svanita quella trama, Dio sa quant' altre 
saette va egli accoccando contro di noi! salviamoci, 
lasciamogli Brescia, uniamoci a' suoi nemici, vendichiamo 
le insidie che ne tenta, percuotiamolo potentemente e 
di fronte; ma di presente salviamoci, e ripetendo il 
verso di Virgilio, pel quale Polidoro consigliava Enea» 
a fuggire dai perigliosi lidi della Tracia, 

» Heufuge crudeles terras,fuge litus q.varum: (1) 

fuggiam, fuggiamo, dicea, salviamoci, e tentiamo ven- 
dette. Aderì prontamente il marchese a suoi consigli, 
e raccolte sollecitamente le proprie schiere, uscirono 
con quelle da Brescia, ed affrettando il passo, come 
fossero perseguitati dalla paura, andarono a rifuggirsi 
dentro Cremona (2). 

§ 4. Per la fuga di que' due rimasto Eceliuo unico 
signore di Brescia, si fece erigere, o come è più facile 
a credere, riattare due fortilizii in città, Y uno de' quali 
era dove ora zampilla la fontana sull'angolo di santa 
Pace, cioè contiguo all' antica porta Matolia, e Y altro 
dove ora è eretta la porta orientale, detta di Torre- 
lunga (3), ed oltre que' due fortilizii procurossi ancora 
un delizioso casino campestre distante breve tratto da 



(1) Virgil. Mneid. me 44- 

(2) Malvet. Dist. Pili. cap. 21. 

(3) Lo stesso, Di$t. FI IL cap. 22, 



io LIBRO VENTESIMOQUARTO 

■ ■ Brescia lungo la via che mette a Verona, fra la co- 
f V°5? piosa sorgente di Rebuffoue, la quale per mezzo di 
anno* tubi sotterranei somministra le acque alla fontana che 
12 9* vedesi ancora in mezzo alla piazza Mercato-nuovo, 
sorgente che da'nostri avi dicevasi V acquarlo di Rieuffo; 
quel casino, io dico, era fra quella sorgente e l'antica 
ed ingente pietra, che effigiata di vetusti monumenti 
erasi, da Dio sa quando, collocata in mezzo alla strada 
maestra ad occaso del vecchio monastero di s. Fran- 
cesco di Paola, pietra che per quanto avvenne in poi, 
fu denominata la pietra del Gallo, e che è stata levata 
da quel luogo incomodo poco oltre i principii del se- 
colo trascorso (i). 

In quel pedemontano e delizioso casino soleva egli 
ospitare di frequente insieme con la giovine ed avve- 
nente sua moglie Beatrice figlia di Buon Traverso, ric- 
chissimo e prode cavaliero abitante a Castelnuovo sul 
veronese, ed ivi circondato dalla numerosa turba degli 
astrologhi e geomanti che egli soleva tenersi sempre 
dappresso per esaminarne gli auspici, e quel che è più, 
circondato egli ancora da una numerosa turba di sgherri 
e di milizie fidate, che pei campi vicini e pel declivio 
del colle prossimo al casino bilicavano (solita cautela 



(i) Omettendo quanto Rossi, Cazzago ed altri lasciarono scritto 
di quella pietra famosa, trascrivo solo le parole del P. Benedet- 
tino di S. Eufemia di Brescia, Astezati, ne' suoi commentari a 
Manelmo pa^. 49 not. 2...'. petram galli scrilunt. jDictus ita 
lapis maximus in media via situs, ac jacens passibus aliquot 
a Rebuffone procul, atque inde amolus paucibus ab lune an- 
nis, necfortassis sine posterorum detrimento, qui lapidem liane 
qffendentes in scriptoribus, vetustisque monumentisi designala 
pefra galli loca, ubi hujusse memoria intercidente non ut moda 
facile asscquenlur. 



LIBRO VENTESIMOQUARTO II 

di que grandi, ai quali le tirannidi e le crudeltà eser- ' 
citate angustiano l'auimo, e lo adducono a paventare q ^ 
vendette); e non mai temperando quel fiero i tratti anno 
crudeli, coi quali pareva andasse ordinariamente pa- 2 9 ' 
scendo l'animo suo feroce, un dì dopo l'altro, come 
fosse agitato da uno spirito inferno, con nuove ma- 
niere di sevizie gli aspreggiava. 

§ 5. Rodolfo Gaetaui, ovvero Gaidani, illustre bre- 
sciano, che dopo avere sciolte onoratamente in Genova 
le funzioni podestarili, nell'esercizio delle quali era 
succeduto all'altro illustre ed egualmente bresciano 
Arrigo Confalonieri, del quale si è già detto, e dopo 
di avere decorosamente adempita un' ambasciata com- 
messagli dai Genovesi presso al nuovo allora romano 
pontefice Alessandro IV, era tornato in provincia, ma 
non osava esporsi alle insidie di Ecelino, perchè sapeva 
di essere da quello fieramente aborrito e secretamente 
cercato. Quel signore, che siccome ne viene ricordato 
da una antica scrittura citala dal Ronchi da Breno nel 
suo manoscritto di cose patrie (i), per essere di forme 
atletiche , era detto comunemente il gigante Gaidani, 
ansiosissimo di liberare i suoi compatrioti dalle cru- 
deltà di Ecelino, tramò contro di quello una congiura: 
né gli fu difficile di raccogliere in brevi giorni circa 
cento cinquanta compagni , tutti determinati o di sa- 
crificare alla patria la propria vita, il proprio sangue, 
o di liberarla da quel feroce. Tennero que' congiurati 
alcune notturne loro adunanze nella rocca del Gaetani, 



(i) Quella scrittura di antica data nel Mss. Ronchi è perduta, 
ed ora non resta che la citazione della medesima fatta da Olt, 
Russi, JShgi Istorici f. 78, 



,2 LIBRO YENTESIMOQUARTO 

mmmmmm c \ lQ era Su l tenere di Capriano nel declivio del monte 
Dopo e circondata da folte boscaglie; era fra quelli un certo 
anno Ottino Traina, uomo accortissimo, franco, prode e4 
* 25 9* addestrato dalla natura medesima ad ogni buffoneria, 
talmente che avrebbe costretto a ridere un Eraclito, e 
così esperto ad imitare ne' suoi canti il gallo, che era 
pubblicamente soprannominato il gallo. Quell' Ottino 
Traina , dietro consenso de' suoi confederati , assunse 
l'impegno di accostarsi al casino campestre di Ecelino, 
di penetrarlo, di scrutinare lo stato delle cose, e gli 
assicurò che quand' eglino si fossero agguatati nelle 
vicinanze, egli a punto conveniente, emettendo dall'alto 
il canto del gallo, avrebbe dato loro il segno dell' im- 
mediato assalto. 

Non mancò quell' iutrepido alle date promesse; ed il 
mattino d' un venerdì dell'aprile 1259, vestitosi di 
bizzarra e ridicola maniera, e cinta al collo una ce- 
tera, della quale egli sapeva temperare con assai de- 
strezza le corde, fìngendosi muto, avviossi al casino 
eceliuiano ove giunto, cominciando a tasteggiar l' istru- 
mento, a formare coll'aggiramento degli occhi e col- 
l' arruffamento delle labbra e delle guance atti ridico- 
lissimi, e saltellando di ogni più buffonesca maniera, 
costrinse gli sgherrani di Eceliuo a smoderate risa, e 
se li seppe addomesticare sì fattamente, che il vollero 
con essi loro a pranzo, indi anche a cena, durante la 
quale andava lo scaltro cantarellando di quando in 
quando da gallo, e di sì fatti modi cjie faceyali tutti 
smascellar dalle risa. Alcuno frattanto significò alla mo- 
glie di Ecelino quale stranio buffone andasse allora 
allegrando gli armati, gli astrologi e tutti i famigliari 
suoi. Ne ebbe quella gradito 1' annunzio, e tornato ap- 
pena dalla città iì consorte, che quella sera il fu più 



LIBRO YENTESIMOQUARfa $ 

tardi dell' usitato, schiettamente gli espose qual «omo -— 

fidicoliisimo stasse allora solazzando i suoi, e gli mo- G °P? 
strò desiderio di vederlo e di sentirlo anch' ella, e di anna 
trapassare per suo mezzo alcuni quarti d' ora allegra- ■■? & ' 
meute. Ecelino, vincendo il severissimo suo naturale, 
inclinossi ad aderire ai desiderii della consorte, e fatto 
chiamare l'infinto buffone, e fatte portare assai bot- 
te^lie, e cioncando egli, ed incitando a tracannarne 
largamente ancora gli astanti alle ridicolissime giul- 
lerie del Traina, traeva anch' egli sovente le labbra ari 
riso, ed alla melodia della cetra di lui con moto invo- 
lontario batteva anch' egli a tempo armonico col piede il 
suolo; finalmente commise al finto mutulo di fargli sentire 
ad imitare co' suoi canti il gallo. Lo scaltro Ottino Traina 
che ben vedeva essere Ecelino per le vuotate botteglie 
mezzo ubbriaco, ubbriaca presso che tutta la comitiva 
che nella sala del casino lo corteggiava, ubbriachi gli 
armigeri che lo guardavano, ubbriache le scolte mede- 
sime, e però essere proprio quello il punto di esporre 
agli agguatati il concertato segno, accettò prontamente 
la commissione avuta, e non cantarellando semplice- 
mente con voci sommesse, come aveva usato per lo in- 
nanzi, ma tasteggiando la cetera ora salticchiava, con- 
torcendo buffonescamente le gambe ad una finestra, ed 
ora all' altra: e da quelle emettendo e ripetendo canti 
di gallo altissimi, ubbidiva ad un punto ad Ecelino, e 
significava ai congiurati il promesso segnale. 

§ 6. Uditolo quelli, schizzarono ad un tratto dagli 
agguati, e diretti dall' adletico loro duce Rodolfo Gae- 
tani, divisi in più drappelli, quale per una parte, quale 
per l'altra slanciaronsi furiosamente contro l'ostello 
campestre di Ecelino, ed assaltate le guardie, e mas- 
sacratane la più parte, erano per liberare dall'un istante 



i4 LIBRO VENTESIMOQUARTO 

all'altro non solo la provincia, ma gran parte ancora 

Dopo di Lombardia dalle sevizie e dal terrore di quel ri- 
armo fauno. Ma non era ancor segnata in cielo la di lai 
la5 9* perdita. Un luogoteneute di Ecelino seguitato da nu- 
merose squadre giugneva allora da Verona, e trascor- 
rendo la strada maestra, udì per avveutura il tram- 
busto ed il cozzo degli armati che combattevano in- 
torno al casino del suo principe, ed insospettitosi di 
quanto realmente succedeva, spinse gli armigeri suoi 
in soccorso di lui. Quelli esseudo assai più numerosi 
dei congiurati, li soperchiarono facilmente, ne massa- 
crarono moltissimi, fra i quali l'erculeo duce Rodolfo 
Gaetani, e costretti gli altri a cedere le armi ed a ren- 
dersi prigionieri, liberarono Ecelino dall'estremo, im- 
minente, inevitabile fato. 

Que' prigionieri, fra i quali era ancora il finto buf- 
fone Ottino Traina, vennero incatenati e chiusi tantosto 
dentro uua villereccia e bene assicurata capanna, ed il 
capitano della squadra che avevali vinti commettea di 
cingersi tantosto quel casolare di legne, e di mandarlo 
a fiamme iusieme coi detenuti; ma Eceliuo, quantunque 
fierissimo per natura, e quantunque dal fumo delle 
cioncate botteglie avesse non leggermente ingombra la 
testa, ordinò invece che dovessero essere a vigili e nu- 
merose guardie raccomandati, ed il mattino seguente 
presentati a lui. Lo scaltro Traina, udita quella com- 
missione di Ecelino, e conosciutone V intento, nulla spa- 
ventandolo gli orridi strazii, ai quali andava ad esporsi 
sciamò agli sciagurati compagni: Amici! la nostra 
morte è prossima, indubitata, e quella ancóra tor* 
mentosissima. Pazzo è colui che dopo avere tentato 
V eccidio di un fero, abbia da quello a sperare pietà. 
Ecclìno ne lascia alcune ore di vita, non perchè 



LIBRO VENTESIMOQUARTO iS 

commiseri di zzo/, ma per tentare di indurci o con ■— ■—■ 
lusinghe o con tormenti a palesargli se altri Bre- i? !}? 
sciani, che qui non sono 9 abbiano insieme con noi anno 
giurato di perderlo. La nostra morte già è certa; y ' 

nullo di noi discenda a viltà, a tradimenti^ non si 
perdano gli amici, non si palesi alcuno. Ma non tutti 
que' sciagurati avevano l' animo grande e fermo del- 
l' infinto buffone; il mattino seguente cinti le braccia 
fra i ceppi, stretta fra catene la vita, e circondati da 
una frotta di sgherri furono presentati ad Ecelino in 
una stanza, nella quale erano preparati strumenti di 
orrende torture. Il Traina, che anco in faccia ad Ece- 
lino non più rappresentava le parti dell' infiuto muto, 
confortò francamente i compagni, e ricordò loro il 
dato consiglio; ma a che giovano gli eccitamenti dei 
forti, dove siavi un qualcheduno ciecamente lusingato 
dalla matta fiducia di clemenza, e gelato abbia il cuore, 
e tutto trepidi per la paura? 

Non furono pochi di que' sciagurati che cedendo od 
alle ampie promesse di Ecelino od al terrore delle mi- 
nacciate torture, scovrirono vilmente ogni secreto e 
palesarono il nome di altri congiurati. Que' vilissimi 
traditori de' loro consorti stomacarono con quella ese- 
cranda confessione lo stesso Eceliuo, e furono i primi 
da lui condannati a sofferire fra i tormenti la pena 
delle trame ordite contro di lui, e del perfido tradi- 
mento de' loro compagni: a chi di quelli furono mozze 
le mani ed i piedi, a quali fiaccate le ossa delle gambe 
e delle braccia, a quali mozze le orecchie, il naso, ed 
estirpati gli occhi, a chi allungato il collo in su la 
forca, a chi legato un piede e sospeso capovolto ad 
un albero, e tutti insieme condannati a spirare in fra 
gli spasimi ne' dintorni di quel casino. Il famoso can- 



iB LIBRO VENTESIMOQUARTÒ 

tante da gallo poi, Ottino Traina, e quegli altri che 
*?°t]? avevano con esso lui superate francamente le seduzioni 
anno e le minacce, dopo aspre torture furono legati vivi 
1259. a j^» j n g ente c scu ]to masso che vedevasi in quelle vi- 
cinanze occupare il centro della strada maestra, e dan- 
nati a spirare lentamente su quello gli ultimi aneliti, 
trattivi più assai che dal dolore degli avuti strazii, 
dall' ardor della sete e dai pungoli della fame; e poiché 
Su quel gran sasso compi sgraziatamente i suoi giorni 
V ardente amatóre della sua patria, Y esperto imitatore 
dei canti del gallo, lo scaltro ed intrepido Ottino 
Traina, quel masso impresso di antichissime sculture, 
venne poscia denominato la pietra del gallo (1). 

Passò poscia Ecelino ad usare sopra i miseri denun- 
ziati dai sorpresi dalle seduzioni e dal terrore atro- 
cità cosi fiere, che a me ripugna Y animo di scriverle, 
Come ad altri lo ripugnerebbe di leggerle. Intanto 1 
Padovani, ansiosissimi di liberarsi da quel tirauno, uni- 
tisi coi fuorusciti di Vicenza si scagliarono contro Leo- 
nigo e Costozza, paesi che fruttavano ad Ecelino ge- 
nerosi proventi, indi mossero contro Tiene e lo man- 
darono a sacco; e nel mese seguente si scagliarono 
contro Friola, piccolo paese, ma che per essere posto 
agli aditi del Bassanese, provincia la prediletta di Ece- 
fmo, quegli, come ne assicura Rolandino (2), abbrividì^ 



(1) Guanto di ciò si è detto,* viene assicurato da un'antico 
Ms. elei Ronchi, dalla cronaca Cazzago, dallo storico Rolandino, 
da Ottavio Rossi Elogi Istorici pag. 78 e seg. dell' edh. Fon- 
tana, ed almeno in parte ripetuto in questi ultimi giorni dal 
Cortése amico il Co. Gav. Francesco Gambara, Ragionamentilecc. 
Voi. 2, pag. f>2 e seg. 

(->) Rolandinus, Lib. X apud Mitrai. T. FlII'Rcr. Italie. 



LIBRO VENTESIMOQUARTO 17 ^^ 

ed udito poscia che i padovani ed i fuorusciti da Vi- 
cenza erigevano a Frida una fortezza, ne prese tanto G °^? 
dispetto, che arso da tiu'ira somiglievole alla tremenda e anno 
funesta d'Achille, lasciato in Brescia un sufficiente pre- 
sidio, traeudo seco lunghe schiere tedesche e le mili- 
zie di Verona, di Vicenza, è de' luoghi pedemontani, 
si spinse di tutt' impeto a Friola, la occupò, impadro- 
uissi de' fortilizii che andavano ivi erigendo i padovani 
ed i compagni loro, ebbe le guarnigioni dì quelli alle 
carceri, contro alle quali ed ai miserandi abitanti di 
Friola commise crudeltà tauto atroci, che a detta di 
Rolandiuo, furono le Serissime della eceliuiana bar- 
barie (1). 

§ 7. Ma intanto il marchese Oberto Pelavicini, Buoso 
della allóra potentissima famiglia abitante ad Isola, 
paese a destra dell' Ollio, e che dal cognome dei Do- 
vare è detto ancora Isola Dovarese^ secretamele si 
collegarono col marchese Azzo VII d 9 Este, con il conte 
Sambouifacci da Verona, e coi rappresentanti le città 
di Padova, di Mantova e di Ferrara; congiurarono 
guerra contro Ecelino, e regolarmente fermarono i patti 
di quella confederazione, affidandoli ad un diploma che 
può leggersi ancora (2). 

Dissipati fieramente Ecelino quanti si erano volti 
contro le sue bandiere di laddove mugliano spaventosi 
i torrenti che precipitano dall'alpi Doriche, tornò a 
Brescia, e vi giunse allo spirare del giugno dell' anno 



(1) Rolandinus, Lib. X. apud. Mutai. T. Vili, Ber. Italie 

(2) In Codice Italiae Diplomatic. di Cristiano Lunig. T. L 
f. i583 — presso Ant. Campi, Ilist. Cretnonae, Lib. IH — 
presso Gio. Battista Verri, Storia degli Ecelini, T. 5, pag. 4°4 
e seg. Docum. CCXLtI ed altrove. 

Vol. V 2 



18 LIBRO VENTESLMOQUARTO 

^ rr "'^ ? medesimo. Era egli allora signore di tutta bresciana, 

P°V£ trattone il solo castello d' Orzinuovi; e qui venuto a 

anno cognizione della nuova lega che erasi da molti giurata 

,a ^* contro di lui, diede pensiero a crescere il nerbo delle 

sue truppe e ad assoldar nuove genti, oude porsi in 

grado di rispondere con forza a' suoi nemici. 

Destaronsi in que' frattempi altissimi tumulti in Mi- 
lano, pei quali andò quella metropoli ad essere divisa 
in due fazioni. L' una , alla quale quantunque appar- 
tenessero non pochi di famiglie doviziosissime ed il- 
lustri, dicevasi de' popolari, voleva affidato il governo 
di Milano a Martino della Torre; e 1' altra, che dice- 
vasi de' uobili, aveva concesso il grado medesimo ad 
Azzolo Marcellino (i). I milanesi per que' contrasti cit- 
tadini ruppero all' armi; in quella zuffa la fazione dei 
popolari soperchiò l'opposta, della quale mandò a morte 
il Marcellino, che n'era il capo; quella de' nobili chiamò 
tantosto Gulielmo da Sorosina a succedergli nel medesi- 
mo grado, e quanto il più lo poterono, si procurarono 
nuove forze. 

Il pontefice Alessandro IV adoperossi vivamente onde 
rappacificare que' dissidenti, ed avviò appositamente a 
Milano un apostolico suo legato (2). Giunto ivi quello 
appena, bramosissimo di mandare a buon fine la sua 
missione più facilmente, onde non esserne impedito da 
oppositori potenti, bandì fuor de' confini della provincia 



(1) Ciò viene assicurato dal ricordato più volte Galvano 
Fiamma, frate deir ordine domenicano, nella sua opera Mani- 
pulus Jlorum^ e. 2q3; opera pubbl. ancora da Murat. Script. 
Rer. Italie, 

(2) Annales mediólanenses , apud Murat. T. XI V. Rer. 
Italie* — < et Monacus patavinus, ibid. T. XIII. 



LIBRO VENTESIMOQUARTO 19 ^^ 

ambidue i capitani delle contrastanti fazioni , cioè il 

signor della Torre, e quello da Sorosiua. Giovossi Gu- *?°P£ 
glielmo della circostanza, e conoscendo essere cosa dif- anno 
fìcilissima lo sostenere con fermezza il proprio partito, 
essendo e^li già ai confini, chiamò a sé molti fra i 
più distinti suoi fautori, e dopo aver favellato loro 
gagliardamente, li persuase tutti di accompagnarlo a 
Verona, dov'era a que' giorni Ecelino, e di proporgli 
di comune consenso il principato di Milano e di tutta 
quell'ampia ed ubertosissima Provincia. Ingalluzzò quel- 
F ambizioso a tanta esibizione, la accettò prontamente, 
e desideroso di approssimarsi co' suoi armigeri ai con- 
fini del milanese, finse di tentare iì conquisto di Orzi- 
nuovi; ma non essendogli riuscito di poter penetrare 
facilmente in quel castello, come se lo aveva presunto, 
diramò in que' dintorni le sue truppe, le quali anda- 
rono ad invadere e depredare Ovauengo, Rossa, Go- 
niolo, Pudiano e Yillachiara (1). 11 Pelavicini ed il 
Bovara bramosissimi di sorvegliare da non lunge le 
mosse di Ecelino, e di porsi in luogo di potere aU 
P occorrenza spingersi contro di lui, condussero solle- 
citamente la più parte dell' esercito de' cremonesi a 
Soncino, popoloso, ed allora assai forte castello del 
loro distretto, posto di fronte e non discosto da Orzi- 
nuovi che brevissimo tratto, e solo disgiunto militar- 
mente da quello dalle interposte correnti dell' Ollio. 
Que' due capitani cremonesi sospiravano di stogliere 
Eceliuo dall'idea di tentare ad Orzinuovi ^assalto, e 
per questo andavano tramando la ribellione a lui di 



(1) Fra Domenico Codagli, Istoria Orceana pag. fi> ediz * 
di G, Battista Borella di Brescia dell'anno i5g2. 



io LIBRO VRNlEtSIMOQUARTO 

_ un qualche cospicuo forte, appartenente al distrette* 

G °P° bresciano: ed era quello uno scaltrissimo divisamelo. 

anno ed avrebbe avuto ottimo esito, qualora le sorti lo aves- 

120 ^' sero accompagnato felicemente. 

§ 8. Il Dovara venne casualmente a cognizione che 
gli abitanti di Quinzano, dovizioso e forte castello bre- 
sciano non più sapevano sofferire le estorsioni e le fie- 
rezze colle quali erano manomessi dai commissari di 
Ecelino, e che sarebbe bastato un leggerissimo impulso 
per metterli a rivolta. Non mancò egli di tentarlo, e 
dopo di avere prese sopra di ciò ulteriori e secrete 
informazioni, per mezzo di un commesso fidato inviò 
uno scritto ad alcuni fra i più distinti quinzanesi, in- 
vitandoli a congregarsi con esso lui, quanto più oc- 
cultamente il potessero, al giorno, ora e luogo fisso in 
Bordolano, onde ivi progettare insieme i mezzi di li- 
berare il loro paese, e fors'anco tutta insieme la pro- 
vincia di Brescia dalle crudeltà di Ecelino (i). Que' si- 
gnori, usando ogni possibile e scrupolosissima secretezza, 
accettarono gli eccitamenti di messer lo Dovara, ed il dì 
fisso, non mancarono chi per l'una via, chi per l'altra 
di trarsi a Bordolano, e di unirsi a concertare eoa 
lui. In quella occultissima conventicola i radunati, dopo 
aversi dati gli scambievoli giuramenti di alto secreto, 
deliberarono: i quinzanesi di rompere a ribellione il 
giorno ventitreesimo d'agosto; ed il Dovara di essere 
in quel giorno approntassimo con valide schiere a 
sostenerla Everardo Stella , dipendente da nobile fami- 
glia bresciana, era a qtie' giorni commissario di Ecelino 



(i) Giuseppe Nember, Storia manoscritta di Quinzano sua 
patria. 



LIBRO VENTE31MOQUARTO 21 

a Quinzano, e prevenuto da un qualche secrelo con- 

fidente o da un qualche traditore, ebbe la sorte di (£ Q m 
scoprire quella cospirazioue, e di venire a cognizione anno 
de' principali progetti della medesima alcuni giorni 
iunauzi, che, dietro le concertate risoluzioni, avesse 
quella a dare allo scoppio. Quel nobile bresciano, ed 
eceliuiano commissario reconne immediatamente con- 
tezza al suo Priucipe; e quegli gli commise di sor- 
prendere tantosto e di mandare alle carceri i congiu- 
rati, di incendiare le abitazioni loro ed ogni loro ca- 
seggiato, caso quelli avessero ad opporre resistenze. Il 
commissario Sala eseguì prontamente gli ordini avuti 
da Ecelino; e trattine due soli, che fortuitamente se la 
scamparono salvi, tutti gli altri furono arrestati, e 
senza concedere tempo alcuno a difese giuridiche, ap- 
pesi tantosto pubblicamente pel collo alle forche. Di 
quelli sciagurati ne viene dalle anticaglie tramandato 
il nome di uno solo, il quale era il capo della cospi- 
razione, che fu Cornelio da Pavia, il quale subì l'estre- 
mo supplizio appeso ad un patibolo di fianco alla porta 
di quel castello, che mette alla via per Bordolano (1). 
Il marchese Azzo VII d' Este, il quale, come si è 
detto, era uno e forse il più potente confederato dei 
cremonesi, uditi quegli avvenimenti, mosse da' suoi 
stati con tutte le possibili sue milizie; e chiamati a 
sussidio ancora i mantovani, che pei patti segnati ave- 
vano giurato con lui guerra ad Ecelino, andò colle 
schiere mautovane e con le sue ad accamparsi a Mar- 
cheria, paese attineute alla provincia di Mantova, e 



(1) Questa è una notizia confidata dal sig. Giuseppe Nember 
di Quinzano al sig. Battista Verci Bassanese; e dal secondo pub- 
blicata nella sua Op. Storia degli Eceìini T. 2 pag. 588. 



22 LIBRO YETSTESIMOQUARTO 

? aar rr " prossimo all'Ollio: e ciò egli fece onde addursi a por- 
P°V? tata di sostenere con prontezza e con forza i collegati 
anno cremonesi. Martino della Torre uscì egli ancora a quei 
?3J 9- giorni da Milano seguitato da potente esercito, ed andò 
a campeggiare sulle sponde dell'Adda, presso Cassano; 
e ciò ond' essere ivi approntato a porgere a' suoi col- 
legati soccorso ad ogni bisogno. 

§ 9. Ecelino che aveva condotte le sue soldatesche 
a fingere di tentare il conquisto del castello di Orzi- 
nuovi, a ciò sospinto dall'unico ed artificiosissimo fine 
di trarre Martino della Torre fuor di Milano, appena 
da Gulielmo da Sorosina e dagli altri suoi partitanti 
milanesi ebbe avviso, che il signor della Torre aveva 
condotti i suoi armigeri ad accampare in Cassano, e 
nelle vicinanze di quel paese, che veggendo adempiti 
i suoi disegui, esultò di altissima gioia; e la prossima 
notte levato sollecitamente il campo dai luoghi prossi- 
mi ad Orziuuovi, condusse le sue truppe a varcare il 
fiume Ollio sul ponte di Palazzuolo, donde fattosi pre- 
cedere da fidati ed accorti indagatori, dietro le guide 
trasmesse da quelli, seguitò frettolosamente il viaggio 
sino alle sponde dell'Adda, del qual fiume, per le 
avute informazioni, guadò in apposita situazione le 
correnti presso a Vaveri; poco dopo impadronissi di 
Vaprio, dove a lui presentossi una commissione indi- 
ritta da Gulielmo da Sorosina, e da que' nobili che 
già dinanzi avevaugli promessa la signoria di Milano (1). 
Milano andava ad essere perduta, ed Ecelino sarebbe 
da un istante all' altro giunto a sommettersi quella 



(1) Galvano dalla Fiamma, Manin. Fior. e. 20,4. — Rolain 
dino, apud Marat. T. FUI. Jier. Italie, 



LIBRO YEÌNTES1MOQUARTO *3 

cospicua metropoli, ed a desolarla per mezzo delle — ~ 
estorsioni e delle consuete sue sevizie, se alcuni accor- G c 
tesimi ed intraprendenti bergamaschi non avessero anno 
avvisato a tempo messer dalla Torre delle ultime mosse 
di quel potente. Il Tornano allora levò precipitosa- 
mente il campo da Gassano, dirigendo i suoi armati 
con tutta la possibile fretta verso Milano; ed ebbe la 
sorte di ricoudurveli appena iuuanzi, che le forze della 
fazione nemica e le soldatesche eceliniane glielo potes- 
sero impedire. I popolari milauesi, ed insieme con 
quelli le genti agiate, e que' nobili ancora che soste- 
nevano le parti del Torrigiano rallegrarousi vivamente 
del suo fausto ritorno-, e quanti di quelli erano ad- 
datti all' armi, le brandirono in sua difesa. 

Fremette Ecelino al vedersi tolto lo sperato conqui- 
sto di quella augusta città, né sapendo come sfogare 
più ardentemente i suoi furori, devastonne lungo tratto 
de' sobborghi orientali, indi si spinse contro Monza e 
Trezzo; ma non fece che tentare contro quelle allora 
forti castella assalti inutili. Condusse poscia le sue mi- 
lizie a prendere un necessario ristoro a Yimmercate (i), 
Ivi egli, siccome ne assicura Rolandino, scrittore sin- 
crono, fingeva negli atti franchezza d'animo e disprezzo 
de' suoi nemici; ma quelli intanto si erano approntati 
di maniera di troncargli il passo ad ogni avanzamento, 
e di contrastargli fortemente il ritorno a' suoi paesi. 
Era egli ancora in Yimmercate, quando ebbe avviso 
che Azzo d'Este, sostenuto da gran parte de' suoi col- 
legati, aveva respinte le sue squadre dalla custodia 
del ponte di Cassano, e che erasi di quello impadro- 



(1) Rolandinus, Lib. XI I. cap. 2. 



24 LIBRO VEKTES1MOQUÀRTO 

"'•' -' ■ ' aito. Le furie di uo' orsa che vengasi rapiti i teucri 
( p°^° figli uou souo paragonabili a quelle, onde arse Eceliuo 
anno a quell' annunzio, sicché di tutt' impeto si spinse con 
?" tutti gii armigeri suoi a Cassano, onde respingere i 
suoi avversari*! dalla custodia di quel ponte. Scontra- 
tesi ivi le due osti, irruppero ad ardentissimp conflitto, 
e le milizie dell'Estense, de' bresciani e de' confederati 
ioro erano già quasi ridotte a dover cedere la pal- 
ma (i), quaudo negli ultimi ardori del cimento venne 
Eceliuo colpito da una freccia nel piede sinistro, e 
con tanta violenza che penetroune e quasi trapassoune 
le ossa (a). Per quell'infortunio venne egli costretto a 
farsi tradurre nuovamente e con tutta sollecitudine a 
"Vimmercate, onde tentare le apposite cure. 11 neces- 
sario suo recesso dai campo diffuse un immediato ter- 
rore per ogni fila delle soldatesche da lui condotte^ 
ed il terrore, oude vennero investite quelle milizie, fu 
tale, che ceduto tantosto il campo e le spoglie di 
quello ed il contrastato ponte all'Estense, ai Bresciani 
ed agli altri collegati, trepidanti e scompigliate di 
tutto precipizio si dispersero. 

§ io. Eceliuo, dopo essersi quella sera procurata 
ogni possibile medicina della riportata ferita, e con- 
fortato dall'avviso che le sbandate sue squadre erano, 
pressoché tutte ritornate a lui, tentò procurarsi quella 



(i) Annales Meo'iolanenses , apud Murai. T XV 1 , Jicn 
Italie. 

(2) Dumque sie ambec acies alrocifyr super éodem ponte 
areni, Exellinus sagitta pede sinistro transjixns est; qui 
alluni concipiens de vulricre dolorali, exinde moiT.'j ad Fi-, 
wm - Mercatum discessiL Malvet, Visi. FLIL cap. 53, 



LIBRO WNTESIMOQUARTO a5 

notte ogui possibile riposo; ma qua! riposo poteagl 
mai essere concesso dagli spasimi della ferita, che per ^''j? 
le naturali infiammazioni avrallo puuto acerbamente; anno 
e meno assai qual riposo avragli potuto coucedere l2 J' 
V inevitabile considerazione dello stato perigliosissimo 
de 5 suoi affari? Ad onta ài ciò, sui primi albori del 
mattino seguente si fece egli vestire, indossare l'usbergo, 
allacciar l'elmo, rimettere in sella, e destati i suoi li 
condusse ad un punto indicatogli, ove guadato con 
quelli francamente il fiume, ebbe la sorte di ripren- 
dere campo sopra la sponda orientale del medesimo. 
Gli si slanciarono contro tantosto i collegati nemici 
suoi, le schiere de' quali erano precedute dalle mili- 
zie di Brescia; l'impeto di^quell' assalto scompigliò le 
sue squadre, cosicché altre davausi sparpagliale alia 
fuga, altre gettate le armi, supplicavano clemenza, e 
ben poche restavaugli che conservassero ancora intre- 
pidezza. In tanto frangente franco egli l'animo ancora 
declamò a' suoi poche, ma energiche parole, e gli eccitò 
a seguitarlo verso le alture di Bergamo: presa quella 
direzione, ritiravasi Eceliuo di passo lento e fermo, e 
non presentando segno alcuno di trepidezza; ma i con- 
federati nuovamente Io assalsero, innanzi a tutti i quali, 
siccome era avvenuto ancora "nel primo attacco, com- 
battevano le milizie bresciane; conduceva di quelle 
una squadra il conte Mazzoldo Lavellongo, prode uf* 
fidale ed iratissimo contro Eceliuo, perchè fra le altre 
sevizie che aveva quegli commesse in questa città, aveva 
fatto mozzare una gamba ad un suo congiunto. 11 
Lavellongo adocchiato quel fiero, fattosi seguitare dai 
suoi a respingerne parte delle guardie, slanciossi sopra 
di lui come un fulmine, diedegli colla spada un colpo 
tale sulla testa, che trapassogli e cimiero ed elmo, 9 



26 LIBRO VENTESJMOQUARTO 

"""""-' parte dei cranio, e quasi quasi lo rovesciò di sei- 
Dopo la (1); era il Lavellongo per ripetere i colpi, ma alcuni 
anno eceliniani che erano prossimi, ne lo rattennero. Soprav- 
J25 9- vennero frattanto le soldatesche cremonesi: soperchiati 
allora gli eceliniani dal maggior numero degli osti , 
cedettero necessariamente le armi; il marchese Pel a vi- 
cini e Buoso Dovara , quantunque iritatissimi contro 
Ecelino, per aver dovuto fuggire per le sue trame da 
Brescia, quando ne godevano diviso con quello il prin- 
cipato, vincendo ogni stimolo di vendetta, e saggia- 
mente conoscendo essere quella indegna di chi nutre 
sentimenti nobili e forti, quando abbiasi ad eseguire su 
d'un misero non più adatto a difese, fattasi cedere 
da Eceliuo la spada, presgro cura di lui, e di ogni 
miglior possibile maniera lo fecero trasportare a Son- 
ciuo, dove ad onta delle cure procurategli per loro 
ordine dai medici più esperti, sospinto dallo stimolo 
delle ferite, e più assai dalla rabbia e dalla vergogna 
che rodevangli l'animo, undici giorni dopo quel fatto, 
cioè il sabbato 27 settembre, essendo di anni sessan* 
tacinque, e sette mesi, spirò l'ultimo fiato (2). Morì 
quel signore accompagnato dalle esecrazioni del mag- 
gior numero delle genti, e non compianto nemmeno 
da' suoi più fidati. Per essere quegli separato dalla 
Chiesa, per la enarrata scomunica fulminata contro di 
lui dal legato apostolico, l'arcivescovo di Ravenna Fi» 



(1) Mazzoldus de generosa progenie civiutn de Lavellongo, 
per turmas bellantium audacter prorumpens ad Excellinum 
pervertii, qiiem spala in capite percussit, moxque ad cerebrum 
ictus perveniens, illuni pene de equo prece ipiiatum extinxit. 
Malvet. Vistine t. Vili. cap. 35. 

0) Gioì Battista Verci, Storia degli Ec e elini, T. 2. pag. 5o,i, 



i25g. 



LIBRO YENTESIMOQUARTO *1 

lippo Fontana, né avendo esposto innanzi di morire 

alcun seguo di pentimento, non fu alla sua salma con- ^ °^ 
cesso deposito in luogo sacro. I cremonesi gli procu- anno 
rarono ciouonpertanto splendide esequie, e venne sot- 
terrato dentro marmoreo avello appiè della torre del 
pubblico palazzo di Souciuo, sopra il quale si sculse 
questa epigrafe: 

•>•> CLAVDITVR . HOC . GELIDO . OVONDAM . SVB . MARMORE . TERROR 

y> ITALI* . DE . ROMANO . COGNOMINE . CLARVS 

« EZZEL1NVS . QVEM . PROSTRAVIT . SONCINEA . VIRTVS 

r> MiENIA . TEST ART VR . C^DIS . CASSANE . RVINAM (i). 



§ il. Per la morte di quel fiero e potente signore, 
gli abitanti della più parte delle città venete e lom- 
barde speravano di avere alla fine giorni di pace, ed 
una piena riunione delle contrastanti fazioni. Padova 
in quell'occasione, per avere ottenuta la aggregazione 
al suo distretto de'bassauesi e de' vicentini, ad un campo 
più spazioso distese le sue giurisdizioni (2). Trivigi 
sostenuta dalla protezione della repubblica veneta, si 
sciolse dalla sudditanza a4 Alberico fratello del morto 
Ecelino, il quale per crudeltà somigliavalo d' assai, e 
restituita a libertà, invitò a governarla il nobile ve^ 
neto Marco Badoaro, cui diede il titolo di podestà (3); 



(1) Questa iscrizione ora è del tutto dissipata ; conservata 
però dajla cronaca di Soncino, che era presso il sig. Giuseppe 
INember di Ouinzano, fu da quello trascritta, e comunicata al 
suo amico G. B. Terci Bassanese, e da lui pubbl. nella sua 
Storici degli Ecelini T. 1 pag. 3o/i. 

(2) Rolandinus, Lib. X cap. io. 

(r>) Monach. patavinus in Chronich. apud Murat* T- XI II 
Iter. Italie. 



Anno 

12G0, 



s8 LIBRO VENTESIMOQUA.RTO 

-- " Verona sciolta ella ancora dalle tirannidi eceliuiane, 
Uopo dopo a vere depresse facilmente le ire de' faziosi, e ri* 
anno chiamati in patria quelli che erano espulsi, affidò cou- 
■ ? °" cordemente l'autorità podestarile della sua provincia 
a Mastino dalla Scala, i discendenti del quale ottennero 
non molti anni di poi, e sostennero gloriosamente la 
siguoria di quella città. La sola provincia di Brescia, 
che più ardentemente di ogni altra vicina erasi ado- 
perata onde sciogliersi dalle tirannidi d'Ezzelino, e 
che sospirava ansiosissima 1' unione de' suoi abitanti, e 
}' indipendenza patria, fu la sola che di confronto ad 
ogni altra andò delusa nei suoi desiderii. 

Pei patti della lega trattata in Brescello, ed il dì 
li giugno 1259, firmata in Cremona fra Azzo VII 
d'Este, Oberto Pelaviciui, Buoso Dovara, il conte ve- 
ronese Lodovico Sanbonifaci, ed i delegati delle città 
di Padova, Mantova e Ferrara, lega giurata contro 
Ecelino, si era formalmente dichiarato: che se per av- 
ventura que' confederati avessero ad abbattere il co- 
mune nemico, non l'Estense, non il Sanbonifaci od 
alcuna delle confederate città potesse pretendere al- 
cun diritto sopra Brescia tratto alcuno del distretto 
della medesima; ma che questa città e provincia do- 
vessero essere pienamente rilasciate alla siguoria del 
Pelaviciui e del Dovara; obbligandosi in oltre a di- 
fenderne ad essi libero il dominio, qualora fosse loro 
da alcuno contrastato (1). 



(1) Estratto dell'atto della lega sudd. fermata contro Ecelino, 
atto rapportato da Campi, Histor. Cremori. Lib. III., e da 
Vercì, Storia degli Ecelini, T. 3. Docum. i(\i pag. ^06 ( cccte- 
ris omissis ): Ita quod Dmni \March.j Estens. Comes Ve- 
loncc, et Comunia Mantucc : Ferrarice, et Paducc tencantur 



LIBRO VENTESIMOQUARTO 29 

Il marchese Pelavicini e Buoso Dovara che la pri- ^— — SS 
tnavera antecedente, erano stati costretti per le secrete J?°£? 
persecuzioni di Ecelino a scampare frettolosamente da anno 
Brescia, ed a cedere per quella fuga ad esso lui il ° 

domiuio di quella parte di questa città che era stata 
loro assegnata, erano divenuti allora fierissimi suoi ne- 
mici; per quell'ire cospirarono, egli è vero, unitamente 
agli altri collegati contro di lui, e ne tentarono la 
perdita; ma le ire però che spiugevanli contro al più 
fiero, all' ardentissimo ghibellino dell' aita Italia, non 
valsero punto, non già a stogliere, ma non pure a 
temperare di un atomo queli' odio, che loro bolliva 
nel più profondo dell' animo contro de' guelfi. L' ire 
che avevanli spinti a cospirare contro Ecelino erano state 
eausate dai secreti tradimenti dal medesimo tentati 
contro di loro: quelle che spingevanli contro i guelfi, 
le avevano, si può dire, succhiate dalla natura, ali- 
mentate col latte materno, e fomentate poscia per la 
educazione e per 1' ardentissimo genio delle partitauti 
loro famiglie. 

§ 12. Sospinti per questo que' due signori cremo- 
nesi da una sì fervente parzialità di sentimenti, e si- 
curi che in Brescia predominava ancora la fazione ghi- 
bellina, e certi ancora che i collegati non avrebbero 
per alcun modo osato violare i patti della convenzione 
con essi loro firmata: cioè che ad essi due avrebbero 



Cum suo sforcio dare operarti ad recuperandum et exhnendum 
de dominio et potestate et forcia perfidi Exelinì civitatem 
Brixiae, et omnia loca ipsius Episcopatus, et Districtus Bri- 
xice.... et ea omnia defendere et manutenere orniti suo posse 
in forcia et dominio prediet. Dmnì March. Pelavicini 3 et 
Dmni Bosii, etc* 



Dodo 
G« C. 

anno 

Ì260. 



3o LIBRO VEMESIMOQUARTO 

lasciato libero il dominio della provincia di Brescia, e 
caso ne fosse stato bisogno, quello avrebbero sostenuto 
loro ancora coli' armi; compiti appena gli onori fune- 
rei* che per loro opera si celebrarono in Soncino lu- 
minosissimi all'estinto signor da Romano: mentre i col- 
legati trapassavano tranquilli i giorni procacciandosi 
un conveniente ristoro delle passate fatiche ed un de- 
siderato riposo, Pelavicini e Dovara scortati da valide 
soldatesche entrarono francamente in questa provincia, 
e vennero a pigliare ospizio alla Mandolozza, villaggio 
brevi miglia distante dalla città lungo la strada mae- 
stra che mette a Milano (1), dove iuvitati a scambie- 
vole colloquio quelli che allora primeggiavano in Bre- 
scia, che erano tutti ferventissimi ghibellini, scaltra- 
mente gli eccitarono a restituire finalmente a piena tran- 
quillità la patria loro, dimettendo ogni spirito di partito, 
e concedendo libero ritorno alle proprie case a quei 
guelfi che ne vivevano ancora miseramente espulsi. II 
marchese ed il Dovara diedero a que' Bresciani che 
avevano convocato, un tale eccitamento, non già per- 
chè desiderassero di essere secondati, che altrimenti lo 
avrebbero raccomandato con maniere più energiche; ma 
solamente lo fecero, onde scrutinare l'animo di quanti 
avevano radunati, ed affìuchè ancora la notizia di un 
tale operato avesse a giugnere agli orecchi dell'Estense, 
del Sanbonifaci e degli altri alleati loro, i quali tutti 
tenevano le parti guelfe, ed avessero per questo a con- 



(1) Marchio cum Bosone de Dovario,... ad cwitatem Bri- 
xicn dirigente s , ibi in campestribus apud Mandoloziam tor- 
rentem cas tramentati sunt. Sperabant emm inox expulsos 
Cwes in cani cwitatem reducere, etc. Malvct. Dist. Vili. cap. 39- 



ia6o. 



LIBRO VENTESIMO QUARTO 3i 

fermarsi nella persuasione delle ottime intenzioni loro, 
e non avessero motivi di negare ad essi i soccorsi ì E? 
promessi uell' atto della confederazione, caso avessero anno 
a bisognarne per assumere la signoria di Brescia. 
Que' nostri cittadini che dal Pelavicini e dal Dovara 
erano stati couvocati alla Mandolozza rifiutarono fran- 
camente di richiamare in città alcun guelfo espulso. 
Lieti que' due signori della avuta, e tanto da essi de* 
siderata negativa, dopo avere salutati i radunati, fat- 
tisi seguitare dal forte drappello d'armati che avevano 
di scorta, rimontarono in sella e fecero sul cremonese 
ai proprii accampamenti ritorno (i). 

§ i3. Martino della Torre, capitano della fazione 
de' popolari di Milano, dopo avere costretto quanti 
primeggiavano nel partito opposto a ramingare dalle 
proprie case, occupava in quella metropoli la supre- 
ma dignità governativa; siccome però accorgevasi di 
essere continuamente esposto a pericolosissime insidie* 
che andavangli incessantemente tramandogli i nobili 
fuorusciti, lungi dall' emettere neppur l'unico segno di 
trepidezza, persuase al popolo milanese di affidare la 
suprema autorità di governo della città loro al mar- 
chese Oberto Pelaviciui, il quale per essere già siguore 
di Cremona e di Piacenza, avrebbe potuto colle pro- 
prie forze sostenerli gagliardamente di confronto ai 
loro avversarii. Tale proposizione fu da quel popolo 
a pieni voti accolta, e proposta al Pelavicini, quegli 
accettò di essere governatore di Milano per anni cin- 
que prossimi avvenire, dietro 1' annuo ouorario di 



(i) Sed cum forti animo, qui intus erant resistere con- 
spicerent) Mine statini castra admoventes ad propria remea- 
runt. Malvet. Dist. Vili. cap. 3q. 



U LIBRO VFJNTESIMOQUARTCI 

y 88 " 5 ^ quattro mila lire imperiali, somma che pel sistema 
P°V? monetario di que tempi era di alto riguardo (i). 
anno I ghibellini primeggianti allora in Brescia, che erano 

I2(3 °* del Felavicini coufìdentissimi , e che ben sapevano 
quanto, per essere strettamente affezionato al re di SU 
cilia Manfredi, fosse tenuto a sostenere le parti impe- 
riali, vedendolo ad un punto signore di Cremona e dì 
Piacenza, e fregiato ancora della primaria autorità iti 
Milano, in alcune delle quali città facevasi necessaria- 
mente da' suoi commissari! rappresentare, bramosissimi 
di essere governati da un potente inclinato per genio 
a sostenere le parti loro di confronto alle guelfe ostili, 
lo invitarono ad assumere la signoria di Brescia. Sic- 
come però ne assicura l'antico patrio cronista, il dot- 
tor Jacopo Malvezzi, quelli ciò operarono dietro gli 
scaltri eccitamenti, e le ampie ed umanissime pro- 
inesse avute da quel marchese (2). 

Quel potente accettò gioiosissimo la già cospirata e 
finalmente ottenuta signoria di Brescia; ed al fianco 
del suo indivisibile, prode ed accortissimo compagno 
Buoso Dovara, seguitato da un forte nerbo di milizie 
cremonesi, piacentine ed alcune ancora tedesche, mosse 
verso Brescia; e scontrato onoratamente da' suoi parti- 
giani, fece un luminoso ingresso in questa città, venne 
condotto ad ospitare nel pubblico patrio palazzo di 
Broletto, che non era allora eretto che in parte, 



(1) Annales Mediolanenses. Jpucl Murat. T. XVI. Rcr< 

Italie. — Galvan. Flammee, Manip. Fior. 

(1) Malvct. Dist. Vili. cap. 40: Cam optimatibus urbis pa- 
rla componcjis, arbem ipsam, ut optaverat, proprio Dominio 
eoaptavit. 



LIBRO VENTES1MOQDARTO 33 ^__ 

fcìnse le insegue rappresentanti lo stemma della provin- — - 
eia (i); indi accolse giovialmente è confortò a tranquillità G ° P q 
cittadina qualunque mostrò desiderio di presentarsi a lui. anno 
Preso poscia, riposo, e per tal mezzo liberatosi dalle 
turbe che il circondavano, meditò e pubblicò una di- 
chiarazione, per la quale, onde non avvilire col rim- 
provero di colpa alcuna i guelfi bresciani che ancora 
giacevano raminghi, non prometteva già loro un ge- 
nerale perdono, ovvero un amnistia, siccome sogliono 
praticare i capitani supremi d'armata, ed i principi 
medesimi verso di quelli che hanno sosteuuto parti 
agli interessi loro contrarie; ma per la quale giurava 
ai guelfi raminghi bresciani leale amicizia, e calda- 
mente consigliavali di presentarsi alle paterne sue 
braccia, e fidati alle sue promesse di tornare sicuri 
alla desiderata patria, ai sospirati focolari. 

§ i4. Lusingati que' miseri da tanto generose pro- 
messe, fattisi per gran parte seguitare dalle mogli, dai 
figli, dalle intiere famiglie, tornarono fìdatissimi iu 
Brescia, e come sopra le vite loro non pendesse mi- 
naccioso alcun tradimento, rientrarono francamente nei 
palagi, nelle case dove avevano spirate le prime aure 
della vita, e dove in seno alla tranquillità ed alla 
pace trapassati avevano gli anni più verdi, più deli- 
ziosi, Altra gran parte di quelli però, non prestando 



(1) Era quello stemma rappresentato da un vecchio barbuto, 
scoperto la testa, sdraiato scompostamente gli arti inferiori, ap- 
poggiato col gomito sinistro al pendìo di un monte ombreggiata 
da tolte vigne e da altre piante voluminose e fruttifere-, e con 
la destra riversante in gran copia da un' urna limpidissime acque, 
le quali discorrendo ai piano fra verdeggianti sponde, figurane 
il fiume patrio Mella. 

VOL. V. 3 



anno 
12G0. 



34 tfBRO VENTESMQQIJMTO 

~~ pieaa fede alle larghe promesse pubblicate dal nuovo 

G: C. ^ om i naute di Brescia, tornò sospettosa dentro ai con- 
fini di questa provincia, ma non osando di rientrare 
in città, ed ansiosissima di sapere di quale maniera 
fossero stati accolti e rispettati i suoi consorti, passò 
ad ospitare nelle proprie case di villeggiatura . o 
presso fidati amici abitanti ne' paesi del distretto (1). 

E quella sospettosa porzione di espulsi bresciani re- 
duce in provincia fu dell' altra più credula meglio 
assai avventurata; poiché percorrendo il luglio 1260, 
il nuovo signore di Brescia marchese Oberto Pelavicini, 
mandate al vento le promesse di un generale perdono, 
giurate da pochi mesi per mezzo di in pubblico scritto 
ad ogni guelfo sbandato, tentonne proditoriamente pri- 
gionia di tutti. Quelli che affidati a quelle promesse 
sacramentate, quantunque rientrati in provincia, noe 
avevano azzardato di penetrare le porte della città, 
prevenuti a tempo dall' avviso della fiera persecuzione 
suscitata dal nuovo tiranno di Brescia contro di loro, 
non perdettero un istante, e tradottisi freltolcsameute 
altri nella prossima provincia di Bergomo, altri in 
quella di Mantova, ed altri dove traevali speranza di 
fausto e sicuro ospizio, salvaronsi avventuratamente 
dalle sevizie di quel traditore; ma quegli altri che 
sospinti da un ardenlissimo e cieco desiderio di rien- 
trare in patria e nelle proprie case, si erano, accom- 



(1) Cumque cngnmnssent, qui in exilio eranf, quod ad Prin- 
cipatum urbis Marchio ipse sublimatus jucrat, spe scditioscc 
prodi tionis, quain ipsefecerat diteti: mox, nihil mali metuen- 
tes cum uxoribus et parvulis nonnulli in cwitatem ingressi 
sunt. Alii autem in villis non lovge ab urie. Malvet. Dist. Vili, 
cap. 40. 



LIBRO VENTESiMOQUARTO 35 

pagnati dalle mogli, dai figli, dalle famiglie, restituiti — 

con imprudente fiducia in Brescia, furono dagli sgherri ^^° 

del marchese Oberto sorpresi quasi tutti, avvinghiati anno 

• 12Ò1» 

di ceppi, e quali trammessi nelle carceri della città, 

quali a quelle di Cremona od alle orrende di alcune 
castella di quella provincia (1). 

§ i5. Intanto procedevano i giorni, ed i bresciani 
andavano ognora più accorgendosi, che se il nuovo loro 
signore non era furentemente trasportato da una fero- 
cia tremenda, brutale, come ne era stato l'estinto Ece* 
lino, era però egli ancora incitato ardentemente da 
ambizioni altissime e da uno spirito tendente a cru- 
deltà. I guelfi che erano scampati avventuratamente 
dalle sue indagini, pochi mesi di poi si raccolsero in 
grosso numero, e fatta congrega, dietro comune consi- 
glio deliberarono di spingersi contro il castello di Sol- 
frino, il quale sebbene anche allora appartenesse alla 
provincia di Mantova, pure, non saprei dirne le ra- 
gioni, era allora signoreggiato dal marchese Oberto 
Pelaviciui. Que' guelfi, senza perdere un istaute man* 
darono ad effetto la concertata deliberazione, assalta- 
rono Solfrino di tutt' impeto, se ne impadronirono, vi 
si fortificarono di ogni miglior maniera ad essi possi- 
bile. Paurosi però di essere 1' uu giorno o V altro so- 



(1) Omnis fideìitatis ohlitus (il Pelavicini ).... universos par- 
tis Ecclesia; cives quos in patriam se introduclurum spopondit, 
miseros rursus dulcem patriam excedere compulit, omnesque 
qui incìvitatem venerarti comprehendi jiissit; veruni multi cum 
natìs et uxoribus jugam arripuere. Cceteris vero comprehensis, 
quosdam in vinculis afflixit, quosdam Cremona;, et Castellis 
in exilium retrusit, Ann. 1260, Julio mense. Malvet. Dist. Vili. 
cap. 40. 



1201. 



% LIBRO VEHTÉSIMOQOAHTO 

~ verchiati dalle forze più potenti del Pelavicini, sup- 

G°*C. P ucarouo solleciti sussidii da que' di Mantova e da 
anno q U e' di Ferrara: ed incitati a furore ed accecati dal- 
l' ira del partito, mentre attendevano sospirando i sup- 
plicati soccorsi, si trassero a depredare barbaramente 
e ad incendiare i villaggi ed i paesetti del circonda- 
rio, i quali erano giurisdizioni spettanti al marchese 
Oberte (i). 

Non seppe quel signore sofferire a lungo un tanto 
insulto, e percorrendo il settembre dell'anno medesimo, 
accompagnato da numerosa soldatesca, slanciossi con- 
tro que' guelfi; ed innanzi che avessero queglino a ri- 
cevere dai mantovani e dai ferraresi i sospirati soc- 
corsi, li debellò, entrò vittorioso in Solfrino: gran 
parte di que' miseri cadde trafitta dalle milizie del 
vincitore; altra gran parte, cinta di ceppi, e ricinta di 
catene sopra gran copia di carri, venne tradotta primo 
in Brescia, perchè avesse ad essere dileggiata e scher- 
nita dalle genti di fazione contraria, ed il giorno di 
poi alle carceri di Cremona (2). 



(1) Gueìphi Brixienses sequentì anno castrimi Solfrini ar- 
ripientes, terras Ghibellmorum, vel Marchionis incendio aé 
rapinis vastabant. Quo comperto, Marchio Pelavicinus contro, 
cn$ cum multo exercifu progressus est. At UH nuntios ad 
Mantuanos et Ferrarienses statini mittentes ab eis subsidium 
postulabant. Malvct. Dist. Vili. cap. 45. 

(2) Marchio autcm castrimi expugnans, nemine iis qui m- 
tus erant adjulorium conferente, ccepit: ìngressique Ghibel- 
lini cum Principe suo universa diripiitnt, plurimosque gladiis 
trucidantes, caiteros in plaustris ignominiose ligantcs, capti- 
vos Brixiam duxerunl. Posterà vero die eosdem Cremonam 
March, jussit adduci, ihique in vinculis custoditi- MaUct. 
Dist. Vili. cap. 45. 



1262 e 



LIBRO YE1NTES1MOQUARTO 3 7 

§ 16. Allora i bergamaschi^ sebbene fosser eglino gm "'"" - 
ancora divisi, per la più parte, di sentimenti, e quali x°V° 
si attenessero a parte guelfa, e quali a ghibellina; pure anno 
accortisi delle ambiziosissime idee, e dei gagliardi pro- 
cedimenti del marchese Pelavicini, condotti da inge- 
gnosissima prudenza, addussero a comune concordia le 
ardenti fazioni, oud' era quella città divisa: ed infiam- 
mati dal desiderio di conservare possibilmente l' indi- 
pendenza e la libertà della provincia diedero pensiero 
a prepararsi ad ogni miglior difesa per qualunque 
minaccevole occasione avesse mai a succedere. E fu 
quella antiveggenza prudentissima, poiché 1* anno se- 
guente, il marchese Oberto Pelavicini, quanto r idon- 
dante di cospicue signorie, altrettanto ansioso di acqui- 
starne di nuove, dopo di avere insieme con l'indi- 
visibile suo compagno e commilitone Buoso Dovaia 
ideato il conquisto di Bergomo, e racpolto da Cremona, 
da Brescia, da Milano, da Piacenza e da altre città, 
che avevano a lui affidata la podestà signorile, un po- 
tente esercito, entrò con quello nella provincia di Ber- 
gomo, prese Martinengo ed altre castella, mandò a 
sacco ed a fiamme tutti que' miserandi paesi, ne'quali 
ebbe la sorte di porre il piede. Ma i guelfi ed i ghi- 
bellini di Bergomo, che sebbene privatamente conser- 
vassero inalterabili le idee loro particolari, e quali 
amassero di tenersi ricoverati all' ombra delle gran- 
d'ali dell'angelo del vaticano, e quali a quella dei 
vanni robusti dell' aquila dell' impero; pure siccome 
avevano concordemente unite le forze scambievoli, onde 
sostenere l' indipendenza e la libertà della patria, ri» 
batterono congiunti del Pelavicini e del Dovara ogni 
attentato ; e li costrinsero a tornare in Brescia delusi 
delle concette speranze; la qual cosa però i reduci non 



38 LIBRO YENTESIMOQUÀRTO 

fecero, che dopo avere lasciato in Martinengo e nelle 

,P°P,° altre castella che avevano occupate ai bergamaschi vi- 
G. C. . 

anno gorosi presidi! (i). 

1262. g Come negli ultimi anni del prossimo trascorso 

secolo, e nei primi del corrente dal più delle genti 
consideravansi veri e fedeli cattolici quelli solo, che 
mostravano ancora cosparsa di cipria polvere la chio- 
ma, innanellate con maestria le ciocche pendenti agli 
orecchi, e conservata la coda entro serico borsello ge- 
losamente; ed irreligionarii invece ed ateisti riputa- 
vansi quegli altri, che nascosta dal tuppè mezza fronte, 
mozzi alla brutus i capegli, coperti la testa da un 
berretto verde, acuminato e pendente ■all' omero sini- 
stro, non indossavano foggia di veste alcuna, se tratta 
non 1' avevano da gallici modelli. A. que' tempi anco- 
ra consideravansi cattolici quanti armavano pei guelfi, 
e sostenevano con fermezza pretensioni di signorie se- 
colaresche alla corte romana, o procedessero quelle da 
solidi principila o da mosse artificiose dipendessero, o 
solo fossero provocate e sostenute, dall' industria dei 
maneggi o dal furore delle ambizioni. E così a quei 
tempi ancora riputavansi genti eterodosse ed eretiche 



(1) Idem marchio populis civitatum, \quat ,sucb dìctioni pa- 
rebant, hoc est Cremona, Brixice, Papice, Placentia?, Ale- 
xandria:, Tortona?, Mediolani, Cummarum, et Verona?, nec 
non et aliis gentibus Pergamensium terras pervasit, et uni- 
versas quas attingere potuti ignihus et prccdis vastavit. Mar- 
tinengum, alia quoque castella plurima capti. Pergamum vero 
fortissime cwibus repugnantibus , minime attingere potuti. Nam 
Guelphi et Ghibellini in ea urbe prò libertatis statu pace 
concordati erant. Denique collecta ornili prccda Marchio et 
Bosus de Dovaria castra qua? caiperant forti custodia mu- 
nientes, exinde discesserunt. Malvet. Dist. Vili. cap. 4& 



LIBRO VENTE5IMOQUARTO 3 9 

tnlti quegli altri, i quali quantunque prestassero fer- "" '■■ 

missinia fede ai dogmi rivelati, ed irriprensibile ub- ®°P° 
bidienza ai precetti superni ed ecclesiastici, tene- anno 
vano cionnonpertauto le parti di Cesare, ricordavano il I2 ° * 
motto famoso: quello che è di Cesare è di Cesare. 
Contro quegli infelici non solo villanie vibravansi e 
tremende minacce, ma censure ecclesiastiche, interdetti, 
anatemi, scomuniche: e non solo a quelli, ma a quanti 
alle parti loro aderivano, o da essi dipendevano vie- 
tavasi l'ingresso he' sacri tempii, l'assistenza alle or- 
dinarie spiegazioni dell' evangelo, ed alla celebrazione 
de' sacri misteri; e così di una potestà abusavasi, oude 
l'altra deprimere; e come ne assicura Girolamo Rossi, 
il quale scrisse presso a que'tempi la Storia di Ra- 
venna: dalla corte romana minacciatami allora 
aspre censure ancora contro alcune città, molti nobili? 
varii cospicui personaggi di Lombardia, e singolar- 
mente contro il marchese Uberto Pelavicini (i). . 

§ 18. Mentre dalla corte di Roma minacciavansi 
tali cose, non era il marchese Oberto iu Brescia, ma 
andava vicendevolmente ed a seconda dei bisogni tra- 
ducendosi ora in Milano, ora in Cremona, ora in Pia- 
cenza, ora in altra città che aveva a lui affidata la 
suprema amministrazioue delle cose. Quando ( pel la- 
conismo de' cronisti non posso indicare dove egli fosse ) 
gli venue euunciato che eransi in Brescia accese altis- 
sime dissidenze, e che per quelle andavausi da un 
giorno all' altro minacciando fieri trambusti, e spargi- 

(i) Hieionimus Rubens, Histor. Ravenn. Lib. VI. racconta 
che tramatisi da Roma aspre censure contra Ubertum Pelavi- 
cinum. necnon et adversus quosdam Communiiates , et quosdam 
nobiles oc magnales Prcn'incicc Lombardia;. 



4o LIBRO VENTESIMOQUARTO 

- """""* mento di patrio sangue. Quel signore non perdette un 
P°E° istante a quell'avviso, e trattosi rapidamente a Brescia, 
anno dopo di avere prese in questa città le possibili infoi}» 
;2b«). raaz i on i riguardanti quell' ire cittadine, fece tantosto 
arrestare, indi strozzare in carcere un certo siguor 
Bussetti, che era stato di que'mali il promotore; poi 
fece assicurare nelle prigioni ancora due nobili cospi- 
cui, l'uno de' quali era messere Martino Manerba, e 
l'altro il conte Furone Poncarali: perchè l'uno pri- 
meggiava ad una di quelle arrabbiate fazioni, ed il 
8ecoudo all'altra. Il signore di Brescia marchese Pela- 
viciui chiamò primo ad esame 1' arrestato nobile Ma- 
lerba, dal quale avendo avute pronte ed ingenue ri- 
Sposte, docile sommissione alle dategli rampogne, e 
giurata promessa di non più impacciarsi in pubblici 
trambusti, lo fece sciogliere dai ceppi , condurre ai 
confini, e per necessaria prudenza lo esìgilo per alcun 
tempo dalla provincia; il Poncarali d'altronde che esa- 
minato dal marchese osò significare una indomita bur- 
banza, e sporgere in faccia ad ogni minaccia ritte e 
fieramente approntate le corna, venne trasportato dalle 
carceri di Brescia a quelle di Soncino, e condannato 
in quelle a mandare l'ultimo respiro fra i tormenti (r). 
Dispersi que' primarii fomentatori riuscì facilissimo al 
marchese Oberto il rendere in Brescia a placida con- 
cordia i cittadini, e l'assicurarne la pace, per quantp 



(r) Furonem de Póntecqrali generosum milifem, Martinum 
de Mancrvìa, qui erat civis nobilitate conspicuus, in exìlìum 
retrusit. Tunc enim Bussetti carcerihus extinxit: Furonem 
vero in Soncino cruciatum in vinculis, extinxit , Malvet. 
pist. Vili. cap. 48. 



J265? 



LIBRO VENTESIMOQUARTO 4» __ 

meglio il potea, per mezzo di vincoli nuziali fra le — - 

più distinte contendenti famiglie (i). G°<? 

§ 19. Passò ad altra vita l'anno medesimo il ri- anno 
putatissimo, e per le aspre vicende di que' tempi, Y al- 
lora esule vescovo di Brescia Cavalcano, della nobile 
famiglia de' signori Sala: famiglia che risplende ancora 
cospicua in Brescia, ed un illustre dipendente della 
quale ne va pur anco raffermando gli onori, trattando 
gloriosamente e le belle arti e le amene lettere, e pro- 
ducendone al pubblico onorandissime testimouianze ('2). 
5ou è vero, siccome-erroneamente molti hanno scritto (3) ? 
che il vescovo Cavalcano Sala fosse l'anno 1253 ca r 
duto prigioniero di Ecelino nella famosa e già ri- 
portate battaglia delle Marchine presso Gambara. Quel 
prelato era allora ventidue miglia lontano dal campo 
di quella pugna, perchè non era uscito pure dalla 
città; dalla quale seguitato da molti sacerdoti e da 
altre persone di ottimo carattere, fuggì inorridito al- 
lora solo, che Eceliuo vittorioso e furente entrò vi- 
brando minacce e sciagure, e commettendo sevizie aspris- 
sime in questa miserrima patria. Fuggito quell'ottimo 
yescovo da Brescia andò a ricoverarsi in Lovere, grosso^ 
e pel commercio floridissimo paese, dominante la fronte 
occidentale del lago d'Iseo, paese che apparteneva a 
que' tempi alla provincia bresciana, e nel quale la cu- 



(1) March. Pelavicinus mox ad cwitatem ( cioè a Brescia ) 
prqfectus est, et discordes cives amicitia, ac etiam q/Jinitatc 
conjunxiL Malvet. Dist. Vili. cap. 48. 

(2) Il Nob. Sig. Alessandro Sala: il solo nome del quale basta 
a destare la ricordanza delle alte sue virtù. 

(3; Fiorentini, Index Cronolog.f. 24. — Ughelli, Hai. Sacr, 
T 4» w- Galeardus, in v.ol. a/d eundem. 



4a LIBRO VENTESIMOQUARTO 

?*— — — ria vescovile di Brescia conserva ancora le ecclesiastU 
Dopo ctìe giurisdizioni. Morì il vescovo Sala iu quel paese nel 
anno gennaio dell'anno 1263, dove, onorato di splendidi 
■ funerali, venne sepolto nella chiesa parrocchiale inti- 

tolata a s. Giorgio (1). 

Il marchese Pelaviciui, udita appena la morte del 
vescovo Cavalcano Sala, senza attendere suffragio al- 
cuno dal popolo o dal clero, senza interpellare i voti 
del Vaticano, operando di pieno capriccio, promosse 
alla cattedra vescovile di Brescia Uberto della illustre 
famiglia Fontana di Piacenza, sacerdote di ottimi co- 
stumi, carissimo a quel signore, suo prossimo parente^ 
e parroco di una delle più cospicue chiese di quella 
città. Il cronista Fiorentini ha lasciato scritto, che quel 
nuovo vescovo abbia saggiamente governata la diocesi 
di Brescia, per circa tre anni, cioè sin quando ebbe a 
compire naturalmente i giorni suoi; e che siesi frat- 
tanto indefessamente e con molto ardore adoperato, 
onde rendere a pace e riunire gli spiriti di que' fa- 
ziosi, che perturbavano sì aspramente allora la tran- 
quillità di questa provincia (2). Ma al racconto di 

(1) L'autore della sopraccitata Cronaca di S. Pietro termina 
quel suo scritto con queste parole: Ann. MCCLX1I1, Cavai- 
canus de Salis Episc. Brix. obiit. — Malvez. all'anno stesso 
Distinct. Vili. cap. 4&, C( >sì si esprime: Ilonorandus Caval- 
chanus de Salis ab humana vita sublatus est. —- Il Parroco 
Fiorentini a f. i(\ del suo Indice Cronologico de' Vesc. di Bre- 
scia, dice: Cavalcanus Sala patritius noster exul^et episc...., 

excessit e vita ann. 126*3, et in parrochiali ecclesia Luheri, 
S. Georgio dicata sepultus est. — Ed il cronista patrio Totti 
nel suo Catalogo Mss. de' vescovi di Brescia, così del vesc. Sala 
lasciò scritto: mortuus est ann. 1263. mense Januario. 

(2) 11 citato Fiorentini, ibidem: Ubertus Fontana Vlacenti- 
nus, Uberto March. Pelavicino, qui tum rem Brixianam gè- 



1265. 



LIBRO VEKTESIMOQU\RTO 43 

quel cronista non devesi alcuna fede: essendo certo da r 
un epistola pontificia data ai 5 marzo dell' anno me- ^ 
desimo, che Uberto Fontana, dietro gli eccitamenti del anno 
santo padre, pochi mesi poi, ritirossi spontaneo dalla 
Cattedra vescovile di Brescia, cedendola al regolarmente 
eletto vescovo Martino, e tornando ad amministrare iu 
Piacenza la primiera sua parrocchia (i). 



rebat adnitente Episcopatum suscepit. Ejus s'inculare in cives 
studium partìum furor em quo distracta urbs cestuabat, quo 
Me, non tamen integro vixit triennio, sedavit. 

(i) Quella epistola, ovvero Bolla pontificia tratta da un Re- 
gistro della Bibl. vaticana, è stata pubblicata da Antonio Gampi ? 
Pari. 2. Ilistoricc Piacentina, pag. (fiy. 



— , — , — % 

/vvVvv\,'VvVvvVvVvvvVvVvVVVvVvV , '/s 



LIBRO VENTESIMOQUINTO 



§ i. V>* empito allo scadere dell anno antecedente 
*r • i ii ....... Dopa 

il quinquennio della suprema autorità che 1 milanesi G. C. 

avevano della città loro, dietro largo emolumento com- an ?? 

. 1204* 

messa al marchese Oberto Pelavicini, partì egli da quella 

metropoli adiratissimo contro que' cittadini, perchè non 
avessero a lui affidata quella eccelsa autorità per un 
altro quinquennio, e dibattendo per la rabbia i denti 
mosse alla patria sua Cremona (1). Per pubblico voto 
della popolazione venne allora eletto signore di Milano 
Filippo Delia-Torre, fratello di quell' illustre Martino 
del quale già si è parlato, e che da solo circa due 
settimane era mancato naturalmente di vita. A quel 
nuovo signore di Milano si sottomisero allora sponta- 
neamente Bergorao, Novarra, Vercelli e Lodi (2). E sic- 
come l' indispettito Pelavicini soleva praticare a quei 



(1) Annales Mediolanens. apud Murata T. XI V. Rer. Italie, 

(2) Galvano dalla Fiamma, Manip. Fior. pag. 3oo. 



46 LIBRO VENTESIMOQUIOTO 

*e***^ g- lorn i ogni sorta di soperchierie contro quanti signori 
P°V? o negozianti milanesi cadevangli sgraziatamente in mano, 
anno che per la navigazione del Po uon erano pochi; e sic- 
I2G 4' come dava egli ancora aperta protezione a que' fazio- 
narii nobili milanesi, che da pochi anni addietro erano 
stati dal partito avverso espulsi, Filippo Delia-Torre 
andava ogni giorno studiando le migliori maniere pos- 
sibili, onde ribattere le violenze e vendicare gli insulti 
che andavansi recando ogni giorno da quel potente a 
quanti dalla signoria sua dipendevano; e poiché sapeva 
essere il marchese un ardentissimo ghibellino, il Delia- 
Torre, forse ancora solo per oppugnarlo, dichiarossi 
apertamente protettore e difensore di quanti sostenevano 
le parti della corte romana. 

Fu allora che que' guelfi bresciani che dopo la enar- 
rata battaglia di Gambara, erano stati costretti ad emi- 
grare dalla patria, onde stogliersi dalle funeste perse- 
cuzioni di Ecelino; e dopo la morte di quel fiero non 
si erano lasciati* avventuratamente adescare dalle se- 
ducenti promesse emanate per mezzo di un atto pub- 
blico dal marchese Pelavicini, strascinavano ancora ra- 
minga la vita, e paventavano ad ogni istante una in- 
sidia, un assalto, uno strazio, la morte. Fu allora che 
quegli infelici ebbero la sorte di essere graziosamente 
accolti da Filippo Delia-Torre signore di Milano, da 
quello generosamente ospiziati, e sostenuti con vigorosa 
e poteute protezione (i). 

§ 2. il poutefice Urbano IV compi i suoi giorni ai 
due d'ottobre 1264, pontefice per alte virtù com- 

(1) Malvet. Dist. Vili. cap. 5o: Ferrariensium, Mantuano- 
mm, et Tirixiensium, qui in exilio crant.... idem Princeps in 
eorum consortio coaptavit. 



LIBRO VENTESIMOQUIKTO 4 7 

bendando; ma cui lo zelo, forse un po' troppo ardente, ■ ■ ' ' 8 
di tenersi assicurate quelle signorie che spettano rego- Dopa 
larmeute ai successori di Cesare e non a quelli di Gesù anno* 
Cristo, aveva addotto a fulminare censure asperrime I2 ^ - 
contro molti di quegli italiani che sostenevano le parti 
imperiali, e singolarmente contro Manfredi re di Sici- 
lia, figlio deli' imperatore Federico il, ed a costringere 
perfino quell'augusto proteggitor delle lettere, e buon 
cattolico a tenersi raccomandato alla difesa de' Sara- 
ceni (i). Clemente IV elevato dopo il morto pontefice 
Urbano alla cattedra apostolica, confermò sollecitamente 
i decreti politici pubblicati dal suo antecessore, ripetè 
il grido della crociata contro i ghibellini italici, di- 
chiarò decaduto dal trono di Napoli il legittimo so- 
vrano Manfredi, e chiamò ad occuparlo in sua vece il 
conte Carlo d'Angiò e di Provenza (2). 

Al ripetuto grido di quella crociata di cristiani con- 
tro cristiani, grido sostenuto da una generosa promessa 
di larghissime indulgenze a quanti avessero brandite 
le armi, e datisi a seguito del sacro stendardo, calò 
minaccioso, cupido e furente dalle alpi Cozie, dalle 
Graie, e dalle Pennine un potente esercito di crocesi- 
gnati (3), capitanato da Roberto figlio del conte di 



(1) Ptoloméus Lucensis, Histor. Eccles. Lib. 11. cap. 3o. 

(2) Sabas Malaspina, Lib. 2, cap. 17. 

(3) L' autore della Cronaca di Parma pubbl. da Murat. T. IX. 
Rer. Italie, racconta che quelP esercito fosse di sessantamila cro- 
ciati. Quello della Cronaca di Bologna (ibid. T. 18.) lo dice 
di soli quarantamila. E gli Annali vecchi di Modena (pubbl. 
dallo stesso T. XI. Rer. Italie. ) di una maniera che merita 
forse più fede, ne lo presentano composto di cinquemila armati 
a cavallo, di quindicimila di fanteria, e di circa diecimila ba- 
lestrieri. 



48 LIBRO VENTESIMOQUI1STO 

Fiandra. Discesa appena quell'armata nelle italiche 
^° provincie, il marchese di Monferrato e Filippo Delia- 
anno' Torre signore di Milano e di altre vicine città, i quali 
* 265 ' sostenevano il partito de' guelfi, la accolsero a braccia 
aperte, e la giovarono di abbondevoli provvigioni. Gli 
ardenlissimi ghibellini invece Pelavicini e Dovara ca- 
pitani delle milizie bresciane, cremonesi , pavesi, pia- 
centine, parmigiane e d'altre le condussero tutte a 
campo a Soncino (f), sperando di potere da quella po- 
sizione contrastare facilmente a' crocesignati la discesa 
in Romagna; dove il conte Carlo d'Augiò e di Pro- 
venza era già con molte sue schiere approdato dopo di 
avere felicemente tragittate le onde del mar Tirreno, e 
dove stavasi sospirando i saccorsi. 

11 capitana generale de' crocesignati conte Roberto 
di Fiandra, vedutasi per quella mossa de' ghibellini 
lombardi intercetta quella via, rattenne le sue schiere 
à mano sinistra percorrendo con quelle le strade, che 
• a que' tempi erano scabre di molto e disastrose, lungo 
le falde meridionali delle montagne di Bergomo, e tra- 
passato Grumello e Tauno, e passata Y Ollio sul ponte 
di Caleppio (2) entra nel distretto di Brescia. 

g 3. Il primo castello di questa provincia, contro di 
cui quel capitano generale de' crocesignati sfogò le ire 
sue, fu quello di Capriolo; poscia mandò a sacco ed a 



(1) Diario di Matteo Spinelli, pubbl. da Muratori, T. Vili-, 
Ber. Italie. 

(2) Verum cum magnas hostium copias cernerei ( il conte 
di Fiandra ) cum eis congredi, et bellum quod minabatur explere 
minime ausus est. Franti aulem ad Olliifumen pervenientes, 
per pontem Calcppii transgressi sunt. Malvet. Dist. V11L- 
cap. 58. 



LIBRO VESTESIMOQU1NTO 4 9 

fiamme molti altri di quelle vicinanze, salvi i soli di """"^ 
Palazzuolo, di Pontoglio e di Iseo (1). Quelle solda- P°£? 
tesene, profanando quel sacrò segno che fulgeva dipinto anno 
sulle baudiere che seguitavano, commisero in que' paesi I2tó < 
quanto mai può immaginarsi di rapace, di fiero, di 
turpe; e dopo esservisi trattenute orrendamente nove 
giorni, sussidiate dal braccio degli esuli guelfi bresciani 
per tutto il restante de' floridissimi paesi di Francia- 
corta ferocemente si diffusero (2), e giunsero fiuo alle 
poche abitazioni che sonò denominate là contrada 
Alandolo zza. 

Uii branco di fiere ferocissime, che gonfie l'epa e le 
canne, e ùon però mai sazie di carni e di sangue, che 
nelle foreste costeggiane il Gambia od il Senegalle si 
accovacci vicino ad mio stuolo di Negri che tràngug- 
giaudo offre di farina di coches, e cioncando zucche 
di vino di palma, stiesi trapassando le ore aduste al- 
l'ombra delle frondosissime piante di quelle regioni, non* 
può forse immettere tanto spavento nelF animo di quei 
mezzo nudi selvaggi, quanto destoune in quello de' cit- 
tadini di Brescia il prossimo accampamento de' guelfi 
crocesiguati condotti dal conte Roberto di Fiandra; 
Altri, seguitati dalle intere famiglie, uscirono inorriditi 



(r) Malvet. ibidem: Statimquè Capriolum. jussu Comitis, ad 
solum ùsquè prostraverunf, pari modo incendiis et rapinìs 
villas, turresque, et castella quae cìrcumsitae erant, et quaè 
Marchioni parebant, praeter Iseum, Patatiolum et Pònt&llium^ 
demoliti suntj unioersos qtiOs reperire poterant captwos abdu- 
centes, seu gladio perirnentes •; mulietes quoque quas contingere 
valebant) libidine vexabant. 

(1) Cumque diebus novem ea loca satis perturbassent per 
terras Franciaecurtae prorumpentes, annitentibus Brix. Ghuel" 
phis, Mandoloxiam usque accesserunt. Malvet. ibidem. 

Voi. Y. 4 



So U0RO VENTESIMOQUINTO 

gggg dalle porte della città, innanzi che per ordine pubblico 
J?°I£ le si avessero a chiudere, e perseguitati dalla paura 
arino* andarono a ri foggiarti per le boscaglie, su pei monti o 
* aG ^' dove meglio il poterono; altri trovatosi intercetto quel- 
l'adito alla fuga calarousi dalle mura tentando il varco 
delle fosse, moltissimi de' quali fiaccaronsi miseramente le 
ossa; altri insieme con le mogli, co' figli e con ogni altro 
congiunto, traendo seco le possibili provvigioni si fecero 
occludere nello squallido e muto orrore dei sepolcri. I 
magistrati però non lasciarono mezzo alcuno intentato, 
munirono gli spalti con valide soldatesche, e procura- 
rono alla città la difesa che poterono migliore (i). 

§ 4- Al primo albeggiare del giorno seguente il conte 
di Fiandra levò il campo de* crocesignati dai dintorni 
della Mandolozza, e passato a Fiumicello il ponte del 
Mella, contro di Brescia queir esercito addirizzò. Quel 
supremo condottiero però in brev' ora si convinse non 
essere il conquisto di Brescia un' impresa da pigliare 
a gabbo, ma di lungo sanguinoso ed incertissimo ci- 
mento, nou azzardandone quindi 1' attentato, seguitò la 
strada, e presa la via di Castenedolo spinse Je nume- 
rose sue falaugi contro Montechiaro (2) ed ai paesi e 



(1) Tunc eos qui in civitate erant tantus terror invasiti ni 
multi dum quod agerent, haesitarenl \se se Joras muros chi-* 
tatis sponte praecipitantes ad nemora vel alia loca occulta dif* 

Jìigerent, aut premori ui prcecipitio penitus exfinguerentnr.Non~ 
nuli etiam cum uxoribus et natis , vix ob melum palpitarltes, 
in sepulcris confugiumJecerunU Porro urbis Praesides urbem 
ipsam forti et insomni custodia munierunt. Malvet. Dist. Vili, 
cap. 58. 

(2) Posterà vero die Franci illinc exercitum admoventes 
Montemclarum, quod tunc Pelavicinis parebat, prqfecti sunt, 
Malvet. ibidi 



LIBRO VÈSTESIMOQUINTO 5i 

villaggi di que' dintorni: arrabbiatissimo, perchè sópra ^^^ 
all' altissima torre della Minerva, sopra le altre erette P°P.°' 
alle faldi del poggio che sembra eretto dalla natura anno 
ad invigilare quel grosso e florido paese, e sopra quelle 12 ^* 
ancora de' villaggi e de' castelli che il circondavano si 
agitassero aucora dalle aure bandiere ghibelline, e di* 
Stiute dallo stemma Pelaviciui, Quell'ira, l'ansia di 
solleticare le cupide sue falangi con l'acquisto di ric- 
chissime spoglie^ e forse più ancora la scaltra bramosìa 
di quel capitano di interrorirè per mezzo di crudelis- 
sime sevizie quanti attenevansi alle partì imperiali, cioè 
alla fazione de' ghibellini, lo trassero a permettere alle 
sue soldatesche il saccheggio di que' miserandi paesi, 
ad ordinarne un lagrimevole incendio, ed a mandare 
alle carceri gran parte di quegli infelicissimi abitauti^ 
ed altra gran parte a morte atroce (i). 

E fu in quell' occa'sioue che i crocesignati condotti 
dal conte Roberto di Fiandra distrussero formignano, 
che era un paese con castello eretto sugli ultimi con- 
fini meridionali della gran lauda, detta la campagna 
di Moutechiaro, a quasi perfetto meriggio della Motta? 
è lo distrussero sì fattamente, che di quel paese or 
non può dirsi: qui Formignano fu; né ripetere le voci 
del Tasso ove parlò di Cartagine: 

e appena i segni 
De V alle site rovine il lido serba. 

Non ne lasciarono que' furenti pietra sopra pietra, non 



(i) Die sequenti castrum ipsum ( cioè IVtontechiaro ) ingre-* 
dientes, universa rapinis diripiunt, captivos abducunt, etfiam- 
mis cuncta concremantes, multos etiam gladiis occiderunU 
Malvet. Dist. Vili, cap. 58. 



5* LIBRO VENTESIMOQUINTO 

— —■ abitatore alcuno; ed i ruderi medesimi ne furono pc* 
P°V? scia trasportati ond' essere per altre costruzioni adope- 
anno rati. Il territorio di Formignano confinava con Ghedi, 
126 ^* Castenedolo, Montcchiafo, Calvisano, Malpaga ed Iso- 
rella, e per decreto pubblico venne alcuni anni in poi 
aggregato a quello di Ghedi (i); e così quello che di 
presente attraversa quella spaziosissima e mezzo incolta 
campagna, volgendo dall' una parte il ciglio, può dire: 
là fu una delle Gerico bresciane; e piegandolo all'al- 
tra, non senza emetter lagrime è costretto naturalmente 
ad esclamare: là funne un? altra. 



(i) Che in quella situazione sia sfato un paese con castello 
detto Formignano , non è ora ricordato che dai rogiti notarili e 
dalle pergamene de'pubblici archivi, e che fosse in quell'occasione 
distrutto dagli armigeri crocesignati condotti dal conte Roberto 
di Fiandra, ne lo assicurano Jacopo Malvezzi, e l' A scani cronista 
patrio di Ghédi, e tutto ciò di questa maniera. V esistenza del 
paese e castello di Formignano innanzi queir epoca è accertata 
da un diploma concesso dall' imperator Arrigo II ad Oddone 
abate di Leno, diploma dato da Ratisbona Pan. 1018, che estratto 
dall'' archiv. di quel Monastero fu ptibbl. prima dal P. Luchi, 
poi dallo Saccheria,/ 94 — accertata da un chirografo del dì 8 
aprile 1167, esistente nell' Archiv. comunale di Moritechiaro — ' 
accertata da una sentenza degli arbitri Jacobi de Iseo, et Ar- 
rìghini de Busiis sopra alcune contese fra i comuni di Malpaga 
e di Ghedi, sentenza raccomandata agli atti del Notajo Berlolini 
quon. Nesimpaeìs de Patengidis, l'autografo della quale è nel- 
l'Archiv. Comunale di Calvisano; e trascritta da quello da Bai- 
passar Zamboni, io la conservo 1 nella sua Gollettanea Mss. Voi. E^ 
f. 48 — È ricordata finalmente dalla nota 1 alla Relazione del 
solenne ingresso alla parrocchia di Ghedi dell'Ab. Giuseppe Te- 
doldi. La distruzione poi di quel paese succeduta in quell'oc- 
casione, è implicitamente raccontata da Jacopo Malvezzi, Dist. 8, 
cap. 58; ed apertamente dal cronista di Ghedi Ascani a fac. a5 
dell'esemplare del medesimo esistente presso di me. 



LIBRO VEINTESIMOQUI1NTO 53 

§ 5. Quelle terribili orde crocesignate non si ferma- = 



rouo a lungo in questa provincia; quando quelle erano 5°I>? 
ancora nelle vicinanze di Montechiaro, vennero raffor- anno 
zate dalle milizie ferraresi condotte dall' ardentissimo 
guelfo il marchese Obizzo d' Este, e dalle soldatesche 
mantovaue capitanate dall'altro ugualmente guelfo fre- 
netico il conte Lodovico Sanbouifacci. I più caldi della 
fazione ghibellina andavano a q uè' giorni immaginan- 
dosi ed aspettando che il Pelavicini ed il Dovara aves- 
sero dall' un istante all' altro ad assaltare di tutt' im- 
peto quelle schiere che seguitando il sacro stendardo 
della croce, non ad altro traevansi che a rapine, a 
violenze, a prigionie, ad incendi, a distruzioni, non al- 
tro diffondevano che croci; e que' ghibellini uon vedendo 
mai adempirsi quanto negli ardori delle frenesie loro 
sospiravano frementi, giunsero maliziosamente a sospet- 
tare, e come fosse cosa certissima predicarono : che 
Pelavicini e Dovara erano stati compri con l' oro del 
conte Carlo d'Angiò e di Provenza, o che avessero ven- 
duto la fede al sommo pontefice o ad un qualche fau- 
tore del medesimo (i). Stolti! Pelavicini e Dovara so* 
steoevano con fermezza le parti loro, e se non si slan- 
ciarono contro di que' nemici lo fu, siccome ha osser- 
vato ancora il saggissimo Muratori (2), perchè sapevano 
di non averne forze bastevoli, uè volevano esporsi ad 
uno strambo cimeuto. 

Quell' esercito crocesiguato uscì dai confini di questa 
proviucia presso la fine dell'anno 1265, e cresciuto 



(1) Dante Alighieri nella Cantica — e fra gli altri Ricordano 
Malaspina al cap. 178. 

(2) Muratori, Annui. T. VH , f. 299, dell' ediz. cit, 



54 LIBRO VENTESIMOQUINTO 

-■ continuamente da molte schiere di guelfi italici, che a 

l )o P? quello ogni giorno si aggiungevano (1) giunse a Roma 
anno' poco oltre la metà del^gennajo 1266, dove il conte 
. Carlo d'Angiò e di Provenza aveva già sino dal dì 

dell'Epifania ottenuto dal pontefice Clemente IV la co- 
rona del regno delle due Sicilie; negli stati del quale 
però non aveva osato per anco di metter piede, perchè 
il re Manfredi ne vegliava armato la difesa. Rafforzato 
T Angioino dall* esercito de' crociati e dai guelfi delle 
inolle città d' Italia che lo accompagnavano, sospinto 
dalle necessità dell'erario e ^all'ansia del trono, irruppe 
nelle regioni napoletane, dove il dì 26 febbrajo assalse 
nelle vicinanze di Benevento, sconfisse e mandò a nmrte 
in battaglia 1' infelice Manfredi (2). Saziò poscia le 
cupidigie delle soldatesche che lo seguitavano con le 
spoglie doviziosissime di quelle miserande contrade, 
salì un solio rapito ad un legittimo monarca; e per le 
posteriori avanìe diede giusto motivo ai guelfi napo- 
letani, e singolarmente a que' della Puglia che gli ave- 
vano per lo innanzi prestato soccorsi, di piangere eoa 
aroarissime lagrime la perdita dell' illustre protettore 
de' suoi popoli, del magnanimo erettore di Manfredo- 
nia, del sagace fayoreggiator delle lettere, del legitti- 
mo primiero loro domiuante Manfredi (3). 

§ 6. Frattanto i Bresciani, sì quelli appartenenti a 
parte ghibellina, che gli altri di parte guelfa non sa- 
pevano ricordare senza alto dispetto, che il marchese 



(l) Sigonius, De Regno Ital. Lib. 20. 
(1) Sabus Malaspina, Lib. 3, cap. io. 

(3) Franciscus Pipinus in Chronic. lib. 5, cap. 6, apud. M\i; 
rat. T. IX. Iter. Italie. 



LIBRO VENTESIMOQUINTO 5^ ^^ 

Oberto Pelavicini erasi di tutt* uomo adoperato onde 

impedire alle soldatesche crocesignate l'iugresso nella q ^ # 

da lui dipendente provincia di Cremona, e che non anno 
. o , -ti 1266. 

aveva sguainato pure un terrò ne mosso un piede onde 

prestare in quella occasione alcun soccorso alla pari- 
menti da lui dipendente provincia bresciana; quindi in 
vendetta di quel!' apertissimo torto unitamente in se- 
creti congressi deliberarono di stogliersi quanto il più 
presto lo potessero dalla signoria del medesimo. 

Filippo Della Torre, signore per ogni virtù pregia- 
tissimo, reggeva allora in Milano ed in Bergamo la 
somma delle pubbliche cose, e quelle province alle- 
grissime della placida, giusta e liberale sua ammini- 
strazione scambievolmente congratulavausi di essere 
dipendenti da lui. I Bresciani che sentivano sovente 
ripetere i plausi e le belle azioni di quell'ottimo, die- 
tro concorde e spontanea determinazione gli addiriz- 
zarono secretamente un deputato, perchè avesse in loro 
nome a supplicarlo di trarsi a Brescia coir valido se- 
guito di armati, quanto più presto lo potesse, a pre- 
stare loro soccorso, onde respingere dai confini della 
provincia il marchese Oberto Pelavicini e le soldatesche 
del medesimo; e ad assumere egli invece di quello la 
signoria di questa città (1). Il Della Torre accettò 
quella proposta assai volontieri, e fiso col deputato 
bresciano cosa avessero anticipatamente ad operare i 
suoi commi lenii in questa città, gli indicò il giorno e 



(1) Nuntium ad Philìppum Mediolanensium ductorem diri-* 
gunt obsecrantes, ut quantocius cum exercitù veniret, atque 
curri ejus auxilio Felavicinos de cwitate removeret. Malvet. 
Disi. Vili, cap. 54. 



n66. 



56 LIBRO VENTESIMOQUI NTO 

■ - T ora eh' egli sarebbe arrivato con potenti schiere in, 
J?°P? Brescia. Non mancò quel signore alle date promesse, e 
anno' le milizie milanesi e bergamasche condotte da lui me- 
desimo erano già pervenute nelle vicinante di questa 
città; ma i congiurati bresciani, o si fossero divisi di 
sentimenti, o pentiti delle date proposte, o, quello che 
è più facile, impauriti dalla presenza delle milizie del 
marchese Pelavieini, non aveano mandato ad effetto 
alcuna di quelle operazioni, che per mezzo del reduce 
deputato erano state loro dal signor Della Torre rac- 
comandale: una delle quali era di insignorirsi di una 
delle porte della città. Stette egli per alcuni giorni 
accampato ne' prossimi sobborghi, ma non vedendo mai 
eseguirsi alcuna delle commesse operazioni, insospettito 
ehe andassegli tramando un qualche tradimento, levò 
il campo e tornò con ogni schiera alle province della 
propria signorìa (i). 

Significatesi tali mosse al marchese Oberto Pelavi- 
cini, dopo Hi aver egli concertate segretamente alcune 
cose con Buoso Dovara, seguitato da uno scelto drap- 
pello di prodi, si trasse sollecitamente a Brescia; e qui, 
non emettendo pure il minimo cenno di sospetto o di 
querela, fermossi quindici e più giorni preudeudo. acu- 
rata disamina delle operazioni dei magistrati, visitaudo 
\ fortilizi! ed ogni luogo pubblico, e tutto operando 
quanto lo deve un principe desideroso c|el bene dei 



(i) Cumque, mense Jjtlio, statuto, die apud hanc c'wilatem 
cum robusta virorum rhultitudine adventasset, nihil ex iis quae 
promissa fticrant expleri posse contemplatus est. Inopinatus 
quidem exìlus ci vium fallibile consìlium habuiL At dum diebus 
aliquot ju.rta placitum expec.fans nilul prqficerc$ 9 Mediolanum 
reversus est. Malvel. Disi. "Vili, cap. 54- 






LIBRO VENTESIMOQUINTO 5? < 

$uoi popoli e della sicurezza dei medesimi. Quando il 
mattino del sesto giorno di agosto, fingendo desiderio £ °J? 
di consultare alcuni fra i più distinti cittadini sopra anno 
cose di allo rilievo, fece dolcemente invitare presso di 
sé, che ospiziava nel magnifico palazzo della illustre 
famiglia de' Calzavegli, che era prossimo alla piazza, 
del mercato delle vettovaglie, Bernardo Rodeugo, Fo- 
?io, Rizzardo, Rodolfo e Bertolino Bocca, Federico Por- 
tici, Abbiatico Tacchi e Rainieri suo figlio, Raffaello 
Gaetani, Federico, Emilio e Giovaqni Griffi; e raccoltili 
a consiglio in una sala, mentre li stava con infinte e 
scaltre, maniere consultando ora sopra Y uno ora sopra 
V altro de' pubblici affari, entrò no fidato domestico e 
lo pregò di alcune brevi parole in disparte. Conge- 
dossi da que' radunati il marchese con tutta gentilezza, 
e, siccome disse; per un istante Quel domestico gli 
significò che Buoso eutraya in quel puuto in Brescia 
con numerose schiere. Il Pelavicini allora accortosi che 
Dovara aveva data fedelissima esecuzione al concertato, 
commise a' suoi sgherri di mettere a' ceppi quanti aveva 
je<r\\ proditoriamente in quella sala radunati (i); e fatte 
chiudere le porte della città, e disposte numerose pat- 
tuglie per ogui piazza e per ogni angolo delle con- 
trade, onde poter incrudelire con piena sicurezza, mandò 
alle carceri ancora molt' altri, e tutti o per lignaggio 
o per virtù distintissimi; ed il dì seguente dopo di 
avere tramutata la guarnigione della città, e racco- 



(i) Que' Signori, cum nihil mali metuentes in eo pai alio con- 
venissent, repente eadem hora Buosus cum exercitu c'witatein 
introwit inopinate. Tane illos marchio statini comprchendi, el 
in vinculis custoditi jussit. Mulvet. Dist. Vili, cap. 54- 



i -i66. 



5H LIBRO VMTKSIMOQUIKTO 

mandatala a soldatesche più numerose e dì saa mag* 

Dopo gj or confidenza, fece tradurre tutti que' prigionieri nelle 

anno carceri di Cremona (i). 

§ 7. Abbrividirono i Bresciani di quella frodolente 
vendetta, o, per meglio dire, di quel premeditato tra^ 
,di mento operalo dal marchese Oberto contro ai loro 
compatrioti, ai loro amici, ai congiunti loro; ed Al- 
berto Ugoni e Roberto Trioni, amendue discendenti da 
ceppo distintissimo, sentironsi sopra di ogni altro ir*. 
ritatissirno 1' animo, ed associatisi a pochi ma fidati e 
potenti amici (2) avviarono a Milano una nuova am- 
basciata all'ivi dominante Filippo Della Torre, sup- 
plicandolo di soccorrerli mentre erano per tentare di 
liberarsi dalla fiera tirannide del marchese Pelaviciui; 
a lui contemporaneamente promettendo la signoria di 
presela, ed assicurandolo che la sera del sesto giorno 
di ottobre si sarebbono eglino impadroniti della porta 
Pile, perchè egli potesse entrare liberamente per quella 
in questa città (3). 

Jl signor Della Torre, quantunque pochi mesi iu- 
panzi fosse slato dai Bresciani, e ciò forse ancora ne- 



(1) Altera vero die electos armigeros ad custodiam civitatis 
statuens, singulas portas ipsius urbis forti custodia munivit. 
Captivos autem cives Crcmonam mìsit, ubi cos carceribus eie. 
Malvcl. Dist. Vili, cap. 54. 

(2) .Albertus Ugonum, et Robertus de Trìonis, quomodo 
Marcili onem urbis dominio privarent, cuin illis quibus credere 
poterant consilium inierc, eie. Malvet. Dist. Vili, cap. 55. 

(">) Ad l'hilippum de la Turre nuntium mitlenies ut cum 
exercifù venir et, eosque de manibus ty ranni lileraret, diern 
stbi signantcs, ci por t ani cwitatis, qua civilafem contraderent. 
Vie vero nuntium gralanler suscipiens, eie. Malvet. Dist. Vili, 
cap. 55. 






LIBRO YIOTESIMOQUIINTO 5 9 ^^ 

cessariamente deluso, pure considerato il carattere ono 

ratissimo e fermo dei proponenti ed addescato ancora q £? 

dalla altezza dell' esibizione, accettò allegrissimo ancora anno 

• i- li i^o- 

quella seconda ambasciata, e promise sugli evangelj 

che la sera del giorno prefisso sarebbesi egli con niir 
merose milizie presentato alla porta settentrionale d\ 
Brescia. Ma o che Dio non lo volesse permettere o clie 
messer lo diavolo amasse di frapporre ad un tanto 
attentato le corna, sull' albeggiare appunto di quel mat- 
tino nel quale aveva quel signore commesso a lunghe 
sue schiere di tenersi approntate per seguitarlo ( non 
però avendo prudentemente a quelle accennato per 
quale impresa ), mentre era per montare in sella e 
precederle, colto all' improvviso da un colpo apople- 
tico compì i suoi giorni (i). 

§ 8. La subitanea morte di quel principe diede a 
trambusto tutta Milano, metropoli a que' giorni per- 
turbata ancora di troppo per 1' interdetto ecclesiastico 
intimatole da papa Clemente IV, perchè rifiutavasi di 
accettare suo arcivescovo Ottone Visconti, ad una tanta 
dignità destinatole dal pontefice medesimo (2). Allora 



(1) Sed ex tempore in languore.?! decidens,ea die qua opem 
illis daturus erat, hujus vitae cursum explevit. Malvet. Dist.YllI, 
cap. 55. 

(2) £alvaneus a Fiamma, Manip. Fior. e. 3o3. — Stepha- 
nardus in Poemat. apud Murai. T. IX. Ijer. Italie. Da ciò è 
chiarissimo quanto le facoltà ecclesiastiche e secolari sieno meglio 
combinate a' giorni nostri che non a quelli che furono. Ne' pri- 
mordii del cristianesimo, siccome la nuova religione era dalle 
autorità secolari perseguitata, i nuovi fedeli eleggevano a pieno 
capriccio i dignitari! ecclesiastici, né avrebbono potuto operare 
altrimenti. Nel medio evo i sovrani arrogavansi in tale argo- 
mento un eccedente dominio. A' tempi di cui parliamo una tale 
autorità era tutta pretesa dai Papi. 



___^ 60 LIBRO VENTESIMOQUÌHTO 

- Napoleone Della Torre, strettissimo congiunto del morto 
Mlg Filippo, si fece sollecitamente proclamare signore di 
anno Blilauo, di Bergamo e di alcune altre vicine città; ma 
poiché nou aveva egli informazione alcuna di quanto 
crasi concertato e pattuito fra i due nobili bresciani 
Alberto Ugoni e Roberto Trioni col defunto Filippo, 
n^ potendogliene alcuno porgere alcuna contezza, per- 
chè quel trattato erasi fra i soli tre cospiranti conser-? 
Tato secretissimo, quel nuovo principe non solo non 
condusse, ma non pure avviò a Brescia alcuna delle 
milizie promesse dal suo antecessore in soccorso de'suoi 
confederati. Pertanto 1' Ugoni ed il Trioni pienamente 
ignari dtjla subitanea morte del potente loro alleato, 
e di quaut' altro andavasi allora operando a Milano, 
fermi alle date promesse, la sera del sesto giorno di 
Qttobre seguitati da un potente drappello di genti ar- 
mate, della fedeltà e della intrepidezza delle quali 
ambidue §i assicuravano, slauciaronsi contro la porta 
Settentrionale di Brescia ora detta delle Pile, siccome 
col mprto principe Filippo ne avevano fiso il patto, e 
percossa ed espulsane la guarnigione Pelavicini, di 
quella porta si impadronirouo (1) e nel punto stesso 
si impadronirono ancora di una potentissima torre mi- 
litare, che gip da secoli era stata eretta in difesa di 
quella porta della città. 

Insignoritisi 1' Ugoni ed il Trioni dell' accennata porta 
e della torre contigua alla medesima, e dispostone alla 



(1) Brixiani vero, Iceto responso, et quod ipsi peroptàbant 
acccpto, die sexta mensis Octobris, dum sol occobueret, nihil 
de his quae in Mediolano acciderant aulumantes , septcntrio- 
nalem januam ciyitatis, quam Portam Pilarum dicimus, inva~ 
dcntes, mox caeperunt. Malvet. Dist. Vili, cap. 55. 



LIBRO VENTESIMOQUINTO 61 ^ 

difesa un forte nerbo di prodi fidati, stavano sospi- 8 " 
rando dall' un istante all' altro i sussidii de' milanesi ^ op ^ 
loro promessi dal già defunto Filippo Della Torre, e anno 
del quale ignoravano eglino ancora il terribile avve- I2 
nimento; e non vedendoli giugnere essi mai, trattisi 
sopra la sommità di quella torre ed addietratisi ai 
merli di ponente della medesima, soccorsi dai raggi 
cerulei della luna che a que' giorni era quasi piena-* 
mente rotonda; spiegavano 1' occhio lungo le vie che 
da quel lato couducouo a Brescia; e quasi lamentan- 
dosi delle ore stesse, perchè a seconda dei loro sospiri 
credevano che procedessero lente, numeravano gli istanti 
che incessantemente seguitavausi, e continuavano frat- 
tanto a spingere le pupille e ad armarle di elaborati 
cristalli invanamente. 

Il delegato dai marchese Oberto Pelavicini a dirigere 
in suo nome questa città, avvisato appena di quanto 
Y Ugoni ed il Trioni avevano operato e di quanto an- 
davano indefessamente attentando, che fatta egli solle- 8 
eitamente raccolta di qualunque istituzione di solda* 
tesca avevagli il suo principe per la difesa di Brescia 
e per la vigilanza politica della medesima affidata, con 
quella sì spinse contro i rapitori di porta Pile e li as- 
salse con tanta violenza e gagliarda, che gran parte ne 
distese al suolo estinta, e fra quella cadde ancora il no- 
bilissimo e prode Sassonio ConfalonierL parte mandonne 
ai ceppi ed altra gran parte costrinse alla fuga. L' Ugoni 
ed il Trioni allo scoppiare di quell' inaspettato assalto 
accompagnati da circa duecento armati frettolosamente 
dentro i cancelli della nominata torre si occlusero (i). 



(i) Albertus auteni cum Roberto et ducentis cwlhus turrim 
quae ad januam e rat ingressus est; caeteris interremptis aut, 



6 a LIBRO VENTESIMÓQUIKTO 

— "— * § g. Trapassarono alcuni giorni non senza attentati 
fropo (] e ]I a guarnigione Pelavicini contro di quella potentis- 
anno sima torre, e non seuza gagliarda di lesa degli occlusi 
nella medesima; quando gli assediati non mai vedendo 
giungere loro da Milano soccorso alcuno, e sospinti più 
forse dalia mancanza delle provvigioni necessarie che 
non dalla paura, per mezzo di interposte persone alle 
quali dalle feritoje di quella torre avevano talvolta la 
sorte di favellare, cominciarono a trattare col delegato 
Pelavicini di un convegno. Ottenuta per tal mezzo una 
carta di salvacondotto, carta sacrameutata sopra gli 
altari e gli evangeli e le reliquie de' santi, Ugoni e 
Trioni accompagnati da breve ma fidatissima scorta 
mossero dinanzi al governatore onde patteggiare con 
esso lui le condizioni della resa di quella torre; ma 1 
giunti appena davanti a quel ministro del Pelavicini, 
immemore egli di quanto aveva promesso, scritto ed 
assicurato Con giuramento, furono proditoriamente e 
per suo ordine avvinghiati tantosto di ceppi, avvin- 
ghiate insieme con loro le scorte che avevanli accom- 
pagnati; e costrette per queir infortunio e più forse 
ancora per la fame le milizie che per loro commissióne 
custodivano quella torre, a cedere il guanto, furono 
tutti il giorno di poi legati sopra carri di ignominia, 
e trasportati nelle carceri di Cremona e delle castella 
più vicine a cfuella città (i). 

santialis 5 vel quibusdam captis^ seti nonnullis terga dantibus.... 
In hac qiiidcm pugna multi ex ufraque parte perempti sunt. 
Ibi Saxonius de Confaloneriis , vir bellicosus et magnae no- 
bilitati^ extinctus est. Malvet. Distinct. Vili, cap. 55. 

(1) Tyrannus vero Albèrtum cum Roberto , et ducentis 
sociis, sed et aliis multis consociis in Cremonensium castella, 
vel cwitatis super plaustris, pedibus manibitsque vinctis lacti- 
mabiliter misit. Malvet. ubi supra. 



LIBRO VESTESIMOQUINfO 63 

Che quei due sgraziali signori bresciani mentre oc- ***" 

cupavano porta Pile e sospiravano i sussidii loro prò- G °*£ 
messi dall' allora morto Filippo Della Torre, ignari anno 
dell' avvenuto, abbiano, siccome è probabilissimo, av- 
viato un qualche messaggero a Milano, e che Napo- 
leone, o come altri lo chiamano, Napo Della Torre 
successore del principe defunto abbia per quel mezzo 
avuto notizia di quanto alcune settimane innanzi era 
Stato secretamente concertato fra que' due signori bre- 
sciani ed il suo antecessore, e di quanto dietro le fise 
intelligenze avevano già i confederali bresciani comin- 
ciato ad operare: è però cosa fermamente dai cronisti 
assicurata, che quel nuovo signore di Milano e di al- 
tre città vicine, appena ebbe avviso di quanto anda- 
tasi operando in Brescia dai collegati del morto sue? 
congiunto Filippo, non egli potendo prudentemente 
allontanarsi dagli stati di una dominazione appena as- 
sunta e da taluni forse ancora contrastata, avviò a 
Brescia in propria vece uu condottiero di molte sue 
schiere, il quale era seguitato ancora dà lunghe file di 
guelfi bresciani, i quali negli anni antecedenti, onde 
salvarsi dalle insidiose persecuzioni del Pelavicini e del 
Dovara, avevano emigrato dalla patria; ed è egualmente 
assicurato che quelle soldatesche milanesi, e que* ra- 
minghi bresciani entrarono in questa provincia, ed iti 
quel giorno appunto nel quale V Ugoni, il Trioni ed' 
oltre duecento del loro seguito incatenati sopra carri 
d' ignominia traducevausi alle carceri cremonesi, quelli 
si presentarono nei campi prossimi a porta File, or^ 
dinatamente iu quelli e' minacciosamente si schierarono; 
ma è ugualmente assicurato che appeua quelli ebbero 
avviso di quanto era ultimamente avvenuto in Brescia, 
lungi dal trattenersi esposti al pericolo di una spro- 



iaC6. 



64 LIBRO VENTESIMOQUliNTO 

^— ■* porzionata tenzone, dietro commissione del loro còn- 
P°5? dottiero, levarono le tende e ritornarono a Milano (i)< 
anno Da ciò può chiunque pienamente conoscere quanto 

in que' tempi di continue combustioni sospirassero i 
Bresciani di liberarsi dalla signoria del marchese Oberlo 
Pelavicirii; ed accortisi essere loro riuscito inutile qUanto 
per tale oggetto avevano sino a que' giorni attentato, 
dietro premeditato consiglio, il giorno nove del pros- 
simo susseguente novembre Incitata ad allarme tutta la 
popolazione è suscitato un generale patrio trambusto, 
dopo di avere massacrate le milizie destinate dal mar- 
chese Feìaviciui alla guardia delle porte di questa 
città, e disarmata ogni altra soldatesca sorvegliante 
per ordine del medesimo' il suo dominio in questa 
provincia, te u taro oro raccomandarsi al governo di Uri 
altro da essi bea conosciuto e di assai migliore ca- 
rattere, e di commettere il principato di questa città 
è provincia al conte Lanfranco Lavellougo, siguore per 
ogni ordine di virtù riputatissimo (2); ma quel siguore, 
lo facesse onde nou esporsi a nuove ed incerte vi- 
cissitudini, essendo già pur troppo ed esso e tutti di 
sua famiglia dalla fazione dei* ghibellini persegui- 



(1)' Eadem die Mediolanensium exercitus. cum expulsis Bti- 
xiensibus apud cam Portam Pilarum in patcntibus campi $ 
apparuit. Sed cum éa quae in Brixia gesta fucrant cognovis- 
sent, hinc sfatim discedentes Mediolanum regressi sunt. iVlal- 
vet. Dist. Vili, cap. 55. 

(1) Eodem quoque mense die nona ( ciò'; del Novemb. 1266} 
tursus populo ad arma concurrente, trucidalis cuslodibus Por- 
f'arum , et de marni Pelavicinorum ablala omni custodia cwi- 
fatis, Lanfranchum de Lavcllungo, qui erat miles ( cioè d' il- 
lustre prosapia) per omnia egregins voluerunt cives ad prìnci- 
palum sublimare. Malvet. Dist. Vili, cap. 56. 



LIBRO VENTESIMOQUINTO 65 

tati (i); o lo facesse conoscendo di non avere forze ■ 
bastevoli a sosteuere con fermezza la dignità esibita, Dopo 
rifiutossi dall' accettarla. I bresciani allora calarono le anno 
creste, e supplicando umilmente clemenza e perdono, Ia66 * 
e promettendo mari e monti, nuovamente al primiero 
loro dominatore Oberto Pelaviciui si umiliarono (2), 
Ma quel marchese non era già un tale che avesse 
sortito dalla natura sentimenti di carità del suo pros- 
simo, non un addottrinato sopra ai precetti pubblicati 
dall' evangelo, e dettati singolarmente nelle impareg- 
giabili sue epistole dall'Apostolo S. Paolo; ma un al- 
lievo invece del Serissimo Eceliuo da Romano. Quindi 
egli udito appena di poter rientrare in Brescia senza 
pericoli, sospinto dal desiderio della vendetta delle 
avute offese, ed incapace di un menomo tratto di cle- 
menza, mosse rapidamente a questa città seguitato da 
lunghe file di tali armigeri, che nominare si debbono 
sicarii piuttosto, o carnefici, e non milizie. Qui fec« 
egli recidere per quelli la testa a moltissimi cittadini di 
ogni rango, e quelle teste recise fattele approntare so- 
pra alcuna di quelle macchine che dicevansi mangani, 
ed avevano forza di spingere altissime ed a lunga di- 
stanza pesantissime pietre, le fece orrendamente bale- 
strare per aria, e scagliare fuor delle mura (3) fece 



(1) Semper enim ab Exelino, et Pelavicinorum tyrannide 
domus nobilium de Lavellongo patrios lares relinquere com- 
pulsa est. Walvet. Dist. Vili, cap. 56. 

(2) At eo resistente, cioè il conte LafFranco Lavellongo, mox 
reddìta est civitas sub custodia Pelavicinorum. Malvet. Dist. 
Vili, cap. 56, 

(3) 11 marchese Pelavicini, in magnam exarsit iram, statim- 
que cum multitudine armigerum Brixiam ingressus est. Mox- 
que jussu ejus multorum abscissa capita, atque eum beiti 

VOL. V. 5 



66 LIBRO VENTESIMOQUINTO 

pT ""~ 1 ~^ T ad altri sperdere con ferri arroventati le pupille, moz- 

/P°£ Q zare ad altri gli orecchi ed il naso, troncare ad altri 

anno le mapi ed i piedi. Ne fece condurre altri moltissimi 

alle carceri di Cremona; e dalle carceri medesime fatti 

estrarre Federico Griffi, Ricciardo e Federico fratelli 

Bocca, e molti altri bresciaui che da lunghi mesi in 

quelle miseramente giacevano, se li fece legati sopra 

carri d' ignominia trasportare a Brescia, e qui il giorno 

i4 dell'Ottobre 1266 appendere tutti pel collo alla 

forca per mano del boja (1). 

§ 11. Que' tratti di tremenda sevizie, tratti che avreb- 
bero dato a rabbrividire gli stessi Procuste, gli stessi 
Falaridi, infiammarono i Bresciani di un tanto ardore di 
sciogliersi dalla fierissima tirannide del marchese Oberto 
Pelavicini, che dietro la condotta di Laffranco Lavel- 
longo, e del frate dell' ordine degli Umiliati Taglione 
Boccacci, insorsero, ed 'impugnate di comune consenso 
A* 1 ** le armi, il sabbaio 3o Geunajo dell'anno susseguente 
assalsero di tutta violenza le soldatesche che erano da 
quel marchese destinate a presidio di questa città, delle 
quali dopo averne massacrata gran parte, ne incatena- 
rono il resto, e lo occlusero dentro i cancelli delle 
pubbliche carceri, indi ai loro direttori Laffranco La- 
vellougo e fra Taglione Boccacci commisero unitamente 
la suprema amministrazione della provincia (2). 

machina, quam aliqui petrariam, et olii manganum vocant, 
extra civitalem projecta sunt. Plurimi quoque naso et auribus 
abscissis, lingua vel oculis, aut pedibus vel manibus privati 
sunt, etc. Malvet. Dist. Vili. cap. 5y. 

(1) Fedencum de Griphis, Bhzardum ei Rodulphum de 
Bocchis, cum ceteris, quos diximus, Cremonam abduclis, 
jfirixiam reductis, super platea jugulari jussit. Idem ibid. 

(2) Briociani cives suorum, propriasque injurias vin- 

fiicare, et ad lìbcrlatis gloriam se se patriamque erigere cu-r 



LIBRO VENTESIMOQU1NTO 67 

il marchese Oberto all' udire quanto a que' giorui 



crasi a suo dauuo e scorno operato in Brescia arse di ir |j? 
quel furore, del quale solo può ardere uua fiera quando anno 
le sieno rapiti i parti. Né avendo quegli forze baste- l<1 7 m 
voli per ispiugersi impetuoso a teutare vendette contro 
ai paesi che torreggiano nel centro della provincia, e 
molto meno contro la stessa città, ciecamente slanciossi 
contro alcuni paesi bresciani prossimi all'Olilo; e non 
osservando che quelli conservavansi ancora fedelissimi 
al suo dominio, uè avevano avuta parte alcuna nelle 
ultime combustioni di questa provincia, soperchiato 
dall'ira, senza considerare cosa operasse, con molta 
copia di soldatesche li invase di tutta furia, mandolli 
a sacco, a devastazione, a diroccamento; feceue avvin- 
ghiare di ceppi gran parte degli abitanti, ed altra 
gran parte crudelmente uccidere. E que' paesi bre- 
sciani che ebbero più degli altri ad essere malmenati 
in quella terribile occasione, furono Orzi - nuovi e 
vecchi, Quiuzano, Poutevico, Ustiauo, Yolungo, e Can- 
neto (1). 

§ 12. Dietro gli eccitamenti del provetto e saggio fra 
Taglione Boccacci, e dell' accortissimo giovane LafFranco 



pientes, contro, Prcesides, et civitatis cuslodias adnitentibus 
maxime Lanfranco Lavellongo, et fi atre Tajone de Bocca- 
tiis, etc. Malvet. Dist. Vili, cap. 61. 

(1) Quod factum cum Marchioni nuntiatum fuisset, statini 
ira et dolore fu ribundus Cremona egressus est, et super villas 
Brixiensium, Castella quae ipse apud litora fuminis Ollh 
oblinebat. inopinate irruens, omnia crudeliter depopulatus est. 
JVam caplivos multos adducens, magnani edam ambis Orcibus 
stragem fecit. Oppida quoque funditus diruit, inier qua) Ur~ 
ceas ut diximus, Quintianum, Pontisvicum, Ustianum 3 Vq- 
lungum, et Canedum. Malvet. Dist. Vili, cap. 6a, 



63 LIBRO VENTESIMOQUINTO 

^^^ LavellonP-o (i) i Bresciani finalmente si persuasero, 
Rppq c he nella pubblica unione brilla la pubblica forza, e 
?nno nella forza pubblica la pubblica sicurezza. Quindi co- 
,a6 ^ nosciuto che il turpe e dannosissimo servaggio di que- 
sta provincia a domimi forestieri, e quel che è peg- 
gio, a dominanti agitati da principii crudeli e ferocis^ 
«imi, era cagionato singolarmente dalle contrastanti 
fazioni cittadine, e dalle adesioni di una parte della 
popolazione agli interessi dell' Impero, e dell' altra a 
quelli della Corte romana: deliberarono di riunire alla 
fine una tanto funesta divisione di patrii sentimenti, 
di formare di guelfi e di ghibellini bresciani un corpo 
ed un' anima sola; e ciò onde trarre da un tale con- 
certo que'beni che naturalmente derivano dalla pub- 
blica unione. Quella deliberazione venne da tutti i 
bresciani colla massima compiacenza accolta; e dietro 
a ciò, per commissione del pubblico consiglio, vennero 
tantosto spediti a Milano alcuni commissarii, perchè 
dietro Y interposizione dei signori della Torre, i quali 
siguoreggiavano allora in quella città, dovessero invi- 
tare i Guelfi bresciani espulsi, che graziosamente ivi 
Ospitavano da già sette anni/ a ritornare alle proprie 
famiglie; e ad assicurarli che tale era il desiderio dei 
loro compatriota, e che da quelli sarebbero stati di 
<^ui migliore maniera possibile accolti (2). 



(1) Che allora fra Taglione Boccacci fosse di età provetta. 
si scopre dal cap, 60 della Dist. FUI. di Malve™; e che 
il Lavellongo fosse ancor giovinetto, ne lo accerta Ottavio. 
Rossi f. 96 de' suoi Elogi istorici. 

(1) Lanfrancus aillem, et venerai). Frater Tajonus Repub- 
blica gubernacula gerentes, inox civium concordia pairiam 
libertalem Uteri deliberarli. Mandant illieo per legatos Mar, 



LIBRO VENTESIMOQipTO 69 

Può chiunque immaginarsi con quanta esultanza que- i JJ ""^ 
gli infelicissimi signori, che emigravano sbandati già *?°P^ 
da uà settennio, accettarono quel propizio invito: è anno 
carissimo a tutti il vivere in patria, dolcissima a tutti * ?* 
la presenza de* suoi. Il celeberrimo poeta Ovidio che 
tratte aveva doti altissime dalla natura, ed altre al- 
tissime avevasi acquistate per mezzo d'improbe fatiche 
e di gravissimi studi ; pianse così amaramente la 
sua espulsione dalla patria, che leggendo le sue elegìe 
sembra vedergli grondare ancora dagli occhi a lar- 
ghe chiocche le lagrime 

« Làbitur ex oculis^nunc quoque gutta meis: 

quel sommo iugegno lunghi auni innanzi di sofferire 
una tanta disgrazia, e di conoscere per prova, quanto 
affligga acerbamente il cuore 1' esilio dalla patria, aveva 
già dettato in altra sua Opera la famosa sentenza: 

» Dulcis amor patria -, dulce viderè suos: 

Quegli esuli bresciani però, quantunque con tutta là 
piena dell' allegrezza ricevessero da' suoi compatriotti 
quel graziosissimo invito; e quantunque si fidassero 
pienamente della schiettezza della deliberazioue decre- 
tata e della commissione loro trasmessa dal pubblico 
patrio consiglio ; pure sospettando che il Pelavicini, il 
Dovara qualche altro potente ghibellino avesse à 



gnatibus de la Turre, expulsos concives, qui jam ah annis 
septem exulaverant, se in chitatem Jidenter recepturos; ac 
omnia grata se Jirmiter abituros^ quos oh ipsius rei causam 
ipsi mediolanenses Principes proeceperunt, invitantes insuper 
èos ut Brixiam quantocius venirent. Malvet. Dist. Vili, cap. 65,' 



? 6 UBRO VENTESIMO QUINTO 

******** t en( ]ere loro o lungo il viaggio, od in Brescia medesi- 
Dopo ma una qualche insidia, supplicarono il vescovo e si- 
gino* gnore di Como Raimondo della Torre, ed i suoi cugini 
ia6 7- Napoleone e Francesco della medesima famiglia, e do- 
minanti allora in Milano ed in Bergamo, perchè aves- 
sero ad accompagnarli con le soldatesche loro in que- 
sta città. 

I supplicati signori della Torre incitati naturalmente 
dal desiderio di prestare assistenza a qiie' nobilissimi 
esuli bresciani che supplicati li avevano di protezione ; 
ed incitati fors' anco più assai dalla previdenza degli 
alti vantaggi politici che da quella pietosa operazione 
sarebbono facilmente ridondati sopra la famiglia loro, 
accettarono l' inchiesta: con lunghe file di schiere co- 
masche , milanesi e bergamasche li accompagnarono 
essi medesimi a Brescia verso la fina L dfcl Feb» 
Brajo 1267 (1). 

g i3. Appena i bresciani ebbero da sollecito nunzio av- 
viso, che gli esuli loro compatriota, ospitanti da lunghi 
anni in Milano, e da essi medesimi invitati a tornare 
con piena tranquillità' e confidenza alle proprie case, 
accompagnati dai signori della Torre e da numerose 
loro soldatesche, venivano allegrissimi, ed anziosi di 



(1) Il cronista Malvezzi, Dist. Vili, cap. f>5, enarrando un 
tale avvenimento, ne ha sbagliato la data, e lo ha rapporta!"* 
come succeduto nel Febbrajo i?65. Il proposto Muratóri si in- 
accorto di quell'errore, e ne' suoi Annali $ Italia ne ha pro- 
tratto il racconto air anno in poi. Io appoggiato ad un istrn- 
mento notarile, istrumento che in più opportuna occasione dc^ 
vrò produrre quasi per intero procedendo, istrumento che trat- 
to dallo Zamboni dal Voi. IV Fragnimlorum della Librerà 
Mazzucehelli, e ch'io conservo nel Voi 1N T . delle Miscellanee del 
medesimo, assicuro che ciò avvenne verso la fino del Febbraio iafi--- 



LIBRO VENTESÌMOQUINTO 71 ^ 

abbracciare i congiunti, gli amici ; di sedersi nuova- ■ 

mente a' proprii focolari, di sdrajarsi nuovamente tran- n°^r 
qui Hi ne' proprii letti, e che già varcato 1' Adda a anno 
Cassano, dall'uà' ora all'altra procedevano iufaticabil- '" 

mente approssimandosi a questa città; i bresciani fatti 
battere a quell'avviso a suono d'allegrezza i bronzi di 
ogni torre; raccogliere di tutta fretta numerose carra 
di froudi d' olivo, la quat cosa poteva essere a quei 
tempi più d' assai facile ai bresciani e pronta che non 
di presente, perchè aliora le pendici di meriggio del 
colle ciduèo, e quelle degli altri prossimi a Brescia 
ridondavano di quelle proficue e dilicatissime piante. 
Fatti al punto medesimo i pubblici direttori raccogliere 
tutti i cittadini nelle chiese della parocchia alla quale 
appartenevano, da dove vestiti i Sacerdoti di candide 
clamidi, e provveduto ogni radunato di una fronda 
d' olivo ( antichissimo simbolo di pace ), preceduti 
dagli stendardi di ogni chiesa, e da quelli della città, 
uscirono processionalmente ordinati di ogni miglior ma- 
niera possibile, e fiancheggiati dalle ordinarie orchestre, 
cantando salmi di gloria all' Altissimo, e di pace ai 
viventi, e di tale maniera lungo la via che da Bre- 
scia inette a Milano, mossero ad incontrare i reduci 
loro concittadini (1). 

Scontratili presso al ponte che lungo quella iunar- 
òasi sopra le correnti del Mella, ivi li salutarono coni 



(1) Ut igìtur Raimiindus de la Turre Cumanus EpisC. Nea~ 
poleon et Franciscus germani tura strenui Medìolanensiuni 
et Bergomatensium ductores in brixianam civitatem mense 
Febbr. pervenerunt; ad quos omnes cwes, sacerdotes quoque 
ac clerici, juvenes ac senes cum vexillis et ramis olwarurn, 
extra portoni cwitatis concurrentes cum omni triumphù^ età 
Mabet. Dist, YM, cap. 6$. 



7 1 



LIBRO VENTESIMOQUlSTO 



. 



tutte quelle affettuosissime espressioni che sono le pi 
J?°£? adalte a significare gli ingenui sentimenti del cuore; 
anno* di uguale maniera risalutati abbracciaronsi e baccia- 
la67 * ronsi scambievolmente; rese grazie in fretta ai signori 
della Torre, perchè si fossero personalmente in uu im- 
pegno che tanto interessava la patria tranquillità adopera- 
ti^ preceduti dagli stendardi sacri e cittadini, entrarono 
tutti ordinatamente in Brescia, assordati graziosamente 
da gran parte di quelle sinfonie, di quelle acclama- 
zioni, di que' festeggiamenti, che solevano dagli anti- 
chi Romani concedersi ai Duci loro reduci trionfanti. 
Gli espulsi bresciani che già da un settennio non 
vedevano la patria, rientrativi appena, incapaci di 
soferire un ulteriore iudugio, salutata frettolosamente, 
e forse ancora con un semplice cenno la comitiva, 
slanciaronsi rapidamente alle proprie famiglie a strin- 
gersi lagrimaudo per 1' allegrezza al seno le spose da 
tanti anni abbandonate; i padri per la consolazióne e 
per la età trepidanti, e pel turbamento e per le la- 
grime interrotti nel favellìo; i figli che [pel settennio 
trascorso erano naturalmente cresciuti, e quasi non 
più conoscevano; e gli altri intanto condussero i signori 
della Torre ad ospitare con ogni possibile gentilezza 
nel pubblico palazzo della città (i)i 

J i4- Pochi giorni in poi, e precisamente il venti- 
duesimo dello stesso Febbrajó, dietro comune consiglio 
de' pubblici magistrati, di tutti i cittadini, degli stessi 
guelfi stati espulsi e restituiti ultimamente alla patria, 
e dei signori della Torre che avevanli accompagnati, 



(1) Porro et qui in exilio guelphi vitam duxerant gratanter 
ey lite in urbe suscepti sunt. Malvet. Disi. Vili, cap. 64. 



LIBRO VEKTESLMOQUtSTO ?3 ^^ 

tulli preceduti dalle sacre bandiere e da quelle della 

città, dal vescovo, dal capitolo de' canonici e da tutto Q°^£ m 
il clero solennemente addobbato, salirouo processionai- anno 
niente il ripidìo del colle cidneo, e giuntine quasi al 
sommo, radunatisi nella piazza del patrio castello, so- 
pra un altare ivi appositamente preparato, sul quale 
erasi trasportata ed eretta la» Croce del Campo, cioè 
quella detta dell' Oro-Fiamma; ed ivi dopo di avere 
prestata assistenza alla celebrazione de' sacri misteri* 
baciando a vicend? quella santa reliquia, nuovamente 
a vicenda giurarousi fedeltà e pace (i). Mentre proce- 
devasi allegramente celebrando quella solennissima fe- 
stività il conte Guido Poncaràli signore dì alto inge^ 
prno e di prontissima ed energica facondia, fattasi 
dinnanzi a quell'onorato e numerosissimo consesso por- 
lare di fretta una tribuna, la salì, e da quella in en- 
comio di tutti i radunati, e della pace celebrata de* 1 - 
clamò una orazione, la quale e per V ordine degli ar- 
gomenti, e per la forza delle prove, e per le grazie 
dello stile, e per le belle maniere onde la espose, fu 
da quanti ivi erano applaudita sommamente, ed am* 
mirata. Disceso il Poncaràli, salì la tribuna medesima 
Y avvocato Corrado Fregameli* indi molt' altri, fra i 
quali furono ancora molti distinti dell' ordine sacer- 
dotale, i quali 1' un dietro all'altro con brevi, concise, 
ed energiche arringhe eccitarono Y un dietro all' altro 



(1) Mense eodem (cioè nel Febbrajo 1267) vigesima secun- 
da die convenientes universi cives, et omnis clerùs cum Cruce 
Campì, et Aurea Fiamma super montem civitatis ubi nunc 
castrum consistit coram princìpibus pace concordati sunt. 
Quam quidem pacem summopere custodire cum Crucis oscu* 
là promiserunt. Malvet. Dist. Y1II, cap. 64* 



7 4 LIBRO VENTESIMOQUINTO 

P^— B ì proprii concittadini ad ouorata concordia e pubblica 
Dopo tranquillità. Finalmente frammischiando tutti gli ab- 
atino braciamenti scambievoli ed i baci alle lagrime di esul- 
1267. tanza -, e ripetendo i giuramenti di unione e pace sa- 
cramentati dinuanzi alla santissima croce ed a Dio, 
calarono dal colle, e tornarono tranquillissimi alle 
proprie abitazioni (1). , 

Siccome sogliono gli uomini emettere voti all' Altis- 
simo, e suppliche d'intercessione ai santi suoi singolar- 
mente quando riversa sul loro capo il cielo terribili 
sciagure, cosa che senza ascendere a scuotere dalle 
polveri antiche ricordanze, vediamo con gli occhi no- 
stri ripetersi di frequente, e singolarmente V abbiamo 
Veduta l'estate i836, quando questa miseranda città 
percossa orrendamente dal pestifero Cholera~morbus , 
innalzò un voto a Dìo supplicandone liberazione, voto 
che adempì fedelmente, mentre F anno seguente le aure 
depurate dal terribile miasma il permettevano: così t 
bresciani medesimi ancora mentre inferocivano le ti- 
rannidi asperrime di Eceliuo da Romano, le posteriori 
di Oberto Pelaviciui. ed indi le discordie patrie fra i 
guelfi ed i ghibellini, avevano rizzata a Dio la destra, 
ed emesso uà voto di eriggergli un tempio, e di rac- 



(1) Tunc ibi Guidèscus ( e come altri moltissimi lo dicono ) 

Qiddus de Pontecarali, c'wis generositate conspicuus 

ad laudem Brixiance civitatis, ad honorem magnatimi de la 
Turre, ad culmen etiam ac pacis augmentum, nec non ad glo- 
riarti Rectorum cmtatis, miranda sermocinatone alloquutus 
est. Pari modo Conradus de Fregamolìs,jurisperitus, qui erat 

vir per omnia egregius sitavi sermone concordiamo nec 

minus pacis auctores comprohavit. Veruni et olii plurimi hono- 
randi circs, doctores eximii, Philosophi ac Theologi ....'..• 
oraverunt) eie. 



LIBRO YElSTESIMOQUIINTÓ ?5 

comandarlo alle pietose intercessioni della SS. Vergine — 

Maria, e del Patriarca de' mendicatiti S. Francesco; e J*°|? 
non avendo per le pubbliche combustioni potuto adem- anno 
pire quel voto negli anni antecedenti, lo mandarono I 7 " 
ad effetto appena dopo celebrato quell'ultimo trattato 
di pace (i). 



(i) Divina misericordia de tribulationibus erepfi, iemplum .... 
ad lauderà et gloriam omnipotentis Dei ', et Virginis gloriosae 
ac Beatiss. Francisci, pulcro edifìcio consumarunt. Malve!, 
Dist. YIII, cap. 65. 



LUI ÌIO VEKTESIMOSESTO 



5 *• \/uanto la cqnservazione di una pacìfica neu-? — ■■ 
tralità dove imbaldanziscano pubbliche discrepanze e Dopo 
contrasti, ed un dilicato e prudentissimp studio della a ó no " 
riconciliazione de' contrastanti ; quanto la solerte e eie- 1267. 
mente, ma quando le circostanze lo domandino rigida 
ed esemplare amministrazione della giustizia; quanto la 
riverenza alla religione dominante, la protezione della 
carità pubblica, delle scienze, delle arti, e quanto in 
fine T ingenuo accorto, ed operoso amore delle popola- 
zioni soggette valgano a procurare ai dominanti , od 
ai semplici governatori delle città e delle nazioni l'af- 
fezione, il rispetto e la fedeltà delle medesime, è cosa 
edotta naturalmente dai priucipii del buon senso, e 
confermata da avvenimenti luminosissimi di ogni na- 
zione e di ogni età. E quanto per lo contrario la par- 
zialità ed il favore dove infieriscano pubblici tram- 
busti, T irreligione, l'ingiustizia, la crudeltà, te de,- 



7 8 LIBRO VENTESIMOSESTO 

vastazloni , le sevizie valgano a staccare dai grandi 

Dopo l'animo dei popoli soggetti, ed a costringerli a tentare 
anno °g u i mezzo per aversene a liberare, senza rovistare vo- 
ì^j. lumi e cercarne testimonianze istoriche, basta volgere 
appena addietro il pensiero e richiamare alla memoria 
le cause della caduta del tremendo Eceliuo da Romano; 
ed osservare ancora come dopo brevissimi anni cadde 
dal principato di Brescia e di altre città vicine il mar- 
chese Oberto Pelavicini (i). 

§ 2. Già cominciando dal § 6 del libro a questo ante- 
cedente, e procedendo sino quasi alla fine del medesimo, 
si è bastantemente raccontato, per quali Serissime tiran- 
nidi il marchese Oberto Pelavicini abbia come a forza 
costretti i cittadini di Brescia a tentare ogui mezzo 
onde espellerlo dalla signoria di questa città e provin- 
cia, si è già raccontato quanti miserandi bresciani aveva 
quegli commessi alla mauuaja del carnefice; e quanti 
altri o di illustri, o di onorate e distinte famiglie ave- 
va quegli fatti tradurre incatenati sopra carri d'igno- 
minia alle carceri di Cremona e di molte altre castella 
di quella provincia. Tali asperissime ferocie di quel 
marchese avevano costretto i bresciani a richiamare 
la mente a partito, ad appacificarsi scambievolmente, 
onde unire le forze delle due avverse fazioni dei me- 
desimi, e procurarsi da quella unione tutta la pa- 
tria poteuza. Quelle asperrime sevizie avevauli spiati 
a supplicare uniti la protezione di altri di validissima 
potenza, cosa che eseguirono raccomandandosi ai signori 



(i) Ubi prò labore desidia, prò contincntia et aequilate libido 
utque superbia invasare, fortuna simul cuin moribus immuta" 
tur: ita Imperituri. Salustius de Cutilinae Conjur. Proaera. f. 2. 
Edil. Cumini de Tridino, f 7 cnet+ \$\tx 



LIBRO VEINTESIMOSESTO 79 

«Iella Torre dominanti allora iu'Milano, ed in altre vi- ?— ""** 
cine città; e se la prima trattativa fra i cittadini di P°E? 
Brescia ed il principe Filippo della Torre, per la morte anno 
impreveduta, anzi pel colpo apopletico che rapì subita- *W* 
neamente di vita quel signore, mentre appunto moveva 
onde porgere ai bresciani soccorso, non potè avere che 
una sciaguratissima riuscita ; la ebbe assai più avven- 
turata la seconda fermata fra que* di Brescia ed i 
Torregiani successori del morto Filippo, che furono Na- 
poleone e Francesco dominauti allora in Milano, ed il 
loro fratello Raimondo Vescovo di Como. 

5 3. Tornati finalmente in patria gli esuli guelfi 
bresciani accompagnativi dai sopraddetti signori della 
Torre, e strettesi in segno di verace od almeno di in- 
finta amicizia con gli attinenti alla fazione contraria 
le destre, e giuratasi sul Jibro degli evangeli, e sopra 
la santissima Croce dell' Orofiamma scambievole pace; 
compiti alia fine i mutui festeggiamenti, tutti si rac- 
colsero in generale consiglio, e di comune consentimento 
elessero, e dichiararono i signori della Torre Principi 
di Brescia; que' signori accettarono di piena esultanza 
un tanto ouore (1), e fu da quelli delegato il signor 
Francesco, secondogenito di quella fraterna a presie- 
dere in questa città e provincia alla suprema ammini- 
strazioue del governo (2). 

Di tale mauiera ridotte le cose di questa provincia 
ad un pacifico andamento, dopo alcuni mesi il princi- 



(1) Universo populo annuente, Brixiensem Principalum ma- 
gnifici proceres de la Turre gerendum susciperunt. Malvet. 
Dist. Vili, cap. 66. 

(2) Franciscus vero ( De la Torre ) civìlatìs, Rector *ffi*i- 
tur. Malvet. ibidem. 



§0 LIBRO VENTESIMOSESTO 

pe Francesco destinato anco da' suoi fratelli supremo 
Dopo Governatore della medesima, lasciato interinalmeote in 
6hio Brescia un suo Rappresentante, fattosi seguitare da nu- 
%% ^ m ineroso e nobile accompagnamento calò in Romagna, 
dove presentatosi al novello Re di Puglia e di Sicilia 
Carlo d' Augiò, a lui umiliò riverente i proprii omag- 
gi; quegli lo accolse con giovialità sovrana, ed onde 
corrispoudere alle gentilezze del medesimo di una ma- 
niera degna dell' alto suo grado, lo ascrisse all' ordine 
d^ cavalieri italici, e lo elesse conte di una contea 
della quale non ne hanno serbato i cronisti il nome (1). 
Francesco della Torre, onorato così distintamente da 
quel monarca, tornò in breve a Brescia, e qui trovò 
che il delegato a fungere le sue veci in questa pro- 
vincia collegatosi con i suoi fratelli Napoleone, Rai* 
mondo, e Paganino (2), e con que' di Mantova, aveva 
con essi loro raccolto un potente esercito, ed invaso 
con quello per ogni parte il territorio cremonese, pre-r 
dandone doviziosissime spoglie, facendone prigionieri 
numerosissimi abitanti, e maudandoue a fuoco assai 
castella, e Covo grosso paese, non molto lunge da 
Pontoglio, fu in quella occasione quasi pienamente di- 
strutto (3). Ciò quelli operarono in vendetta delle atroci 
sevizie praticate dal marchese Oberto Pelavicini; e 



(1) Muratori, Annoi. Tom. FU, fi 3o5 edii. del Quintini 
da Lucca. 

(2) Paganino fratello di Napoleone, Francesco e Raimondo 
della Torre dominava allora in Vercelli. Veggasi Stephanardo 
presso Murai. T. IX, Rer. Italie. 

(3) Cremonensium terras invaserunt; incendia et depreda-, 
tiones facientes, multos captwns abduxerunt. Oppidum Covi, 
et alia quidam castella funditus destruxentnt. Malvet. DisL 
YI1I, cap. 67. 






LIBRO VEINTESIMOSESTO 8* 

quegli non aveva allora forze bastevoli per azzardare ^"^^ 
un cimento, e tentare di ribattere V impeto di un tanto ? ?? 
torrente. anno 

Tornato in provincia il principe Francesco, dietro non 1 7 * 
leggieri fatiche rappatumò que' contrasti; ed ottenuto il 
ritorno alle proprie provincie delle soldatesche bellige- 
ranti , perchè i bresciani non avessero ad intorpidire 
nell'ozio, e sostando con le mani sotto le ascelle (1), non 
avessero campo di volgere il pensiero a meditare qual- 
che altra sciagura, operò da vero filosofo, e persuaso 
della celeberrima sentenza di Platone: che V uomo vi- 
ve rettamente finché una continuata azione conser- 
valo lungo rette vie addirizzato; e da quelle facil- 
mente diverge se abbia a dormigliare ozioso (2), in- 
citò i bresciani a restaurare le castella fatte diroccare 
dal marchese Pelavicini (3), e di tale maniera li stolse 
dalla corrompente inerzia, e ad opere giovevolissime 
alla patria li addusse, 

§ 4* Ciò non pertanto le cose di questa provincia e 
di molte altre vicine non potevano essere a que' gior- 
ni pienamente tranquille. Il furore delle fazioni era af- 



(1) Abscondit piger inanimi sub ascella sua. Salomon in 
Prov. cap. 16. v. i5. Idea leggiadramente imitata dal Cav. Monti 
nella Basvill. ove cantò: 

Evvi il turpe bisogno^ e la restia 
Inerzia colle man sotto le ascelle, 

(a) Plato, in Timaeo. 

(5) Eodem etiam anno Brixiensium Castra, quw jussu ipsìus 
Marchionis prostrata fuerant, ab ipsìs Brixiensibus reaidi- 
Jicata sunt. Malvet. Dist. Vili, cap. 68. 

Yol. V, 6 



8 2 LIBRO YENTESIMOSESTO 

— — f ren ato, ma non sopito; e dove le fazioni, ancora tact- 
Do P° tamenle, tengano disgiunto l'animo de' popoli, la pub- 
?nno' blica tranquillità è sempre incerta, sempre effimera. Il 
126 t- Pontefice Clemente IY, che si era accorto di tali cose, 
ed al quale premeva assaissimo la schietta e piena con- 
cordia delle città lombarde, mentre scorrevano i primi 
o-iorni del maggio 1267, avviò al marchese Uberto Pe- 
lavicini, ai signori della Torre, ed a quanti altri in 
queste regioni parteggiavano pei Guelfi, pei Ghi- 
bellini un apostolico Legato, che era un prelato saga- 
cissimo. Presentossi quegli da prima, e parlò all'Esten- 
se; passato poscia a Cremona tenne frequenti conferenze 
col Pelavicini e col Dovara: alcune volte, onde non met- 
terli a sospetto, con ambi uniti, ed altre o con l'uno 
o con l'altro dei medesimi: e l'accortissimo nelle con- 
fabulazioni che ebbe separatamente con quelli, seppe 
destramente disseminare sospetti e prmcipii di dis- 
senzione fra que' due ardentissimi ghibellini. E sic. 
come quello scaltrissimo ministro si era accorto che 
Buoso Dovara era bensì un personaggio di alta intra- 
prendenza, di animo awincolato alle parti ghibelline, 
ma tenero di cuore, e sdegnosissimo di ogni crudeltà, 
gli ricordò le fiere sevizie commesse dal marchese, gli 
ricordò quanto quelle ripugnavano alla natura ed alla 
carità cristiana, gli fece conoscere quanto in faccia alle 
sentì lui stesso ancora diffamassero, per essere strettii* 
simo partigiano dello stesso marchese. Poscia aggiunse, 
che caso avesse a riuscirgli di espellere il Pelavicini 
dal principato di Cremona, quel principato per consen- 
timento universale sarebbesi sicuramente affidato a lui. 
Di quella maniera lo scaltrissimo Legato apostolico ac- 
cese tanti sospetti e dissidenze fra que' due frenetici 
ghibellini, che procedendo i mesi si percossero scam- 



LIBRO VENTESIMOSESTO 83 

bievolmente (i). Se quel sacro ministro avesse avuto a ^"~ L : 

vivere alcuni secoli in poi, vorrei sospettare che avesse 5°R? 
egli appresi quegli artificii dalle Opere del Secretano anno 
fiorentino, e singolarmente da quelle Osservazioni che ?° 

egli ha pubblicate sopra le Deche di Tito Livio, ma 
avendo egli ciò operato assai tempo innanzi, debbo di- 
re, che od il suo naturale accorgimento, o la ferma ri- 
cordanza dell' antico adagio: divide et impera, furono 
i priucipii che lo addussero a procurarsi un avveutu- 
ratissimo evento. 

§ 5. L'apostolico Legato dopo di avere premesse tali 
disposizioni, presso 1' occaso dell' aprile dell' anno me* 
desimo convocò nella chiesa di Romano (2) grosso ca- 
stello a ponente dell' Ollio, una radunanza di persone 
delegate dalla più parte delle città lombarde, nulla 
curando se quelle appartenessero a parte guelfa, ghi- 
bellina; e ciò solo perchè in quel congresso avessero 
ad esporre alla propria presenza le singole ragioni, e 
dietro a' suoi consigli di fermare pace. Allegraronsi le 
città lombarde di quell' ideato dell'apostolico Commis- 
sario: e tautoslo e Milano e Brescia, e Vercelli, e Ber- 
gomo, e Como, che erauo città governate dai signori 
della Torre, e Cremoua, e Piacenza, ed altri luoghi 
soggetti al dominio Pelavicini, e Mantova e Parma ad- 
dirizzarono a quel congresso i proprii Delegati, a ciò 
autorizzati da appositi documenti; e Brescia in quell'oc- 
casione avviò a quel congresso ben molti fra i suoi 
concittadini, e purché fossero di beli' auimo , di buon 



(1) GafFari Annal. Gennens. Kb. 8. Apuà Murai. T.Vlll 
Rer. Italie. 

(2) In Basilica S. Georgii apud castrum Rumanum , liben- 
tissime et satis digne recepii sunt. Malvet. Dist. TI II, cap. 6^ 



84 LIBRO VEOTESIMOSESTO 

■gggg criterio, e di ferma fede, non istette questa città ad os T 
Dopo servare 'se per le vene di tutti i suoi delegati gorgo- 
^nno' glasse il sangue di Dardano, od il pastoriccio invece 
I ^7- di Titiro; e per questo commise ad un tanto ufficio 
Corrado Fregamoli, Francesco Pregnacchi, Guido Pon- 
carali, Bonifacio Sala, 1' avvocato Piardo dalla Noce, 
Pace Bocca, Bucio Lavellongo, Enrico Confalonieri, Ri- 
dolfo da Goncesio, Brisciano Fiumana, Cresimbene Gi- 
gli, Osservando Tanghettini, e Bortolo Cazzago. Da 
que' radunati si accettò e sottoscrisse quel trattato di 
pace il giorno 9 maggio 1267, e dietro la minaccia 
dello sborso di cento mille marche d'argento da chi 
primo lo avesse ad irrompere, per mezzo di due rogati 
pubblici notarii, si stipulò (1). 

Per le condizioni di quel trattato gli espulsi di 
ogni provìncia lombarda, a qualunque fazione appar- 
tenessero, tornarono liberamente ai proprii focolari, al- 
le proprie famiglie. Ed in quell'occasione tornarono 
alle case loro ancora que' guelfi cremonesi e piacentini 
che per gli editti emanati dal marchese Oberto Pela- 
vicini dominante in quella città, erano stati costretti 
a ramingare dalla patria, ed a strascinare in esilio per 
lunghi anni una vita affannosa, irritata, e concussa con- 
tinuamente dal lampeggio d' inutili speranze, dal 
rombo d' imaginate paure. Que' cremonesi e piacentini 
reduci in patria, e riabbracciati dai padri, dai fratelli, 
dalle spose, dai figli, e da quanti ancora avevano ad 
essi spiegato un avverso partito, studiaronsi deprimere 
per lunghi mesi nel profondo dell'animo l'ira dalle 
^offerte persecuzioni incitata, ed il sospiro della vendei- 






(1) Mulvet, DisL FUI, cap. 69. 



LIBRO VENTESIMOSESTO 85 

ta. Ciascheduno di quelli fingeva dolci le parole, sere- ~"~ r ' -- 
nissima la fronte: ina.... Mternum servans sub pedo- G> 0J j? 
re vulnus (i) covava vendette, e meditava secretamente anno 
le maniere ed il giorno di mandarle ad esecuzione: co- 
sa che non venne a lunghi mesi protratta. 

§ 6. Raccoltisi quegli irritatissimi guelfi, quantun- 
que simulanti di avere dimenticato ogni avuta ingiu- 
ria, e di essere fermi al convegno di pace giurato nel- 
la chiesa di s. Giorgio di Romano, raccoltisi quelli in 
poche e secretissime radunanze, concertarono in Cre- 
mona le maniere di stogliersi dàlia signoria ond' erano 
depressi, e di spingersi contro al Pelavicini, al Dovara, 
ed a tutti quegli altri ghibellini, coi quali avevano da 
poche lune raccougiunte le destre, e per infinta amici- 
zia ricambiati i baci; e fiso il giorno ed il punto d'in- 
sorgere, tutto ad un tratto uscirono furenti dalle pro- 
prie abitazioni, seguitati da tutti que' loro particolari 
satelliti, e da que' villici di loro pertinenza, che ave- 
vano potuto di tutta fretta, é di tutta secretezza rac- 
cogliere ed armare; e mugolando minacce a tutta go- 
la, e bestemmiando alla giannizzera, sorpresero in bre- 
vi istanti alcuni fortilizii ed alcuni luoghi pubblici, se 
né impossessarono, ed in meno di mezz' ora diffusero 
lo spavento per tutta Cremona. Inorridito il marchese 
Pelavicini da un tanto e così imprevveduto trambusto, 
non istette a perdere pure un istante a chiedere infor- 
mazioni od a prendere consigli; ma chiamatosi a se- 
guito Oberto Lodi, che era figliò di una sua' sorella 
capitano di alcune squadre, e per avventura a lui pre- 
sente, e tutti que' fidati e quegli armigeri che potè 



(1) Virgìlius, JEneid, Uh. /, v. 4°' 



86 LIBRO VESTESIMOSESTO 

1 avere all'istante, ed uscito da Cremona di tutto slan- 
Dopo c ì 05 e tragittato co' suoi compagni fortunatamente il Po, 
anno andò a prendere con alcune di quelle milizie rifugio 
ia6 7- nel castello di Busseto, ed addirizzò con altre il nipote 
Lodi in quello di Borgosandounino, del quale la fami- 
glia Pelavicini godeva a que' tempi giurisdizioni feu- 
dali (i). Buoso Dovara sorpreso e paventato anch' egli 
da quegli altissimi rumori, chiamate seco in fretta le 
soldatesche che ospitavano ne' quartieri prossimi alle sue 
case, quantunque foss' egli riputato un vero prode, fug- 
gì da Cremona come fugge un lepre inseguito dai vel- 
tri: passando nelle vicinanze d'Isola Dovarese, grosso 
eastello di sua giurisdizione, avviò un suo luogotenente 
con una buona mano di armati a presidiarlo. E non 
egli osando racchiudersi in quello, seguitato da altri: 
armigeri, proseguì la fuga, e varcato V Ollio a merig- 
gio di Volungo, entrò in bresciana, e mosse a prendere 
rifugio in Fiesse (2). 

Non è da imputarsi al Dovara per quell' azione un 
tratto da vile, perchè auzi, considerate le circostanze 
che strignevanlo, operò da accorto e prudentissimo ca- 
pitano. Avrebbe esposto stoltamente a tremendo pericolo 
e se medesimo* ed i suoi, se avesse avuto a racchiu- 
dersi con tutti quelli in un castello mancante de' ma- 
gazzeni necessarii per resistere ad un lungo assedio; 
quindi lasciata in quello una guarnigione fidala, e pro- 
seguita egli la fuga sino alla sponda sinistra dell' Ol- 
ilo, e rifugiatosi nel castello bresciano di Fiesse, era 
passato a porsi in grado di non poter essere aggressò 
dalle persecuzioni dei cremonesi, perchè ospitalmente 



(1) Sigonius, De Regno Italico. 
(1) Malvet. Pist, Vili, cap. fa 



LIBRO YEINTESIMOSESTO 87 

ricoverato dentro ai confini di una provincia loro ami- 

ca, e che non poteva essere penetrata con forze armate q °?? 
Senza una aperta violazione del diritto delle genti, ed anno 
e^li di là poteva provvedere quauto mai conosceva es- 12 '" 
sere necessario ai magazzeni del castello d' Isola; ed 
avveduto, ed irrequieto, e franco siccome egli era, sep- 
pe egli cogliere il punto di varcare l'Ollio con lunghe 
file di carri carichi di foraggi e di munizioni di ogni 
maniera, e francato da valorose scorte condurli in quel 
castello, la qua! cosa ebbe la ventura di ripetere più 
volte (1). 

§ n. Carlo d'Angiò nuovo re delle Puglie e della 
Sicilia aveva allora ottenuto ancora la siguoria di qua- 
si tutta Toscaua, ed andava cou la forza ad impadro- 
nirsi del restante di quella fioritissima regione. Il Pon- 
fefice Clemente IV, come fosse assoluto padrone di quei 
paesi, ne lo aveva in quelli dichiarato vicario im- 
periale; quel principe, che per essere aderente alla 
sacra sede, operava da ardentissimo guelfo, espulse 
dalla Toscana ogni ghibellino, e permise a' suoi fidati 
che si avessero ad impadronire delle possidenze loro. 
Una tanta protezione, ed un tanto elevamento procu- 
rato dal Papa a quel francese irritò gli spogliati ed 
espulsi ghibellini di que' paesi forse più assai che non 
le sciagure particolari che erauo costretti a sofferire (2); 
quindi eollegatisi con gli altri ghibellini italici addiriz- 
zarono tutti insieme una deputazione in Germania al 
gioviuetto principe Corradino, che era figlio del re Cor- 
rado, secondogenito dell' imperatore Federico II, sup- 
plicandolo di scendere armato in Italia, di espellere il 



(1) Malvet. Dist. Vili, cap. 70, ad càlcem, 
{1) Raynaldus, in Annalib. MccL 



88 LIBRO YENTESIMOSESTO 

1 provenzale Carlo d' Angiò da un dominio irragionévole 
P 3 ?? niente affidatogli, di assumere egli medesimo la signo- 
anno ria delle due Sicilie, e promettendogli per un tale ope- 
" J ' ramento ogni loro possibile sussidio (i). 

J!i : on bisognarono lunghe industrie per suscitare a 
tale impresa quel giovane anziosissimo di gloria e 
d' impero; aderì egli tantosto alle presentategli istan- 
ze: e con quante schiere e di cavalleria e pedestri po- 
tè frettolosamente raccogliere, valicò fra pochi mesi le 
Alpi seguitando gli aditi del Tirolo, ed entrato nella 
prossima Verona, città fedelissima alle parti imperiali, 
si trattenne in quella per alcun tempo onde ristorare 
le milizie dalle fatiche del viaggio, ed onde concedere 
tempo a que' maneggi, che in suo vantaggio andavansi 
celatamente procurando per tutta Italia da' suoi fauto- 
ri (2). Siccome però quel principe non era munito di 
un peculio sufficiente a sostenere Y esercito che lo ac- 
compagnava; ne ardiva* onde procurarsi soccorsi, di 
staccarsi l' animo de' veronesi imponendogli straordina- 
rie contribuzioni, tragittato con tutte le schiere il Min- 
cio, penetrò in bresciana; ed ora spingendosi contro un 
paese, nel quale alcun guelfo tenesse signorie, od al- 
meno grandiose possidenze allodiali, ed ora contro al- 
l'altro, li depredava di ogni più crudele maniera, e 
così procedendo pervenne sino a Montechiaro, dove in 
campagna spiegò le tende e si barricò (3). 



(1) Sabas Maìaspina, Uh. 5, cap. 17. 

(2) Monacus patavinus in Chronic. apud Murai. T. 8. Rer. 
Italie. 

(5) Malvet. Dist. Vili, cap. 71. racconta che Corradino varcato 

il Mincio, ed entiato in bresciana, max circumsUas guelforttm 

ti rat irrueriS; omnia farro, igne pi a>ilaque sostando : Brixicn- 






LIBRO YENTESIMOSESTO % 

§ 8. I ghibellini di Brescia, quantunque da alcuni . 
mesi rappalumali con quelli dell' avverso partito, e per G °l£ 
mezzo di Francesco della Torre di provvidissime, eie- anno 
menti ed imparziali maniere governati, all'udire la 
vicinanza delle schiere tedesche condotte dal principe 
Corradiuo, e le rapacità e le sevizie onde quelle spia- 
o-evansi contro le attinenze dei guelfi bresciani, esulta- 
rouo di gioja immoderata; e tripudiarono con tanti fé* 
sleghiamoti, e mugliarono tanti cantici di allegrezza e 
dilatila, che quelli dell'avverso partito non più sa- 
pendone sofferire i clamori e gli insulti, il lunedì i4 
novembre 1268 ruppero improvvisamente all' armi, ed 
avrebbero fors' anco massacrati od espulsi dalla città 
que' facinorosi, se i' ottimo e rispettatissimo governa- 
tore non si fosse con tutta prudenza ed energia solle- 
citamente adoperato per calmare quelle terribili com- 
bustioni, la quai cosa ottenne felicemente lo stesso 

giorno (1). 

Il governatore di questa provincia Francesco della 

Torre, dopo quell' operato, rapportò sollecitamente ai 

suoi fratelli il vescovo Raimondo, ed i signori Napo- 



sium etiam loca usque Monteclarum pervasit. Ibique ^asinirn 
illud, vel urbem Brixiw se habiturum, annuentibus ghibelh- 
nis existimans, cwn omri exercitu in campestribus castra- 
menlatus est. 

(0 Malvet. ibid. Erat de hac re ghibellinis ubique gaudium, 

agebant in hac cwitate ubique tripudia Verum non eis ut 

sperabant evenit siquidem die Luna i4 novembris anni 

ejusdem, guelfi contra ipsos ghibellinos in arma surgenles, eos 
de cwitate estrudere aut deieri voluerunt, nisi eos Franciscus 
de la Turre, qui lune erat ejusdem urbis prwses cohibuisset) 
illius enim principis exkortationibus , guelfi eadem die arma 
deponente* etc. 



1268. 



go LIBRO VENTESIMOSESTO 

■ leone e Paganino quauto era ultimamente avvenuto in 
J?°Pp questa città, e come gli l'osse avventuratamente riusci- 
anno to di rappatumare il tutto. I suoi fratelli però, sicco- 
me avevano comuni, con esso lui le* giurisdizioni signo- 
rili di Brescia, fatto fra se medesimi consiglio, delibe- 
rarono di assicurarsene di una maniera più ferma, e 
di non lasciare invendicate le audacie di que' guelfi 
bresciani, che tratti da un furente risentimento eransi 
addotti a quelli eccessi; e quantunque fossero già a 
que' giórni, almeno apparentemente, riconciliati quei 
contrasti, commisero al governatore di Brescia il fra- 
tello loro Francesco di assicurarsi tantosto di otto guelfi 
bresciani, parte di nobile e parte di schiatta cittadi- 
na, i quali tutti però fossero per la pubblica conside- 
razione onorati, e si fossero in quelle ultime patrie agi- 
fazioni distinti; e di farli tutti tradurre incatenati a 
Milano, usando ogni possibile cautela (i). 

§ 9. Quella commissione venne da Francesco della 
Torre fedelmente e prontamente eseguita; e che i 
suoi fratelli poi gliela avessero ordinata, o perchè tratti 
dal desiderio di avere in mano otto ragguardevoli sta- 
tici appartenenti a quella fazione che sopra alla con- 
traria in Brescia preponderava; o che abbino ciò ope- 
rato invece, siccome ne lo tramandano alcuni scrittori 
di alto concetto, perchè fossero que' signori sospinti ad 
un attentato di altissima ambizione, certamente lo fe- 
cero; e quell 5 operato addusse a così alti sospetti, ed 
à tanto risentimento i guelfi bresciani (2), che pochi 



(1) Malvet. Dist. Vili. cap. 72. Principes de la Turre guel- 
phot popularcs et nobiles odo hujus cwilatis, milites per om- 
nia cgregios, Mcdiolanum in cxitium retrudere arbitrali sunt, 

(2) Elia Caprioli, Ist. Bresc.'f. q5 pei tipi Tebaldino i63d. 



LIBRO VEiSTESlMOSESTÓ 91 

Giorni ìq poi, che fu il decimoquarto decembre, ir- 

ruppero nuovamente all' armi, il governatore della prò- *^g 

viucia Francesco della Torre, ed il vescovo di Conio anno 
, , . » . • 1 1268. 

suo fratello Raimondo, che era in que giorni suo ospi- 
te, inorriditi da un tanto rumore, fuggirono da Brescia 
con quanta sollecitudine poterono, ed i guelfi intanto 
espulsero furentemente dalla città quanti conoscevano, 
od almeno sospettassero appartenenti alla fazione dei 
o-hibellini, e li costrinsero a rifugiarsi immediatamente 
nell'uno nell'altro castello della provincia; sicché al- 
cuni si ricoverarono trepidanti nelle rocche di Bassàno, 
d'Alfiauello, di Seuiga, di Pralboino; altri in quelle ^ 
di Padenghe, di Desenzano, di Rivoltella; Fra Taglio- 
ne Boccacci andò a chiudersi in quella di Mauerbió; 
e non pochi sino dietro i burroni della Valcamonica 
si ricoverarono (1). 

Que' raminghi ghibellini bresciani che si erano fi- 
furiati nelle castella di Rivoltella, di Desenzano e di 
Padenghe, paventando di essere dall' un giorno all'al- 
tro assaltati da quelli della fazione nemica, raccoman- 
darousi alla protezione dei verone:!, coù quelli ne con- 
vennero de' patti, e dietro al concertato con essi loro, 
fra pochi giorni cedettero a Yerona tutte e tre quelle 
castella. I cremonesi ancora tentarono a que' giorni di 
penetrare coli' armi nella rocca di Fiesse, nella quale 
Buoso Dóvara erasi co' suoi armati, dietro un tratto di 
amica ospitalità ricoverato e gagliardamente fortificato, 



(1) Ejecti vero cives in Seniga, Jlfianello, Bassano, PrataU 
hoino, Desentiano, Rivoltella, Patengulis, nonnulli etiam in 
terris Valliscamonicce se contulerunt. Porro frater TajonuS 
( il Boccacci ) qui et tunc expulsus fuit, in oppido Manervii 
tonfugiumfecit. Mahet. Dist. Y1I1. e. 72. 



£2 LIBRO VENTESIMÓSfiSTO 

mmmmm ^ ma dopo brevi ed inutili attentati furono costretti a 
Dopo ritirarsi a meriggio dell' Ollio (i). 
anno § io. Il principe Corradino di Svevia che da' suoi 

* a ì * erasi già fatto proclamare re delle due Sicilie, e che 
sospirava ardentemente aucora alla corona imperiale, 
nulla ratteuuto dagli anatemi fulminatigli contro dal 
pontefice Clemente IV, nulla agitato per la incessante 
diserzione delle mal pagate sue truppe; e quel che è 
più, nulla spaurito dalla maggiore potenza dell'altro 
re delle due Sicilie Carlo d'Augia e dì Provenza, e da 
quella del pontefice e de' guelfi ausiliarii del medesi- 
mo, confortato dagli eccitamenti di alcuni signori spa- 
gnuoli e napoletani, usci da questa provincia, e var- 
cato r Ollio ed il Po, e superati gli Appeuini, dopo al- 
cuni scontri di varia fortuna, calò alla fine nelle Pu- 
glie, dove attaccato dalle schiere siciliane, dalle pon- 
tificie, e da quelle di gran parte di guelfi, afforzato a 
battaglia cadde prigioniero, e miserabile vittima delle 
proprie ambizioni e delle altrui, assoggettato ad un 
apposito tribunale, dinauzi al quale difeso invanamente 
con solidissime ragioni dal celeberrimo giureconsulto 
Guido da Suzzara, venne condannato a morte, e sulla 
pubblica piazza miseramente decapitato (2). I guelfi di 
tutta Italia, e vergognosamente fra gli altri i nostri 
bresciani aucora sentirono tanta allegrezza per la ese- 
cuzione di quell' orrida sentenza, che sospinti da una 

(1) Dum hmc apud Brixienses geruntur, Ductores Vero- 
ncnsium castella Desentiani, Rwoltellae, et de Patengulis ar- 
ripuerunt. Crernonenses quoque arcem expungentes, ubi Buo- 
sus se communiverat, Mine dìscendentes ad propria remea*- 
runt. Malvet. ibidem. 

(2) Bartholomeus de Neocastro cap. 9. — Giovanni Yillani, 
Lìb. FU, cap. 29. 



LIBRO VENTESIMOSESTO 9 3 ^^ 

gioia cieca e da uno spirito frenetico pazzamente la S"25i 
celebrarono con festeggiamenti inverecondi, e lubrici ^°P^ 
tripudii (1). ; J™ 

Levate aveva appena dalla campagua di Monte- 12 9< 
chiaro le tende, ed appena era uscito dai confini di 
questa provincia ¥ immaginario re Corradino, cjie la 
fazione de' guelfi la quale allora sopra alla avversa in 
questi paesi predominava, spinse le armi contro al ca- 
stello di Manerbio,nel quale il ghibellino fra Taglione 
Boccacci erasi rifugiato e fortificato; e mentre andava 
tentando 1' espuguazioue di quel forte, giunsero ad in- 
terromperne le mosse i principi della Torre, i quali ir- 
ritatissimi contro i guelfi bresciani per gli affronti dai 
medesimi avuti, seguitati da numerose soldatesche var- 
carono l'Ollio, ed entrati in questa provincia s'impa- 
dronirono del castello di Capriolo, indi cinsero d'asse- 
dio quello di Palazzuolo (2), e di tale maniera tornaronsi 
in bresciana ad accendere nuove pugne. 

§ 11. Il pontefice Clemente IV, Azzo d' Este marche- 
se di Ferrara, il conte Lodovico Saubonifaci di Verona, 
e quanti altri primeggiavano fra i guelfi italici senti- 
rono grave dispiacenza di que' dissidii, e tentarono ogni 
mezzo onde rappattumarli; anzi il pontefice avviò per 
questo a Brescia il suo legato, l'arcivescovo di Raven- 
na Filippo Fontana, al quale felicemente riuscì di ot- 
tenere una sospensione di armi, mentre andavasi da 



(1) Quanto ai guelfi italici veggasi Ricobaldo presso Mura*. 
Tom. IX. Rer. Italie, e quanto a quelli bresciani, eccone le 
parole del dottor Malvezzi, Dist. Vili, cap. 74: vidìsses guelphos 
curri omni exultatione variis jocis de tanto Caroli trophaeo 
Deo gratias conclamare. 

fa) Malvet. Dist. VIH, cap. y5. 



94 LIBRO VENTESIMOSESTO 

™ — lui procurando fra que' contendenti un convegno di 

R°^q pace; allora i guelfi si ritirarono dall' assedio di Ma- 
anno nerbio, i ghibellini e gli armati milanesi da quello di 
r Palazzuolo; auzi per reciproco consenso di ambe le fa- 
zioni bresciane venne allora affidato Palazzuolo al le- 
gato pontifìcio finché non avesse potuto addurre i con- 
trastanti a sottoscrivere il trattato di pace; e venne au* 
co allora permesso a Francesco della Torre di ritor- 
nare liberamente iu Brescia, e restituita al medesimo 
quell'alta autorità dalla quale era stato da pochi mesi 
espulso. Ciò avvenne circa i 20 d'agosto dell'anno 1269, 
quando il martedì 28 del mese medesimo i ghibellini 
sostenuti dal governatore Francesco della Torre e diretti 
dal nobile Bertolino Cazzago francamente dichiararono, 
che non sarebbono mai discesi ad accettare alcun trat- 
tato, finché non si fossero richiamati liberamente in pa- 
tria li amici loro espulsi. I guelfi, sostenuti da molti 
di alta potenza e singolarmente dal loro direttore su- 
premo il conte Alberto Gambara, si opposero a quella 
dichiarazione con tanto ardore, che senza frapporre in- 
dugio ruppero all' armi, e scontratisi cogli avversari j 
sulla pubblica piazza si azzuffarono scambievolmente, e 
fureutissimi continuarono scambievolmente a battersi 
sino ali' imbrunir della notte. 

Al primo albeggiare del mattino seguente Bertolino 
Cazzago condusse gli armati ghibellini ad assaltare il 
palazzo del condottiero supremo degli avversarli, il 
conte Alberto Gambara, palazzo che non era discosto 
dalla presente parrocchiale di s. Agata. Accortisi di 
tale attentato i guelfi impugnarono anch' essi subita- 
mente le armi, ed accorsero in difesa del loro capita- 
no, e quindi in quella contrada ed in altre circonvi- 
cine toruossi ad accendere una [zuffa somigliante al- 



LIBRO VENTESIR10SESTO qS 

l'orrida datasi nella pubblica piazza il giorno antece- ? — "^ 
dente. Cadevano gli uui morti o feriti sopra gli altri, ~ E? 
distesi feriti o morti e l'aspetto di quell'orrore, e le urla anno 
dei percossi, ed il languido gemito dei moribondi, ed il l2 9 * 
sangue fraterno che discorreva fumante per le patrie con- 
trade non valeva a rattenere quegli irritatissimi faziosi 
dal dimenare il ferro, e dallo spingersi e respingersi cal- 
pestando i proprii concittadini distesi miseramente per 
terra: la sola oscurità della notte potè sospendere gì' im- 
peti di que' furiboudi (i). Ma uscita V aurora del gior- 
no seguente, che era il penultimo d'agosto riuscì ai 
guelfi di mandare ai ceppi un numeroso drappello dei 
più cospicui ghibellini, fra i quali primeggiavano Bo- 
nifacio e Bartolomeo fratelli Bocca, e Leone suo figlio, 
Federico e Giovanni Lettavesti, Egidio della illustre 
famiglia de' Calzavegli, Ghirardo Palazzuoli, Patrizio 
Concesio ed alcuni suoi fratelli, Iverardo Bonati, e lo 
stesso Bertolino Cazzago che ne era il condottier su- 
premo. Il conte Alberto mandò subito per essere assi- 
curati nelle sue carceri del castello di Gambara i pri- 
gionieri Bocca e Concesio, e tutti gli altri vennero oc- 
clusi nelle prigioni pubbliche della città (2). 

(1) Pacem unquam habituros lestabantur, nisi quos urge-' 
~bant in exilium in urbem reciperent. Adhuc autem Jbrtiter 
ipsis instantibus ( Francesco della Torre ed i ghibellini ) sur- 
rexere quidam de oplimatibus in civitate, ed ad arma con- 
currenles die 28 augusti 1269, voluerunt expulsos cives in 
patriam revocare. Sed populi pars validior super eos irridi, 
ed donec non Jieret super platea populi pars altera in alteram 
a ccede non cessavit. Posterà vero die eie. Malvet. Dist. Vili., 
cap. 76. 

(2) Pacem de Bocchis, et Patritium de Concesio cuinfra- 
trìbus suis Albertus de Gambara in castro suo Gambarce 
reclusit; reliqui vero in carceribus Brixioe retenti sunt. Mal- ^ 
vet. Dist. Vili, cap. 76. in fine. 



9 6 LIBRO VENTESIMOSESTO 

- "'" '"""' § i 2. Mentre scorrevano que' giorni, i conti da Ga- 

®°P° salalto, che per essere discendenti dall'altissima ed 
anno antica famiglia di Lomelo, cioè da quello stipite istesso, 
l2bc J' come già si è detto, onde ebbero origine i Lavellongo 
e gli Ugoni di Brescia, ed i Zanacagli di Mantova: i 
conti da Casalalto, i quali godevano spaziosissime pos- 
sidenze e grandiose giurisdizioni uè' territorii di Bre- 
scia, di Mautova e di Cremona, incitati e diretti dallo 
intraprendente Finamonte Bonacossi, espulsero dalla si- 
gnoria, o per meglio dire dal dominio della città e 
provincia di Mantova i loro cugini conti Zanacagli, e 
delle giurisdizioni loro s' impadronirono. Dimenticando 
però quelli di concedere un premio conveniente all' ac- 
corto e franco Pinamonte Bonacossi che per quell'im- 
presa avevali eccitati e condotti: sdeguato quell' intre- 
pido di una così mala corrispondenza (i), procurossi 
numerosi e forti associati e giovato delle forze loro 
insorse contro i Casalalto, scacciolli da Mantova, e fe>- 
cesi egli medesimo proclamare dominante di quella 
città e provincia (2). 

Carlo d'Angiò fratello di Lodovico re di Francia, 
dopo avere ottenuto lo scettro delle due Sicilie, aspi- 
rava a tutto intero il dominio d' Italia: e perciò infor- 
mato delle aspre contese dalle quali era allora agitata 
la Lombardia, metteva ad opera ogni industria onde 
procurarsi alta considerazione e rispettosa benevolenza 
dalle popolazioni di queste regioni, perchè dalle me- 
pltsime potess' essere facilmente acclamato loro sovrano. 



(1) Platina, Histor. Mantuana, apud Marat. Tom. 2o > Ker. 
Jlalic. 

(2) Malvet. Dìst. Vili, cap. 77. 



LIBRO VENTESIMOSESTO 97 

Dietro la suprema direzione del calabrese, 1' Arcivesco- ■ 
vo di Sanseverina, inviò egli a Brescia alcuni cospicui Dopo 
signori, la più parte dei quali erano bologuesi, per- fuino' 
che unitamente a quel prelato, avessero siccome suoi ri6 9' 
messaggeri ad adoperarsi onde calmare le ire e rimet- 
tere ad amica unione le fazioni contendenti in questa 
provincia; la qual cosa que'regii messaggeri dopo 
gravissime cure finalmente ottennero, e fra i guelfi ecj 
i ghibellini bresciani per loro mezzo si firmò la pace. 
§ i3. Ma insorte poco in poi nuove contese: perchè 
alcuni pretendevano restituiti a piena libertà i ghibel- 
lini che nelle carceri di Brescia e di Gambara giace- 
vano in ceppi; altri declamavano, non essere prudenza 
il concedere libertà a que' fanatici ; ed il regio dele- 
gato calabrese, 1' arcivescovo di Sauseyerina non badan- 
do alle ripugnanze d'altrui, e sostenuto dalle forze dei 
guelfi bresciani, fece estrarre quegli infelici dond' era- 
no chiusi, e mentre percorreva il gennaio 127,0, li Anno 
fece^utti condurre in Piemonte, per essere racchiusi * 7 °* 
in Alba-Pompeja antichissima città, torreggiatile alla 
destra sponda del pauaro (1). Ma i due accorti e po- 
tentissimi ghibellini Buoso Dovara da Isola, e fra Ta- 
glione Boccacci di Brescia seguitati da lunghe file di 
genti armate agguatarono lungo le vie le soldatesche 
dell' arcivescovo calabrese, che incircospette traducevauo 
ad Alba i detenuti bresciani: ed assaltatele all'improv- 
viso le sbaragliarono, tolsero loro e restituirono a li- 



(1) VenerablUs pater, annuente pop\do et magnatihus. ( si 
intenda sempre del partito guelfo) cwes quos diximus de car- 
ceribus tollens ad civitatem Alice in exilium misit mense jan~ 
nuario sequentis anni. Malvet. Dist. Vili, cap. 79. 

Yol. V. n 



9 8 LIBRO VENTESIMOSESTO 

— — « berta gV incatenati amici, e diedero a ceppi circa cento 
^P di que' soldati a cavallo che li scortavano (1). 
anno* Né fu quello il solo vigoroso attentato eseguito dai 
"7°- ghibellini bresciani in quella occasione. Fra gli altri 
messaggeri del re Carlo che diretti dall'arcivescovo di 
Sanseverina erano a que' giorni in questa provincia, 
distluguevasi un certo Ugone Staca, e quello, accom- 
pagnato da alcune milizie siciliane, e da lunghe e va- 
nogloriose file di giovani guelfi, e la più parte nobili 
bresciani, erasi trattenuto lunghi giorni a Gambara, 
onde essere approntato a sorvegliare la pubblica tran- 
quillità, mentre avevansi a trarre dalle carceri di quel 
castello i prigionieri delle famiglie Bocca e Goncesio 
per essere tradotti ad Alba-Pompeja insieme con gli 
altri ghibellini che giacevano nelle prigioni pubbliche 
di Brescia (2). Il giorno dopo essere stata eseguita quella 
missione, lo Staca, seguitato da' suoi commilitoni prese 
le vie per Brescia. I ghibellini della città avevano 
scaltramente presentita quella mossa, ed iuvipei#i e 
Contro lo Staca, e contro quanti lo accompagnavano, 
spedirono una vigorosa schiera di armati con ordine 
di appiattarsi lungo la strada onde quelli dovevano 
passare, e dove loro il concedesse meglio la circostan- 
za di assalirli con impeto improvviso, e se il si po- 
tesse di massacrarli tutti. Quelle milizie ghibelline ese- 
guirono fedelmente l' imposta commissione, e precedute 
da alcuni esploratori calarono sin presso a Leno, dove 
avvisate che i guelfi reduci da Gambara erauo vicini, 



(1) Caffari, in annal. Gennens. Lib. Vili, apud Murai. 
Tom. VI, Rer. Italie. 

(1) Malvet. Dist. Fili, cap. 80. Murat. Annali Tom. VII, 
f % 322 Edh. di Lucca. 



(i) Cumque posterà die ad cwitatem repedarent, per Leo- 
nensem villam transmeantes, ibi super eos ab urbe electi ino- 
pinate et subito irruunt, magnamque ex eis stragem fecerunt. 
In hac pugna Petrus de Gambara, miles per omnia egregius, 
fortiter gessit, qui insanabili vulnere sauciatus, hostium ma~ 
nus evadens, in palatio suo Brixice defuncius est. Malvet, 
Dist. Vili, cap. 81. 

(2) Prele Bernardino Faini, a car. 57 del Ragguaglio della 
signoria di Brescia, pei tipi dc'frat. Salbi i658. Malvet. ubistip. 



LIBRO VENTESIMOSESTO 99 

si agguatarono secretnmeute ne campi che circondano *** 
quel paese, e giunto l' istaute si scagliarono loro ad- ^°V° 
dosso per ogni lato: per le contrade di Leno li batta- anno 
gliarono con tanto furore, che li stesero a terra per 12 7°« 
la più parte estinti. In quel fatto d'arme il conte 
Pietro figlio del conte Alberto Gambara, che era uno 
de' guelfi bresciani che accompagnavano lo Staca, venne 
da un asta ghibellina trapassalo i fianchi; ebbe però lo 
sciagurato giovane la sorte di tenersi fermo iu sella, 
e di protrarre la vita finché si trasse a spirarla fra le 
braccia de' congiunti nel proprio letto in Brescia (1). 
§ i4- La fazione dei guelfi che per essere sostenuta 
dai cospicui messaggeri e da alcune soldatesche del 
re Carlo I. di Sicilia primeggiava allora fortemente in 
questa cittàj rimase talmente sbigottita dagli ultimi 
inaspettati assalti avuti dai ghibellini, e singolarmente 
da quello che dato avevano iu Leno al pugliese Ugone 
Staca ed a' compagni suoi, che paurosa di non poter 
conservare a lungo l'autorità suprema, £ sdegnosa di 
scendere a pacifiche convenzioni colla fazione opposta, 
scelse volontariamente di sacrificare alle proprie ambi- 
zioni, ed all'ardeutissimo fanatismo la libertà della 
patria; ed il dì 2S genuajo 1270 sottomise questa 
città e provincia alla signoria del re siciliano (2); nulla 



ioo LIBRO VENTESIMOSESTO 

—— curando quanto tutti insieme gli abitanti di questa 

Dopo provincia avevano da alcuni anni promesso ai signori 

anno della Torre. 

12 7°- Rizzò la fronte, e per la vivissima gioja il siculo 

principe inarcò le ciglia appena udissi chiamato a reg- 
gere una delle più distinte provincie di Lombardia: ed 
aperto forse ancora per quella maniera il campo alla 
signoria di tutta 1* alta Italia, alla quale già da buon 
tratto aspirava anziosameute. Delegò egli tantosto l' ar- 
civescovo di Sauseverina suo commissario in Brescia, e 
perchè quel suo ministro avesse a poter sostenere con 
vigore le sue parti in questa città, avviogli una valida 
compagnia di soldatesche (i). 

L' autorità suprema di questa provincia affidata a 
Carlo I. di Sicilia, la presenza del cardinale elettone 
governatore dal medesimo, le minacce delle soldatesche 
siciliane e francesi, che in questi paesi proteggevano 
i diritti del nuovo sovrano, non bastarono ad affrenare 
le audacie di que' ghibellini bresciani, che usciti dalla 
città si erano uniti a quelli de' paesi, e tutti insieme 
andavano destando rumori, e movendo devastazioni o 
dimenando il ferro ora nell'uno ora nell'altro luogo 
della provincia. Alcune frotte di que' facinorosi che si 
erano raccolte nelle boscaglie prossime all' Ollio presso 
Ludriano, a' primi giorni del luglio 1270 uscirono 
furenti da quelle foreste, e percorrendo molti di quei 
paesi che prestavano al nuovo governo ubbidienza, li 
saccheggiarono, li incendiarono, e massacrando molti, 



(1) Brixiani cives Carolimi Jlegem unanimiter sili Icvave- 

rmlt Moxque Jrchiep. Sanctacscvcrìnae ejusclcm 

cwilalis prò Domino liege Pracses effìcltar. Misit ergo Jiex 
Brixicnùlms cohorlem armigerumelc. Marvel.Dist. YIII, cap. 8i. 



LIBRO VENTESIMOSESTO 101 

e di così funesta maniera percorrendo giunsero sino a ^" M ""^ 
Verziauo, solo tre miglia lunge da Brescia; dove, mentre J?°1^J 
di ogni più scellerata maniera perfidiavano, vennero anno 
sorpresi da alcune schiere ostili uscite da Brescia con- 2 ^°* 
tro di loro. Se le videro quelli appena approssimare 
con impeto e con ferri approntati, che trepidanti per 
la paura ricoveraronsi rapidamente e si chiusero nella 
torre non so se ecclesiastica o militare, che apparteneva 
allora al monastero di quel paese; ma superata quella 
fra poche ore dagli osti, furono costretti a cedere, 
parte spirando per le ferite la vita, ed afforzata l'al- 
tra a porgere le mani ai ceppi (i). Tanto però erano 
gli auimi di que' faziosi strascinati dallo spirito di 
parte, che altre lunghe frotte ne uscirono pochi mesi 
in poi, le quali erano ancora sussidiate da un valido 
corpo di armigeri milanesi, ed assalsero e desolarono 
1' un dopo 1' altro molti fra i più ridenti paesi di 
Franciacorta; ma giunte nelle campagne prossime a 
Cocca o-l io, furono ivi sorprese dalle schiere cittadine, e 
date od a morte, od a carcere, od a fuga (2). 

Ma come quegli irreconciliabili fazionarii fossero 
abitati da un demone inferno, dopo essere stati dagli 
osti aggressi in un luogo, percossi, dissipati, riunivansi 
un po' alla volta in un altro e tornando a riprendere 
baldanza, lunge dall' imitare 1' esempio della piena dei 
proprii concittadini, e di sottommettersi allo allora si- 



(1) Ghibellini, vel expulsi cives per villas discurrentes .... 

ad monasterium usque Verdiani pervenerunt Qui~ 

busdam aulem de cwitate irruentibus super eos nonnul- 

lis trucidatis, celeri in vinculis additeti sunt. Malvet. Dist. 
Vili, cap. 82. 

(2) Malvet. Dist. Vili, cap. 83. 



ioa LIBRO VENTES1M0SESTO 

— ! — ì— • gnoreggiante in Brescia Carlo I. di Sicilia, ed alla 

Dopo amministrazione dei governatori deputali dal medesimo, 
G. G. . • <. i, • i 

anno studiavano ogni giorno come più altamente enggere la 

ia 7 I# cresta, e come munirsi in luoghi onde poter essere più 
validamente fortificati. E non era già trascorso un auno 
intero dopo le sconfitte sofferte da quelle ciurme, a 
Verziauo ed a Coccaglio, che altre si raccolsero ancora, 
si armarono, e dopo avere perfidiato ora nell' uno, ora 
neir altro paese, giunsero a poter entrare ed a forti- 
ficarsi nelle castella di Manerbio e di Pompiano. Non 
ivi però loro venne di potere sbaldansir lungamente : 
le armi cittadine, e le francesi e siciliane comandate 
dal prelato governatore, fra non molto le sorpresero* 
e le debellarono (i). 

§ i5. Era allora Gregorio X. stato da pochi mesr 
promosso alla cattedra pontificia, ed anziosissimo quel 
S. Padre della pace universale dell' orbe cristiano, e 
singolarmente di ogni contrada italica, avviò in queste 
regioni V arcivescovo d' Àix di Provenza, affinchè, sic- 
come suo delegato, avesse a ricomporre le dissidenze 
delle popolazioni. In quella circostanza i signori della 
Torre lamentavausi de' Bresciani f perchè violate le 
promesse di sommissione date ai medesimi, avessero* 
espulso il principe Francesco che in nome di quella 
famiglia li governava, ed assoggettati si fossero al do- 
minio del re Carlo I. di Sicilia; ed in quella circo- 
stanza ancora i Torregiani tenevano occupate ancora 
alcune castella in questa provincia: ed in altre tene-- 
vansi fortificate alcune ciurme di ghibellini esuli, per- 
cosse, e ad onta di ogni persecuzione di giorno ia 
giorno per nuovo bullicame crescenti. 

■ - 
(i) MaWet. Dist. Vili, cap. &£ 



LIBRO VENTESIMOSESTO io3 

L' arcivescovo legato desiderosissimo di adempire ai 

voti del pontefice committente entrato appena in questa q^q m 
provincia adoperossi a tutt' uomo onde ricomporre i anno 
coutrasti della medesima: certo però che nel farlo die- 
de a conoscere, che premevagli la depressione della 
parte ghibellina, e che era impegnato più assai per gli 
interessi del re siciliano, cioè dell' alleato della corte 
romana, che non per quelli degli abitanti la provincia 
medesima. E percorrendo l'ottobre 1272 raccolse nella 
chiesa di S. Emiliano di Coccaglio i delegati dei tor- 
re<nani, i ministri del re Carlo, i più distinti brescia- 
ni tanto di parte guelfa che di parte ghibellina, ed 
ivi, non può dirsi se li abbia persuasi o costretti, cer- 
tamente però li addusse a segnare una convenzione 
distinta ne' seguenti capitoli (1): 

1. Che gli abitanti la provincia di Brescia dovessero 
pacare ai signori della Torre seimila e trecento lire 
imperiali in compenso del danno recato loro, quando 
per le vicissitudini de' tempi si tolsero alla sommis- 
sione promessa ai medesimi, ed alla dominazione del 
re Carlo si assoggettarono. 

2. Che fossero ad arbitrio del re medesimo trascelli 
cento cinquanta ghibellini bresciani, un terzo de' quali 
traesse origine dalla città, ed il restante dal contado, 



(1) Papa Gregorius È Archiepiscopum Aquensem 

cum plenoe legationis officio Brixiam direxit, qui satis digne, 
et cum grandi exultatione ab ejusdem urbis civibus susceptus 
est. Bic tandem magnates de la Turre, et qui Brixia expulsi 
erant, cum ea cwitate Brixiac pace concordanti. Nam mense 
Octobris anni 1272 apud Cochalium Brixiensium villam^ in 
Basilica S. Emiliani, adunatis etc. Malvet. Dist. Vili, cap. 85* 
Muratori, Annali, Tom. VII, £ 326, ediz. di Lucca. 



io4 ^IBRO YENTESIMOSESTO 

- 1 """ "'" e tutti: quelli dovessero essere da lui espulsi fuor dei 
g°P£ confini. 

anno 3". Che le castella bresciane che erano a quell'epoca 

12 7 2, occupate ancora o dalle milizie deV torregiani , o dai 
ghibellini, dovessero essere consegnate tantosto alle 
squadre del medesimo re. 

Patto che fu eseguito, e quelle miserabili castella, 
che erano Palazzuolo, Chiari, Orzinuovi, e Seniga, 
vennero dopo la consegna mandate proditoriamente 
dai nuovi possessori a diroccamento ed a sacco (i). 

A quella convenzione, della quale io lascio volontiert 
al criterio del leggitore il considerare i caratteri, alla 
presenza del legato apostolico soprannominato si sotto- 
scrissero. 

Primo l' arcivescovo di Ravenna Alberto Fontana, 
ministro plenipotenziario di Carlo I. di Sicilia in questa 
provincia. 

Poi i bresciani appartenenti a parte guelfa: Federi- 
co Lavellongo, Corrado Palazzi, Ognibene Lombardi, 
ed il celebre giureconsulto Graziadio da Calvisano. 

Quelli poi di parte ghibellina che sottoscrissero, fu- 
rono : Beuedetto Tanghettini, Giacomo Mandagazani, 
Pìardo de la Nóce, e Giovanni Buonamisura (2). 

De' ghibellini bresciani poi, che dietro il § 2. della 
rapportata convenzione, furono per ordine del re di 
Sicilia espulsi dalla provincia, ora conservasi memoria 
solamente di alcuni appartenenti alle nobili famiglie 
Prandoni, Tanghettini, Fregarnoli, Occauoni, Pregnae- 
chi, Gisli, Mandaguzzani, Umiltati, Peschere, Boccacci, 
Rodengo, ed Oldofredi. 



(1) Malvct. Dist, Vili, cap. 89. 

(2) Malvet. Dist. Vili, cap. 85. et 87. 



LIBRO VENTES1MOSESTÓ io5 % 

Dalle sopraddette cose viene chiunque apertamente - 
assicurato che la provincia di Brescia era allora dòmi- 
nata dal principe Carlo d' Angiò e di Provenza pro- 
mosso al trono di Sicilia, ma che ad onta della su- 
prema podestà di quel sovrano, ne era nondimeno la 
popolazione funestata da quelle terribili fazioni, dalle 
quali era allora perturbata e sconvolta tutla ancora 
f Italia. Viene assicurato che la corte di Roma elargi- 
va ampiamente le sue protezioni a Carlo I. di Sicilia, 
onde procacciarsi le protezioni del medesimo; e che 
quel sovrano giovandosi di que' favori non ometteva 
industria per insignorirsi di ogni provincia che si spau- 
de dall'alpi al mare (i). E vieue finalmente assicurato 
che i convegui di riconciliazioue che facevansi fra i 
contrastanti, ed i trattati medesimi di pace che da 
quelli, od alla presenza di regii ministri, o dietro la 
interposizione degli stessi legati apostolici, si stipula- 
vano, non erano che atti artificiosi, illeali, fìttizii. e 
per conseguenza effimeri. 

§ 16. Finalmente dopo essere stalo vacante l'impero 
germanico per oltre ventidue anni, dietro i ripetuti 
eccitamenti del S. P. Gregorio X. tutti gli elettori non 
solo, ma quasi tutti ancora i principi germanici si 
radunarono, e di comune suffragio promossero al seg- 
gio imperiale il conte della più parte d' Alsazia Ro- 
dolfo d' Ausburg: principe per ogni virtù pregiatissimo, 
ed inclito progenitore della benemerita famiglia au- 
striaca, per nostra ventura gloriosamente ancora do- 
minante (2). 

(1) Caffari Lib. IX degli Annali di Genova apud Marat. 
Tom. VI, Pier. Italie. 

(2) Ricordan. Malaspina cap. 197. — Kaynaldus, in Annalib. 
Ecclesiaste 



Dopo 
G. C. 

anno 

1272. 



Anno 

1273. 



io6 LIBRO VENTESIMOSESTO 

"™^i= Poiché vedevasi quel nuovo augusto eiute le tempie 
B°Pp della corona imperiale, desideroso di aggiugnerle la 
anno regia italica, della quale erano andati adorni ancora 
* gì' illustri antecessori suoi, non laseiò accortamente in- 
tentato mezzo alcuno onde onoratamente ottenerla: le 
quali industrie non furono dal medesimo iuvanamente 
esercitate. Seppe egli destramente persuadere ad Alfon- 
so re di Gastiglia V abbandono delle pretese di' egli 
nudriva della corona medesima; onde rendersi più af- 
fezionato ogni giórno il pontefice, inalberò il vessillo 
de' crocesignati, e confermò alla sacra sede tutte le 
signorie che erano state concesse alla medesima dagli 
Imperatori Lodovico Pio, Ottone 1, Arrigo I, e Fede- 
rico II; e finalmente promise a Carlo d' Angiò e di 
Provenza liberò il reame delle due Sicilie (i). Allora 
i dominanti le città italiche, ovvero i magistrati delle 
medesime cominciarono ad onorare quell'augusto del 
titolo di re d' Italia, fra i quali singolarmente si di- 
stinse Napoleone della Torre dominante Milano ed altre 
città vicine, che in quella occasioue gli addirizzò uua 
ambasceria, per mezzo della quale gli offerì il posses- 
so delle provincie delle quali egli godeva la signoria. 
L' augusto Rodolfo accettò di pieno giubilo quell' of- 
ferta, e dichiarò prontamente Napoleone della Torre 
suo rappresentante in Milano, e per mezzo del conte 
di Liguì gli avviò per difesa un numeroso e ben ag- 
guerrito corpo di schiere tedesche, delle quali fra non 
molti giorni venne dichiarato supremo capitano Ga- 
stone della Torre, figlio del medesimo Napoleone (2). 

(1) Raynaldus, in Annalib. eccles. 

(-j) Galvano dalla Fiamma, Manìpul. Fior. cap. 3 io — Àn- 
nattes Mediolanenses, apud Murai* 7\ XFI> licr. Italie. 



LIBRO VEINTESIMOSESTO l0 7 

$ 17. Mentre nelle vicine regioni, e singolarmente ~- 
nelle provineie prossime tali avvenimenti succedevano, G °P£ # 
pei quali reudevasi quasi inevitabile una qualche alte- anno 
razione ancora nel reggimento e nelle sorti della pro- 
vincia nostra, passò a miglior vita il Vescovo di Brescia 
Martino; e poiché mi è dato il poter rendere certissima 
contezza delle maniere, che secondo le usanze di quei 
tempi allora si tennero onde procurargli il successore, 
eoa tutta ingenuità lo espongo. 

Il sabbato 21 settembre i2 7 5, cioè sedici giorni 
appena dopo sepolto il Vescovo Martino, dietro le 
commissioni di un avviso pubblicamente diffuso, si rac* 
colsero in una gran sala terranea del palazzo vescovile 
di Brescia i più distinti sacerdoti tanto secolari che 
regolari della diocesi, onde proporre, scrutinare ed 
eleggere al Vescovo defunto il successore: ed accortisi 
quelli, che per la ridondanza de' radunati, non avrebbesi 
potuto ottenere una sollecita deliberazione, di comune 
consentimento elessero sei fra i più cospicui sacerdoti m 
quella sala raccolti, e per mezzo di un istromento le- 
gale, quelli autorizzarono (1) ad eleggere in loro vece 
al morto vescovo il successore, promettendo con giura- 



(») Ad estendere quell' istromento furono rogati i notari Eusta- 
chio da Codiponte, ed Ortenzio da Caleppio, e siccome lo vegg» 
interessante le costumanze di que' tempi, lo trascrivo dalla copia 
pubblicata dal P. Andrea Astezati ne' suoi Commentarli a Ma- 
nélmo pag. LUI, e seg. In XPI. nomine anno a natwitate 
ejusdem millesimo ducentesimo septuagesimo quinta, indici, 
tertia, die sabhati 21. mensis Septembris, In cantinata plana 
Episcopi Brix. praesentibus F. Antonio priore domus S. Ja- 
cobi de la Mela , F. Ottonello de ipsa domo , F. Bonhomo 
priore domus Ss. Vetri et Marcellino D. Lanfranco de Gam- 
bara praepositus de Calvisano y F. Friderico de domo eccle- 



io8 LIBRO VEiNTESIMOSESTO 

mento di riceverlo e rispettarlo, come lo avessero essi 



J? Ó E? medesimi promosso alla cattedra episcopale. 

anno 

i2;5. 



side S. Sahatoris, Manuele clerico f. q. d. Albertàni jiidicis de 
S. Agatha, et Gerardo Gavasio clerico S. Urbani test, rogai. 

Cum olirn b. memoriae Ven. P. I). Martino Episc. Brix. 
oiam universae carnis ingresso, et in majori eccl. Brixiensi ejus 
torpore prout decuit , et consuèvit fieri tradito sepòlturae , 
C le ras Brixiensis ad quem huju smodi special elcctio, vid. Dom. 
Obertus Archidiacomis, Florius Archipresbiter major, Joan 
de Brembio praepositus, Gerardus de Gambara vice-dominus, 
P. Albertus de Virola, P. Oldofredus de Leno, P. Seneca de 
Vespis , Coni. Philipp us de Casali aitò , Azo Archipresbiter 
de Urceis, Rogerius de S. Vitali, Bartholomaeus de Carni* 
gnono, Berardus et Albertus de Madiis, Baruffaldus de Gri- 
phis, et Bonaventura de Palazzo omnes canonici Brixiae etc. y 
et D. Lanfrancus ab. Monasteri} S. Faustini et Jovitae, D, Pe- 
trus Ab'. Mondst. S. Euphemiae, I). F. Ab. Monast. S. Petri 
ih Monte , et P. Maif'redus praepositus S. Petri in Olweto^ 
J*. Graxendinus praep. S. Sahatoris, D. Jacobus praep. eccle- 
siae S. Jo. de foris, P. Bonifatius praep. eccl. S. Alexandri, 
P. Albertus praep. eccl. Ss. Fanstini et Jovitae, et P. Bene- 
dictus praesbiter eccl. S. Urbani, P. Rolandus praesbiter Ca- 
pellae S. Cosmae, P. Jacobus praesb. S. Brigidae, P. Ventura 
praesb. S. Agalae, P* Joannes praesb. S. Andreae, P. Joan. 
praesb. S. Laurentii, P. Joannes praesb. S. Mariae de Cal- 
carla, P. Rugerius praesb. S. Clemenlis, P. Oprandus praesb. 
S. Georgii, P. Stephanus praesb. eccl. S. Zenonis de Foro, 
Guillelmus de Casolda clericus S. Faustini in castro, in qua 
non' est praesbiter, P. Martinus praesh. eccl. S. Michaelis, 
P. Bartholomeus praesb. S. Cas-dani, P. Lanfrancus praesb. 
eccl. S. Joann. Evangeìistae , Philippus juturus sacerdos eccl. 
8. Bartholomaei omnes praesbiteri, sìve capeìlani civitatis Bri- 
xiae, et 31. Joann. Arch' 'praesb. de Curticellis, Albertus de 
JSazario Archip. de Milzano, P. Ventura Archip. de Herbusco, 
P. Samerius Archip. de Cimo, P. Vdlelmus ylrchip. de Ba- 
gnolo, P. Gerardus Archip. de Visano prò se et Archipr. de 
Casalimauro, P.' Joann. archip. de Navis, P. Martinus archip. 
de Asula ; Bohapax at'cltìp. de Trirtiòfigno , P. Bonjoannes 



LIBaO^VEiSTESlMOSESTO >o 9 

I sacerdoti eletti a pieni voti da quella radunanza 

del clero bresciano per un tanto ufficio furono Domino q ?? 



Archip. de Tusculano, P. Martinus archip. de Pontevico et 
prò archipresb. de Azano, de Cornelio, et de plebe de Bornado, 

Petrus archip. Fallìs rcnovatae Archip. de Monteclaro, 

P. Milo archip. de Navis, Petrus archip. de JSuvolento 

archip. de Galardo, P. Bonjantus arclùp. de Paiamolo prò 

se et prò Ventura archip Albertus archip. de Quinzano, 

Sperandeus archip. de Guitholo ,, P. Bori de Medulis, 

P. Lanfrancus archip. de Logrado, P. Girardus archip. de 

Castiono archip. de Gaydo, Aricus archip. de Materno, 

P. Pattisi us archip. de Brandico archip. de liogno ad 

traci andum et providendum de electione , sive postulatone 
futuri episcopi brixiensis, atque ad eligendum sive ad postif,- 
landum ipsum fuiurum Pastorem Episcopum die statuta in 
capitalo congregato, in praefata cantinata episcopi brixiensis 
ad sommi campanae more solito convenerunt, et consentien- 
tibus ipsis omnibus, et expresse confJentibus et dicentibiis...... 

viam compromissi salubriorem adesse ad faciendam et cele- 
brandam electionem , sive poslulaiìonem hujusmodi , et quod 
eligcntes viam compromissi per eam volebant procedere, cum 
praecipue in paucos, relieta muliitudine, sanioris consilii spi- 
ritus veniat, sex ex eis, videlicet RR. DD. Fiorumi archipr. 
majorem, P. Oldofredum de Leno canonicos brixienses, Dom. 
Lanfrancum ab. Ss, Faustini et Jovitae, Dom. Joan.ab. M.o- 
nasterii S. Petri in monte, P. Manfredum praeposilum S. Petri 

in Uliveto, et D. Jacobum praep. S. Joan. de foris, eie 

ad eligendum postulandc, et postulandum eligendo, atque eli- 
gendum et postulandum in brixiensem pastorem et episc. illuni, 
quem prò exaltatione sacrosanctae Rom. ecclesiae brixiensis, 
et totius civitatis Brixiae in spiritualibus et temporalibus me- 
liorem viderint et decreverint, seu nomine et vice totius capi" 
tuli , et Eccl. brixiensis unanimiter et concorditer eligerunt 
et compromiserunt in eos iisdem viris honestis electionem et 
postulationem ipsam , et omnes super eis vices suas totaliter 
commitentes et eis exibenles, tamquam haberent, vel dicerent 
posse habere super electionem et postulationem praemissam, 
licaitiam et auctoritatem , et plenariam potestatem. JSecnon 



anno 
1275. 



no LIBRO VENTESIMOSESTO 

■—— ! Florio arciprete della Cattedrale, il P. Oldofredo di 
^°P° Leno, ambi cauonici della cattedrale medesima, il P, 
anno' Lafrauco ab. di s, Faustino maggiore, il P. Giovanni 
,2 7 5, ab. del monastero di s. Pietro in monte, Manfredo pre- 
vosto de' canonici di s. Pietro in Oliveto, ed il prevo- 
sto della chiesa di s. Gio. Evangelista; e quelli di co- 
mune consentimento, elessero vescovo di Brescia il ca- 
nonico Berardo Maggi (i), figlio del co. Emraanuele il- 
lustre patrizio bresciauo, il quale canonico erasi già da 
tempo per le belle doti del cuore e per quelle dello 
spirito e della educazione acquistata altissima riputa- 
zione. 



promittentes ipsum in Episcopum et Pastorem recipere, et ha-* 
bere, atque tenere quem ipsi duxerint eligendum, ac ipsius 
electionem ac postulationem per eos Jaciendam perpetuo jir- 
mam et ratam habere et non contradicere, vel contravenire aliqua 
rottone vel causa de jure, vel de facto. Insuper commiscrimi, 
et licentiam, auctoritatem, et potestatem dederunt predictis sex 
viris honestis, quod prò mora contrahendam f adendo electio~ 
nem praefatam, illum locum eligere possint , sive in domibus 
episcopatus, sive in sacristia ejusdem ecclesiae majoris brixien- 
sis, quem prò convenientiori crediderint expedire, quam licen- 
tiam, auctoritatem et potestatem more praedicto concessas 
valere voluerint hinc ad diem hinc adventurum proxime hora 
tertia, et non ultra. 

Ego Justachius de Capitepontis notarius praedictis omnibus in- 
ternai, et rogatus inde hoc pubblicum instrumentum scripsi ; de 
quibus omnibus Hortensius de Galepio notarius praesens rogatus 
fuit etiam simile conficele instrumentum. 

(i) Che Berardo Maggi prima di essere promosso alla cattedra 
vescovile di Brescia fosse canonico della Cattedrale è chiaro dal 
sopraesposto documento, e che foss'egli figlio del co. Emmanuele 
Maggi patrizio bresciano ne lo assicura Fiorentini nell' Indice 
Antistitum Brixianorum f. a5 pubbl. in Bresc. per Bartolomeo 
Fontana, ann. 1614. 



LIBRO VEINTESIMOSESTO m 

La scelta fatta da que' sei cospicui sacri delegati ^^^ 
del canonico Berardo Maggi alla cattedra vescovile di g^Sg 
Brescia fu coucordemente e di piena compiacenza a.c- anno 
cettata da tutto il clero e da tutta la popolazione del- 
la diocesi; approvata e benedetta dalla autorità ponti- 
ficia; e fu quel vescovo bresciano il primo che dalle 
superne autorità veuoe onorato dei titoli, e giovato dei 
proventi di coute, marchese e duca; cioè coute di Bar 
guolo, marchese di Toscolano e di gran parte della 
riviera occidentale del Beuaco, e duca di tutta la Val- 
camouica (i). 

§ 18. Il canonico Berardo Maggi aveva accettalo ap- 
pena il sacro pastorale di questa diocesi, che quasi ne 
fosse sdegnoso il cielo, o volesse invece sperimentare, 
come ha fatto altra volta con Giobbe, per mezzo dei 
suoi flagelli la fermezza dell' animo del vescovo e quel- 
la de' suoi diocesani, vibronne sopra queste regioni lun- 
ghi, successivi e desolanti; ai quali diede principio una 
dirottissima ed incessante pioggia, per la quale furono 
sequestrate inoperose le genti, devastati i seminati, e 
gonfiati sì fattamente i fiumi, che omettendo per bre- 
vità di esporre i danni che in quella occasione reca- 
rono gli irrompimenti e le esalveazioni dell' Qllió, del 
Mella, del Chiese, mi basta dire solamente, che il tor- 
rentello Garza si spiuse allora in Brescia così rigoglioso 
e fremente, che tutti atterritine gli abitanti ne allagò 
molte contrade, sopra di ogni altra sommerse quelle 
che si distendono fra mezzogiorno e ponente; e rove? 



(i) Florentinius ibid. — Gradonicus, Brìx. sac. pag. 290, il 
quale cita in tale rapporto ancora alcuni documenti dell'Archi- 
vio vescovile. 



ila LIBRO VEOTESIMOSESTO 

F"^ sciò la porta di s. Nazaro, ed i rivellini e le mura 
Dopo p ross i m i alla medesima (i). Dissipati e marciti per 
anno" quella terribile innondazioue i prodotti delle campagne 
f?7& succedette naturalmente a quel disastro un' orrida pe- 
nuria degli alimenti necessarii agli uomini ed agli ar- 
menti, ed a quella penuria, siccome suole per ordina- 
rio avvenire, sopravvenne una pestilenza, per la quale 
perdette in questa provincia miseramente la vita circa 
un duodecimo della popolazione, ed una mortalità de- 
solatrice di ogni genere di bestiame (2). 

Quelle tremende sciagure, le quali comunemente con- 
sideravansi flagelli vibrati dall' alto, onde richiamare 
al retto sentiero le genti, quantunque spaventose le fos- 
sero, successive, desolatrici, non però valsero a ratte- 
nere da perfide operazioni alcuni signori facinorosi bre- 
sciani. Era allora in un paesello della costiera occi- 
dentale del lago di Garda una doviziosa e potente fa- 
miglia, detta de' signori Cattaui: e quella, cessato appe- 
na 1' orrore delle calamità enarrate, dopo di aversi oc- 
cultameute procacciati i mezzi necessarii onde soste- 
nersi per alcun tempo, rizzò bandiera di ribellione alla 
patria, s' impadronì di Manetba e della rocca di quel 
paese, che era a que' tempi potentissima; e di poi co- 
noscendo di non avere forze bastanti a teuersi riparata 
a lungo dalle vendette cittadine, scaltramente ne pre- 
venne lo scoppio, e vendette Manerba e la sua rocca 
a Mastino della Scala, che era allora principe di Ve- 
rona (3). 



(1) Malvet. Dist. Vili, cap. 92. 

(9.) CafFari, Annoi. Genuens. apud Murat. T. VI. Iier, 
Italie. — Chronic. Placent. apud eundem, ibid. T. Vili. 
(3) Eodcm anno ( 1 276 ) Cathanei de Manerva cwitati re- 



LIBRO VERTESIMOSESTO n3 

g 19. Alcune città di Lombardia fiaccate in quei MMW — 
frattempi dalle spesse combustioni alle quali erano an- P°f? 
date soggette per le gelosie e le gare di quelli che «nno* 
erano trascelti a presiedere alla repubblica, si erano 127 ^~ 
volontariamente assoggettate al dominio di un principe: 
sperando di essersi per tale maniera, per la quale ave>- 
vano ancora promessa uguale sommissione ai succes- 
sori loro, e speravauo, io dico, di essersi raccomandati ad 
uu signore ed alla famiglia del medesimo, perchè adde- 
scati queglino dal proprio interesse, dalle proprie 
ambizioni medesime, dovessero essere naturalmente ad- 
dotti a procurare ogui migliore felicità di quanti erano 
ai medesimi soggetti. Ed in ciò operando avevano quelle 
città considerato, che la migliore tranquillità e la mag- 
giore potenza e sicurezza dei dominanti è necessaria- 
mente relativa alla migliore tranquillità e dovizie ch'e- 
gliuo possono procurare ai sudditi, ed all' affezione che 
sanno guadagnarsi dai medesimi. 

Dietro tale principio, non erano già molt' anni che 
seioltasi Verona dalla tirannide Eceliniana, dopo breve 
intervallo, ed accorte considerazioni, avevasi scelli do- 
minanti i signori della Scala; e Mastino I. degli Sca- 
ligeri eletto a pieni suffragi dalle popolazioni di quella 
città e provincia reggente ivi la somma delle cose pub- 
bliche, con tale autorità che dovesse essere trasmissi- 
bile ancora a' suoi successori, occupava in quegli anni 
il seggio signorile di Verona (i). ir- Milano, dopo la 
battaglia, anzi la sconfitta de' Torregiani, succeduta il 



lellanfes, areem ejusdem terree rapuere, eamque inox vero- 
nensibus tradidere. Malvet. Dist. "Vili, cap. 94. 
(1) Mussati, Ilist.or. Lib. X, Kubr. 2. 

Yol. V. 8 



t , 4 LIBRO - VENTESIMOSESTO 

WBSSm dì 21 settembre 1277 nelle campagne prossime a De- 
Do P° sio fra gli armati dell'arcivescovo Ottone Visconti, e 
^nno' quelli de' signori della Torre (1), dietro brevi coinbu- 
12 77- stioni, e tutte favorevoli ai Visconti, dichiarò Matteo 
di quella famiglia, il quale poi venne cognominato il 
grande, capitano dei popoli di Milano, e supremo go- 
vernatore di quella provincia (2). 

E Brescia che già da cinque anni erasi spontanea- 
mente assoggettata alla signorile protezione di Carlo L 
di- Sicilia, quantunque per gli incessanti attentati del- 
le implacabili fazioni, non potesse rallegrarsi di una 
vera tranquillità, conservavasi pur tuttavia fedele al 
condiscendente dominio del re siciliano; il quale appa- 
gandosi di un discreto annuo tributo in recoguizioue 
della suprema sua autorità nella provincia, e della pro- 
tezione che aveva giurata alla medesima, accordava li- 
beramente ai bresciani la facoltà di eleggersi fra i pro- 
prii concittadini gli amministratori del governo. Sem- 
brerebbe che un tale patto riservatosi dai bresciani, e 
legalmente stipulato nella convenzione che avevano fir- 
mata col re di Sicilia fosse un tratto favorevolissimo 
ai bresciani medesimi; e lo sarebbe stato ancora, se i 
nostri proavi avessero avuto la sorte di essere con- 
giunti reciprocamente in fedele ed ingenua uniformi- 
tà di sentimenti: ma in quale paese può mai godersi 
tranquillità, nel quale sia guelfo un padre di fami- 
glia, e ghibellino 1' altro, e divisi ugualmente di sen- 
timenti i figli de' medesimi? Sembravano per questo 
cangiati i bresciani di sentimenti; ma 1' ire delle fa- 



ti) Annales Mcdiolanenses, apud Murat, T. XFI. licr. Italie. 
(2) Galvano Fiamma, : Mawp. Fiorimi, e. 52/j. 



LIBRO VENTESIMOSESTO n5 

zioui bollivauo secretamele negli animi, e l'ardore ! 

della discordia covava secretamente, siccome covansi le Dopo 
, , G. G. 

brage sotto la ceuere. * anno 

§ 20. 1 veronesi, come bassi già detto, avevano con 1?78 * 
aperto insulto de' bresciani comperato dalla usurpatrice 
famiglia Cattaui il castello di Manerba (i), ed oltre 
£ quello erano per rapirne altri ancora. E que' di 
Mautova avevano già allora usurpate ai bresciani le 
castella di Isola Dovarese e di Guidizzolo, che erano 
a que' tempi pertinenze di questa provincia, ed anela* 
vano ancora ad altre usurpazioni. Fremevano i bre-* 
sciani per quegli insulti e per quelle rapine, ed erano 
già per raccogliere armati, e rompere a quelle pros- 
sime provincie la guerra. Avventurosamente si interpo- 
sero onde rappatumare quelle minacce alcuni cospicui 
personaggi, fra i quali Baldovino Ugoni, Alberto Con* 
falouieri, Aldobrandino Taughettino, Guido Poncarali, 
e sopra tutti 1' illustre vescovo di Brescia Berardo 
Maggi (2); per opera loro venne temperato l'ardore 
delle parti contrastanti, ed addotte quelle ad uno scam- 
bievole convegno, la radunanza del quale venne per 
iscambievole consenso destinata nella casa comunale di 
Montechiaro. Il siguor di Verona Alberto della Scala 
avviò per questo a Montechiaro i suoi delegati, a Mon- 
techiaro avviò ugualmente i suoi Pinamonte principe 
di Mantova; ed i bresciani, giovandosi della autorità 
amministrativa coucessa loro dal supremo loro domi- 
nante il re Carlo di Sicilia, di libero e pieno arbitrio, 
avviarono loro commissarj a quel congresso V illustre 



(1) Malvezzi, Dist. Vili, cap. 9/j. 

(2) Ronchi, Mss. f. i43 del \nia esemplare. 



,j6 LIBRO VENTES1MOSESTO 

e distintissimo legale Obizzo da Lomelo, ed il nobile 



J?°?? Brisciauo Sala. Per opera di quegli illustri commissari 
pnno venne allora nel trattato di Moutechiaro fermata la 
* a ?^ pace fra quelle contrastanti città; V atto di quel con- 
tegno pubblicossi per mezzo di appositi nodari men- 
tre percorreva il settembre 1279 (1). 

La signoria che i bresciani avevano concesso di que- 
sta provincia al principe francese Carlo I. re delle due 
Sicilie, che i veronesi a Mastino I. della Scala, che i 
milanesi a Matteo Visconti, e che altre vicine popola- 
zioni ad altri personaggi accordata avevano, non era 
già una signoria alla quale fosse affidato un pieno ed 
assoluto potere; ma quelle popolazioni si erano riser- 
bata una magistratura, la quale avesse ad invigilare e 
Sostenere i particolari loro diritti, e dietro le norme 
delle proprie loro costituzioni, ad affrenare que' tratti 
disponici che que' diversi signori avessero mai osato 
tentare sopra le medesime. Di una tale conservazione 
di autorità provinciale ne porge argomento la desti- 
nazione fatta dalla magistratura, per meglio espri- 
mermi dal senato bresciano dei commissarii Sala, e 
Lomelo al congresso di Montechiaro, senza che resti 
memoria, che ne abbia quello recata pure comuuicazio- 
ne alcuna al signore di Brescia il re di Sicilia; e ne 
presenta un altro patentissimo argomento lo scambie- 
vole consenso, pel quale dal senato rappresentante i 



( 1 ) Convcnicnlihus in Monteclaro nuntiis Alberti de la Scala, 
capifanci pnpnli veronensis, et Pinamontis Mantuae Principis 
cum legalis Jìrixiensium, hoc est Obhone de Lomelo j uri sperito, 
et Brixiano de Salis milite per omnia egregio, pax facta est, et 
Brìxicnsibus reddito, sunt castella, ann. 1279, seplcmbrio men- 
te. Malvct. Dist. Vili, oip. 99. 



LIBRO VENTESIMOSESTO 117 

milanesi, e dai Visconti già dichiarati signori di quel- ^" Ml 
la proviucia, venne eletto, e solennemeute dichiarato P°V? 
capitanio della città e del popolo di Milano il mar- anno 
chese di Monferrato (1). ia lm 

§ 31. Dopo tali cose non trapassò lungo tempo, che 
i ghibellini espulsi da Cremona, la cpiale città era al- 
lora signoreggiata dai guelfi, mal sofferendo i disagi e 
la ver«ros:ua della afforzata emigrazione, si raccolsero 
in consiglio, e deliberarono di combattere i loro per- 
secutori, e di vendicare col ferro la violazione de' loro 
particolari diritti. E que' ghibellini erano per la più 
parte persone dotate di larghe fortune, discretamente 
addottriuate, ed avvivate da tutta quella franchezza e 
da quell' accorgimento che sogliono gli uomiui appren- 
dere dalla sventura. Raccolte però quegli tutte le geuti 
d' arme eh' essi radunare potevano, di pieno consenso 
ne elessero supremo capitano il ghibellino, tanto a quei 
tempi per le virtù politiche e militari rinomato Buoso 
Dovara da Isola (2). Accettonne quegli V impegno, e 
condusse tantosto, ed inaspettatamente quelle milizie 
contro Soncino: sorprese quel castello, ed in quello af- 
forzatosi, non lasciò maniera alcuua intralasciata onde 



(1) Ficecomifes, et popuìus Mediolani cum Marchìone Morì" 
tis-f errati Jòedere connectentes eum Capitaneum Cwitatis et 
Pupilli statuerunt. Malvet. Dist. Vili, cap. 101. 

(2) Muratori, Annoi. T. VII,f. 354, e ^ z - cit - mostra dub- 
bio, se quel Dovara fosse il famosissimo Buoso, o qualch' al- 
tro discendente dalla sua famiglia. L' inclito Buoso era vivo an- 
cora, e di una età valevole a sostenere ancora il supremo co- 
mando militare: io venero l'eccelso scrittor Muratori, ardisco 
però domandare, se i cremonesi avevano di affidarsi ad uno che 
e pel genio e pel valore era rinomatissimo, o ad un ignoto suo 
discendente? 



xi8 LIBRO VENTESIMOSESTO 

* " '"'"*' raccogliere sollecitamente forze bastevoli ad assaltare 
Dopo validamente Cremona, e ad abbattere le superbie dei 
anno' guelfi che signoreggiavano quella città. 
1250. Percossi all' animo i cremonesi dalla vigoria di quei 

tratti ostili, e dalla paura di altri peggiori che anda- 
vano loro minacciandosi, avviarono frettolosamente al- 
cuni messaggeri a Milano, perchè in loro nome sup- 
plicassero soccorsi. Il marchese di Monferrato, che ivi 
già esercitava gli uffici di capitano del popolo e di 
quella città, accolse quelle ambascierie; ed egli non 
pur degnandosi di enunziarne motto alcuno ai Viscon- 
ti, che di Milano godevano la siguoria, ne di consul- 
tare il magistrato, ovvero l'ufficio senatorio della città 
medesima, accolse con tutta gentilezza gli avviati da 
Cremona, aderì alle istanze che a lui presentarono, e 
con quanta sollecitudine lo potè maggiore radunò un 
esercito di soldatesche milanesi, pavesi, alessandrine, 
novaresi, e di quante altre appartenevano alle signorie 
sue particolari, e contro i fortificati in Soncino Io ad- 
dirizzò. E siccome quando furono i cremouesi percossi 
da quella paura, avevano spedite deputazioni suppli- 
canti soccorsi ancora a Brescia, e ad altre guelfe città 
vicine, tutte quelle ancora avevano contemporaneamen- 
te, e con tutta sollecitudine addirizzato lunghe schiere 
in loro sussidio. 

§ 11, Il capitano delia città e del popolo di Mila- 
no pervenuto con le sue soldatesche nelle viciuanze di 
Crema, ebbe avviso, che a Milano, tanto dai pubblici 
magistrati che dai signori Visconti, non sentivansi di 
buou animo le maniere subitanee de' suoi operamenti, 
e con essi loro non consigliate; ed ebbe avviso ancora, 
che pel soccorso de' cremonesi non era punto necessa- 
ria 1' opera sua; quindi senza frapporre dimora ricoa- 



LIBRO VE1STESIMOSESTO 119 

ellisse addietro, e per le medesime vie i suoi armati. 

I bresciani, ed i capitani avviati pel medesimo oggetto g°j? 
da altre guelfe città vicine, giunti presso a Cremona, anno 
ed accortisi non essere necessarii per la difesa di quel- 
ila città e provincia; volsero eglino ancora le spalle, e 
jtornarouo ai proprii paesi. E que' dì Cremona, quan- 
tunque per tali operati uou si fossero potuto giovare 
de"-li implorati soccorsi, vergognando della trepidezza 
che addotti avevauli a pregarli, rialzarono le creste, ri- 
presero auimo, e con gli armati soli della proviucia 
loro si spiusero contro Soucino, e fra non molto, espul- 
sone il Dovara e le milizie da quello capitanate, tor- 
narono ad impadronirsi di quel validissimo castello (1). 
Il marchese Guglielmo da Monferrato che già da 
tempo esercitava gli ufficii di capitano della città e del 
popolo di Milano, non solo per avere egli assunto arbi- 
trariamente V impegno di armeggiare pei cremonesi, che 
erano allora attaccati dai ghibellini loro fuorusciti; ma 
per avere ancora, di tutta sua propria volontà, desti- 
nato Giovanni dal Poggio di Turino, e quello già eie- 
ivato a rappresentarlo siccome suo vicario iu Milano, 
aveva dato per ciò troppo forti motivi ai Visconti che 
di quella città e provincia godevano una moderata si- 
gnoria, ed al magistrato rappresentante la città e pro- 
vincia medesima, di sospettare, che egli non intendeva 
| di essere semplicemente un ministro delegato in loro 
1 vece dai Visconti e dai milanesi, ma V assoluto signore 
di quella città e provincia, E fu per ciò, che l' arci- 



(1) Galvano dalla Fiamma, Manìp. Florum, cap. 3 19. — Me- 
moriale Potestatis Regiensis, apud Murai. Tom. Vllh Rer. 
lidie. — Malvezzi, Visi, FUI, cap. 102. 



i2o LIBRO VENTESIMOSESTO 

— — — vescovo Ottone Visconti, il quale era uo personaggio 
Dopo accortissimo, dopo di avere convocati secretameute a 
aimo' consiglio qualcun*! fra i più. illustri milanesi: fra i quali 
1285. d'stiuguevausi alcuni pertinenti alle famiglie Castigìio- 
ni, Carcano, Monza, Pusterla e Mandelli; deliberarono 
tutti insieme di liberarsi dal troppo a-mbizioso ed au- 
dace ministro. E colto quelli il punto che il marchese 
Guglielmo era tornato a Milano dal viaggio impreso 
per lo inutile sussidio promesso ai cremonesi, ed erasi 
poscia pe' suoi affari particolari tradotto a Vercelli, i 
confederata seguitati dai loro commilitoni, e V arcive- 
scovo Ottone a cavallo, ed accompagnato da lunghe 
schiere, talmente che se avesse egli vissuto in poi, sa- 
rebbesi potuto paragonare ad un altro Ferante, si spin- 
sero contro al palazzo Broletto di Milano, ed all' altro* 
edifizio pubblico, dai quali scacciarono Giovanni del 
Poggio, ed ogni altro ministro del marchese Gugliel- 
mo; e di pieno e proprio arbitrio a ejuelli surrogarono 
il conte Giacomo Sommariva da Lodi (i). 

L' arcivescovo Visconti avviò tosto in poi un mes- 
saggio al marchese Gulielmo di Monferrato perchè lo 
ammonisse di non più tornare a Milano; le quali cose 
cagionarono implacabili ostilità fra le famiglie de' si- 
gnori Viscouti e de' principi Mouferratini; e quell' ac- 
cortissimo arcivescovo ancora, onde procurarsi maggiore 
potenza, dietro patti di sussidio scambievole si collega 
coi cremonesi, coi piacentini e con quelli ancora di 
Brescia; né mancò di supplicare soccorsi dall'augusto 
Rodolfo il quale corrispose graziosamente alle sue istan- 



ti) Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, pub 
hlicala da Marat ori Tom. XX HI. Mer. Italie. 



anno 

1285. 



LIBRO VÈNTESIMOSESTÒ *«* ^^ 

ze, e eli avviò a difesa alcune compagnie di armigeri 

■ ° Dopo 

tedeschi (i). ^ G. G. 

g 23 I sommi Pontefici che andarouo in que J frat- 
tempi dietro non lungo tratto succedendosi che furono 
Martino ed Onorio segnati ambedue col numero IV. 
di quel uome^quautunque avessero 1' un dopo V altra 
fulminato a dirotto ogni possibile anatema contro a 
quanti appartenevano alla fazione de' ghibellini; e gra- 
ziati avessero i guelfi di ogni possibile benedizione, e 
singolarmente il francese Carlo I. re di Napoli (2), non 
poterono però giovare di tale maniera quel principe, 
che avessero a preservarlo da altissime sciagure e pub- 
bliche e private, e tali che gli oppressero sì fattamente 
V animo, che vinto eia un epatema il dì 7 gennajo 
1285 mancò di vita (3). 

Afflittissimi i guelfi bresciani che sotto gli auspici 
di quel principe signoreggiavano allora in questa pro- 
vincia, per la morte del medesimo, dopo di avere in 
suffragio del suo spirito celebrati in questa città pub- 
blici e magnifici funerali, dietro radunanza e delibera- 
zione dei patrii magistrati, delegarono V illustre uostro 
concittadino Benedetto Scannamoglieri perchè avesse a 
tradursi in Sicilia, ed a presentarsi a Carlo secondo 
dello stipite degli angioini, figlio dell' allora defunto 
sovrano. I bresciani avviarono lo Scannamoglieri loro 
ambasciatore a Carlo secondo in Sicilia, perchè quel 
principe era a que' giorni prigioniero degli arragonesi 
che armati gli disputavano il trono. Que' di Brescia 
ordinarono al medesimo loro delegato di significare a 



(1) Galvano dalla Fiamma, Manip. Fior. cap. 3a: 
(1) Raynaldus, in Annalibus Ecclesiasticis. 
(5) Giovanni Villani, Lib. VII. cap. cyj. 



13* LIBRO VENTESIMOSESTO 

mmm * 3EA q Ue | signore gli attestati della condoglianza loro per 

P°P1! la mancanza dell' inclito suo padre, di nominarlo suc- 

anno cessore del medesimo nella moderata signoria di que- 

^' sta provincia, e quel che è più di confortarlo con un 

sussidio di cinque mille zecchini d' oro, perchè avesse 

a giovarsene onde procurarsi riscatto (i). 

Il principe prigioniero degli arragonesi Carlo secoudo 
d' Angiò e successore del morto re di Napoli sentì con 
altissima gioja i sentimenti fatti a lui significare per 
mezzo del nunzio loro dai cittadini di Brescia, e con 
maggiore compiacenza ancora ricevette il peculio da 
quelli pel medesimo deputato trammandatogli. Siccome 
però quella somma non bastava ad adempire a quan- 
to pretendevano gli spagnuoli per lo suo riscatto, con 
sua lettera data il dì 23 aprile 1289, e consegnata 
allo Scaunamoglieri medesimo, supplicò i bresciani di 
soccorrerlo con altri due mille zecchini d'oro, alla 
quale domanda diedero quelli adempimento con quan- 
ta mai sollecitudine poterono (2). 

E di tale maniera pel solo riscatto di un principe, 
il quale per avere mancato della debita obbedienza 



(1) IIìs auiem temporibus Carolus I. Rex Siciliae ab hac 
luce subtractus est, quod quum Brixiensibus nuntiatum fuis- 
set, max ad Carolimi Jiliiim ejus, egregium civem Benedictum 
de Scanamojeris, vìrum per omnia idoneum, cum quinque mil- 
lìbus aureorum Carolo in munus, et ad con solationis remedium 
miltunt. Malvet. Dist. Vili, cap. io3. 

(2) La verità di tali cose è assicurata dalle lettere originali 
indiritte dai bresciani all' Angioino il re Carlo II. e da quelle 
del medesimo frammesse ai bresciani-, il trassunto delle quali 
può essere letto da ognuno nella Vili, Dist. di Malvezzi, dal 
cap. io5, al 10G: ed intiere dal f. 3 al sesto della rarissima Ap- 
pendice al medesimo. 






LIBRO VENTES1MOSESTO i23 

alle commissioni del padre, e per un tratto di effre- ! " WM ^ 
nata imprudenza (i), avendo osato attaccare a battaglia J? ^ 
aavale la flotta ostile nella marina prossima alle spiag- anno 
gè di Soriento, oltre la disfatta dell'armata sua prò- 12 9 " 
pria, era caduto prigioniero de' suoi nemici, i brescia- 
ni sospinti da un eccesso di guelfico fanatismo sborsa- 
rono per lui settemila zecchini, i quali aggiunti alle 
Spese dell' ambasciata, sorpassavano le cento mila lire 
austriache, somma, che per non essersi a que' tempi 
scoperto per anco il valico marittimo per le Indie asia- 
tiche, e molto meno Y America, ne le miniere peruvia* 
ne, dietro il pensiero di alcuni accorti calcolatori, la 
è paragonata ad assai più di un milione di lire au- 
striache ai dì presenti. Funesta fatalità ! I re angioini 
che V uno dietro all' altro dominarono allora, dietro 
le protezioni de* romani Pontefici gran parte degli sta- 
li napoletani, ed altri ancora, giovandosi della mode- 
rata signoria ad essi concessa dagli abitanti di questa 
provincia, lungi dal procurare alla medesima la pub- 
blica unione, i pubblici vantaggi, la pubblica tranquil- 
lità, tenevano di questa avvivate le discordie, ne pro- 
teggevano a spada tratta una delle fazioni, ed aspra- 
mente 1' avversa perseguitavano : ed iutanto la fazione 
de' guelfi, che era la protetta da que' signori, prepon- 
derava sopra T avversaria nella provincia, e questa la 
spogliava degli ubertosi redditi indigeui, e pazzamente 
sopra a que' nocevoli priucipi francesi li profondeva. 
§ 24. Ed in que* frattempi medesimi gli abitanti 
di questa provincia, per i legami di confederazione 
che avevano contratti con quelli di altre vicine auda- 



(1) Giovanni Yillani, Lib. VII, cap. 92. 



G. C. 



r?4 LIBRO YENTESIMOSESTO 

"™ — -' rouo a sofferire gravissime perturbazioni. Già da lungo 
5°P/' tempo erano i bresciani congiunti in alleanza con quei 
di Milano: il marchese Bonifacio di Monferrato minac- 
ciava allora di togliere ai milanesi la città e provincia 
di Pavia; e siccome quel marchese era allora di forze 
molto considerabili, perchè oltre la signoria del Mon- 
ferrato, godeva ancora quelle delle provincie di Ver- 
celli, di Alessandria, di Tortona, ed in Pavia medesi- 
ma era spalleggiato da molti e potentissimi aderenti; 
per questo i milanesi domandarono sussidi! dagli al- 
leati loro, che erano i bresciani, i cremonesi ed i 
piacentini; e questi, dopo di avere consigliate scam- 
bievolmente le cose loro in un parlamento che tennero 
appositamente in Cremona, aderirono all'inchiesta dei 
milanesi, e li giovarono dei ricercati sussidii (1). JNè 
que' confederati si fiaccarono fra poche lune di pre- 
stare a que' di Milano i bisognevoli soccorsi; poiché, 
trapassando io quanto per ciò adoperassero que' di Cre- 
mona e di Piacenza, non essendo mio assunto il" favel- 
larne, mi basta il dire che i bresciani delegarono l'anno 

seguente il nobile nostro concittadino Giacomo Gaifa- 
o 

mi, perchè con uua sceltissima schiera di cavalleria, 
della quale era egli il capitano, avesse a difendere i 
milanesi da quegli attentati ostili, che andavano loro 
continuando i principi di Monferrato (2). 

§ 25. Insorsero allora alcune dissenzioni fra i bre- 
sciani ed i bergamaschi, la causa delle quali non è 
rapportata da cronista alcuno per auco scoperto: è però 
cosa indubitata che quelle dissenzioni furouo di tanto 



(1) Galvano dalla Fiamma Manìpulo Florum, cap. 5-28. Co- 
rio, Uisior. ili Milano. — ed altri. 

(2) Malie*. Disi* Fili, cap. ivi. 



LIBRO VENTESIMOSESTO i*5 

calibro e così ardenti, che gli abitanti le due provin- 
ce scambievolmente determinaronsi di commetterne alle S°E? 

ÌT. Li. 

armi la decisione. I bresciani, che e pei dettami politici, anno 
e più assai per le vicissitudini sofferte negli auui tra- ^ * 
scorsi, couoscevauo profoudamente quanto meglio torni 
conto il guerreggiare una guerra nelle terre d' altrui, 
the nelle proprie, con quanta sollecitudine poterono, 
spedirono sul bergamasco quante schiere e meglio ag- 
guerrite essi avevano, dietro ordine dato ai capitani 
che le couducevano, di penetrare immediatameute i 
coufiui della provincia ostile, e di combattere gli ini- 
mici in casa loro. Quegli armati varcarono l' Ollio sul 
ponte di Palazzuolo, in breve tratto s' impadronirono 
del castello Mura, che era sulla sponda occidentale del 
fiume e di prospetto a quel paese: e mentre erano 
quelli per demolirne la rocca, ebbero avviso che le 
milizie bergamasche procedevano franche e minacciose 
alla volta loro, e che erano già quasi pervenute alla 
sponda del fiume che discende fra Mornico e Palosco. 
Lascialo allora i bresciani un potente presidio in Mura, 
contro gli armigeri ostili si addirizzarono, e scontratili 
nelle campagne prossime a Palosco, li assalsero eoa 
tant' impeto, che in brevissimo tratto li sbaragliarono: 
lasciarono il campo coperto di feriti e di estinti, ne 
fecero prigionieri più di duecento, e costrinsero a fug- 
gire inorridito tutto il restante. Quel fatto succedette 
il venerdì 16 aprile 1290. Avventurosamente però si 
frapposero solleciti fra que' belligeranti alcuni perso- 
naggi di alta considerazione onde rappatumare quei 
dissidii, cosa che quelli per le molte industrie, e per 
la molta fortuna fra brevi giorni ottennero di rappa- 
cificare le contrastanti provinole; e firmatone appena il 
trattato, que' di Brescia aprirono le carceri a quei 



i26 LIBRO VENTESIMOSESTO 

ST™" bergamaschi che avevano fatti prigionieri nella giornata 
^°K ) di Palosco: e ciò operarono senza pretendere prezzo 
anno alcuno per lo riscatto dei medesimi (i). 
? 2 9°; g 26. Era a que' tempi potentissima in Brescia la 

ora estinta famiglia de' signori Bnisati ; godeva quella 
la contea di molti paesi della Valcamonica, ampie ed 
ubertose possidenze allodiali ne' tratti del piedimonte 
e del piano bresciano, e, quello che meglio ricordasi, 
la signoria feudale di un floridissimo borgo in Frau- 
ciacorta, detto ancora di presente Monticelli de Brusa- 
ti. Sopra ogni altro di quel casato distinguevasi allora 
V ardentissimo guelfo signor Tebaldo, il quale negli 
anni trascorsi aveva onoratamente sdebitato gli uffici 
podestarili a Piacenza, Bologna, e per quattro anni 
consecutivi a Trevigi (2). Tornato dopo quegli alti 
impegni in Brescia, studiossi a tutt' uomo onde procu- 
rare alla propria famiglia quanta maggiore altezza 
avesse potuto ottenerle, e si adoperò con tanta destrez- 
za ed accorgimento, che dietro il maneggio di alcuni 
guelfi che primeggiavano nelle patrie magistrature, fi- 
nalmente ottenne per se, per la famiglia sua, e pei 
discendenti dalla medesima la giurisdizione feudale di 



(1) Populus Brix. ad dehellationem Turris de Mura contra 
Pergamenses exercitum milit. At UH inox electam multitudi- 
nem virorum in auxilium eorum qui inlus erant dirigimi; sed 
irruentes super eos apud Paluscum Brixienses magnani eo- 
rum stragem fecerunt, et duccntos captwos Brixiam ducentes, 

reliquos fugam p etere compulerunt Dentini statini in- 

tercurrenlibus nuntiìs, pax fasta est, et quos Brixienses ab- 
duxerant captwos libere et gratanter Pergbmensibus largiti 
sunt. Malvet. Disi. Vili, cap. 117. 

(1) Fra Oberto Locati, nelle croniche di Piacenza. — GIù- 
rtrdacci, llislor. di Bologna^ Lib. X — Giovanni Bonifaccl, 
Motoria di Tr'wigi, Ub. 6. 



LIBRO YENTESIMOSESTO 127 

Pisogne, del porto sulla fronte orientale del lago Sebi- a ^ mmm 
no, e delle doviziosissime miniere di quel paese (1). i; ?? 

§ 27. I comuni non poterono a meno di non seutire anno 
con altissimo dispetto l'arbitraria donazione di uno 12 9** 
dei più cospicui paesi della valle loro fatta dai go- 
vernatori di Brescia ai signori Brusatij e siccome la 
famiglia Brusati attenevasi per sentimento ereditario 
alla fazione de' guelfi: e grau parte di quella valle o 
per ereditaria proprietà allodiale per concesso diritto 
di signoria apparteneva alla illustre famiglia Federici, 
famiglia, che sino dal principio delle fazioni, aveva 
sempre sostenuto possibilmente gli interessi imperiali, 
ed aveva per conseguenza sempre sostenuto uu luogo 
distinto fra i ghibellini di Lombardia: non è cosa fupr 
di proposito il credere, che i Federici avranno in 
quell'occasione fomentato possibilmente i dispetti di 
que' Valleriani ; i quali, fra non molto, incitati e da- 
gli irritamenti loro particolari, e dagli incessanti sti- 
moli dei potenti che sospingevano diedero a ribellione, 
e si tolsero da ogni sommissione alle autorità gover* 
nanti la provincia di Brescia. 

Le rupi altissime che ad ambi i fianchi ed a rnoute 
ciugouo quella valle, e per que' lati la barricano con 
roccie quasi quasi iuacessibili; 1' angusta apertura di 
meriggio della medesima, prostesa di fronte al lago 
Sebino, del quale ne è concesso 1' approdo ai soli due 
porti di Lovere e di Pisogne; apertura che per la to- 
pografica posizioue potrebb' essere da pochi, fidi, ed 



(1) His temporibus praesides populi et partls guelphae cunta- 
tis Brixiae castellani (le Pisoneis vallis Camonicae magnatibus 
de Brusatis coni idem ut, quatenus ad bonum slatutn partls et 
populi semper recomissum haberent. Malvet. Dist.VUI, e. 116. 



128 LIBRO VENTESIMOSESTO 

P*^ intrepidi facilmente ditesa, francavano V animo, e col- 
5^p mavauo di speranze i rubelli abitanti di quella valle; 
anno' ed a quelle speranze altri motivi ne aggiuguevauo i 
*39 2 - Jaro-hi prodotti che per essere la Camonica ridondante 
di vini, di granaglie, di armenti, di pascoli, di fieni 
e di latticinii d'ogui genere, ridondante di castagne, di 
eauapi, di boschi, e di ubertosissime miniere, e quel 
che è più, abitata da una popolazione ferma, industrio- 
sa, intraprendente, congiuuta di sentimenti, e che per 
la più parte conservava ancora la rusticale parsimonia 
antica, lusingavansi, io ripeto, i numerosi abitanti di 
quella valle di non poter essere facilmente soperchiati 
dall'inedia e dalla fame. Ed i motivi che incitavano a 
tante speranze i comuni, sconfortavano i bresciani, e 
quasi quasi toglievanli da ogni credenza di aver più 
a ricongiugnere quella spaziosissima ed ubertosa vallata 
alla provincia loro. I milanesi ebbero avviso di tali 
cose: e quelli ricordevoli di quanta gratitudine essi 
dovevano ai bresciani per essersi questi in molte cir- 
costanze gagliardamente adoperali, ed esposta la vita, 
e sparso il sangue per la difesa loro, e per essersi 
sempre conservati fedelissimi alla confederazione con i 
medesimi fermata, anziosi di corrispondere con bene- 
ficenza a beneficenza, capitanati dal principe Matteo 
Visconti accorsero con lunghissime schiere in soccorso 
deo-li alleati loro, e li ajutarouo a rimettere a dovere 
i rivoltosi di Valcamonica. Ottenuta la qual cosa, ven- 
ne delegato il conte Ottoliuo da Corteuova a diriggere 
que' valleriani ed a governarli in nome delle pubbli- 
che autorità bresciane (1). 



(i) Mediolancnses beneficiorum quae a Brixiensibus . 

susccperunts nequaquam immemorcs, gcntcni Vallis Camomcae, 



LIBRO VENTESIMOSESTO 129 

5 28, L* anuo seguente i bresciani credettero essere ? M * MM * 
cosa conveniente il commettere ad un qualche probo ;P B? 
ed avveduto personaggio il capitanato del popolo della anno" 
città e provincia, e dietro deliberazione del pubblico i2 ^ 2 ' 
consiglio, raccomaudarono uu tauto iucarico all' illastre 
loro concittadino Baldovino Ugoni, che sospinto da uno 
schietto e vivissimo amore di patria prontamente lo 
accettò, e per un anuo intiero ne sdebitò onoratamente 
i gravi impegni {1). Quel signore aveva già per due 
volte occupato in Milano lo scranno podestarile, la pri* 
ma. r auuo 1284, e la seconda l'anno 1290, e per le 
sue virtuose operazioni erasi meritamente guadagnato 
la benevolenza e la considerazione di quegli abitanti, 
ed il rispetto e la confidenza di Ottone Visconti Arci* 
vescovo e signore di Milano, e di Matteo nipote e po- 
scia successore del medesimo (2). 

Trapassarono i mesi, e quel!' illustre siguor Ugonj 
diede finalmente compimento ali' alto ed arduo impe- 
gno che dietro il pubblico voto aveva pel decorso di 
un auuo francamente assunto in questa città. E per le 
molte sue virtù, e dicasi pure ancora, per la prote- 
zione delle sorti, finché ebbe quegli a reggere il ca- 



<juae tunc brixianae cwitatis rebellis extabat, annuente Maphaeo 

Vicecomite capitaneo populi Mediai ipsius cwitatis im-t 

perio coaptaverunt. Statuerunt itaque Praesides cwitatis Bri- 
xiae nobilissimum virum comitem Ottholinum de Cortenova^ 
c'wem illustrerà in ea valle praeesse, litteras habitatoribus ejus-> 
dem loci conscribentes. Così Malvezzi al cap. x 18 della l)ist. 
"Vili; e veggasi eziandìo la lettera che conservasi ancora a car. 
7 dell' Appendice del medesimo. 

(1) Chronic. Parmens. col 892 apud Murat. T. IX, Rei\ 
Ilalic. — e Zamboni Miscellan. Voi. E.jbl. 17. 

(2) Berard. Corio, Iiistor. di Milano, Part. 2. 

Vol. y. 



Dopo 

G C. 

anno 

IJCjO. 



Anno 
1295; 



!3o LIBRO YENTES1M0SE5T0 

pittato del popolo bresciano 1' ardore delle fazioni 
giacevasi sopito; e non un guelfo ardiva perseguitare 
uu ghibellino, non uno di quelli un guelfo (1). Ma 
disceso egli appena da quello scranno, e rimanendo U 
protezione della patria raccomandata solamente alle 
altre ordinarie magistrature, ed alla muta ed avida 
si°nona del francese Carlo II re di Napoli, che era allora 
da altri assai più gravi impegni occupato, la somma 
cjelle cose di Brescia andò di male in peggio traboc- 
cando. 

§ 29. Le fazioni che in questi paesi erano sempre 
djie sole, cioè la guelfa e la ghibellina, e che per alta 
sciagura quelle due erano state più che sufficienti a di- 
videre acerbamente Y animo della popolazione, ad ar- 
marne ferocemente il braccio, a bruttare di patrio san- 
gue il ferro, quelle fazioni allora pullularono siccome 
gramigue nel campo di neghittoso agricoltore, crebbe- 
ro e moltiplicarono oltre ogni misura, e quel ripullu- 
lamento cominciò a svilupparsi il sabbato 20 agosto 
iag5. In quel giorno moltissimi de' paesi del distretto 
i quali per lo innanzi erausi attenuti a parte guelfa 
condqtti dal tratto orientale da uno della illustre fa? 
miglia Bardelli, dal quale trassero il nome di Bardel- 
listi, ed altri condotti dal lato occidentale condotti 
da un dipendente della famiglia del famoso vescovo 
(iiovanui Griffi da Fiumicello, i quali dal cognome del 
capitano nomiuaronsi Griffoni, quantunque ne gli uni 
uè gli altri tenessero alleanza alcuna coi patrii ghibel- 
lini, in quel giorno si spinsero furentemente contro ai 



(0 Brìx'wmcs ex omni parie tranquillìlatemhabebant. Mal- 
vet. Disi. Vili, cap. 120. 



LIBRO VEETESIMOSESTO i3i 

guelfi, che erano allora i predominanti, e quali entrati ■ 
iu Brescia per un lato, e quali nel punto medesimo Do P° 
entrativi per V altro, li assalsero, e sebbene non consti arino" 
che ne abbiano massacrato alcuno, ne mandarono però mol- 12 &' 
tissimi alle carceri, ed altri molti espulsero dalla città, 
donde costrinsero a vivere, per dannazione ad esilio, 
raminghi (i). 

Que' Griffoni però e que' Bardellisti, sebbene avessero 
associatamente eseguita la prima impresa loro, della 
quale se ne cessa appena il discorso; non erano fra se 
medesimi congiunti di sentimenti, e sì fattamente che 
i Bardellisti costituirono una fazione, ed i Griffoni uà 
altra. Alcuni avveduti signori, altri de' quali primeg- 
giavano nell' una di quelle due uuove fazioni, ed altri 
neir avversa, accortisi che la differenza de' priucipii del- 
le medesime non erano scambievolmente tanto ripu- 
gnanti, che non si potessero facilmente consigliare, e 
provvidamente addurre quelle due parti ad una sola, 
ne studiarouo i mezzi, uè tentarono V impresa, e fausta- 
mente 1' otteuuero; talché fra pochi mesi riuscì loro di 
fare de' griffoni e de' bardellisti una parte sola, alla 
quale, non so per quale motivo, venne dato comune- 
meute il nome di Parte Ferìola (2). 

Infieriva allora ijua guerra fra il marchese Azzo YHI 
d' Este e signore di Ferrara, ed i parmigiani ed i bo- 
lognesi, i quali erano collegati, e questi desiderosi na- 
turalmente di crescere le forze della fermata alleanza, 
domandarono soccorsi ad altre città vicine, fra le quali 



(1) Mal?. Disi. Vili, cap. 120. 

(2) Aut Bardellorum nomen, vel Griphorum partì quarti fe- 

cerant , se se Feriolas vocaverunt. Malvet. Dist. Vili» 

cap. 120, 



l3a LIBRO YERTESIMOSESTO 

mssm , phiesero ancora alla parte feriolista di Brescia, che 
D °P° a que' giorni era la rappresentante il Comune di que- 
t^' sta città. E que' ferioìisti aderendo prontamente alle 
l2 &' istanze avute, spedirono con tutta sollecitudine un nu- 
meroso corpo di soldatesche assai bene agguerrite in 
sussidio degli alleati parmigiani e bolognesi (i). 

I 3o. Le famiglie bresciane che a que 5 tempi distm^ 

guevansi nelle enarrate patrie fazioni, quanto alla parte 

guelfa erano quelle de' signori Gambare, de' Brusati, 

de Maggi, Lavellongo, Sale, Fiammenghi, Palazzi, Fon, 

carali, Calcherà Gaetani, Pedroche, Moreschi, Concesio, 

Umettati, Mairani, Surraghi, Covati, Conforti, la quale 

allora dicevasi di Forzano, alcune della fino d'allora 

suddivisa famiglia Martinengo, ed un ramo di quella 

degli tigoni, che sino da que 5 tempi era distinta in due. 

Le illustri patrie famiglie che primeggiavano allora 

in parte ghibellina erano quelle dei Boccacci, degli 

Occanoni, de' Prandoni, de' Maudaguzzani, de' Fregamo- 

li, de' Taughettini, de' Gisli, dei Peschere, de' Torbiati, 

e dei Federici da Iseo. 

Nella fazione Griffoni, oltre i signori Griffi da Fin- 
micelio che avevano dato a quella parte il nome, di- 
stin-uevansi i Gonfalonieri, tutti i legati in parentela 
col rinomato Gozio dal Foro, che secondo alcuni crej 
donsi essere i signori Caprioli, e quelli che appartene- 
vano all'altro ramo della illustre famiglia Ugoni. 

E distinguevansi finalmente in parte Bardellista i si- 
gnori Bocche, i Calzavegli, i Pregnacchi, i Leccapesti, 
\ Cazzago, i Mairani, ed i Concesii; e siccome queste 
due ultime parti spontaneamente poscia collegaronsi, e 



(i) Cromie Parmense, a,md Marat. T IX, Rer. Udii 



LIBRO VENTESIMOSESTO i33 ^^ 

di ambe ne costituirono una sola, detta de' Feriolisti; di — 
comune consentimento venne a quella destinato direttore ^ ^? 

supremo il nobile e coltissimo giureconsulto Graziadio anno 
1 1298; 

da Calvisano (1). 

5 3i. Le troppo moltiplicate fazioni agitate inces- 
santemente da sospetti, da paure, da ire scambievoli, 
da scambievoli contrasti, e quel che è peggio, dalle 
persecuzioni delle più potenti, da terribili devastazioni, 
e spesso ancora dalla espulsione dalla patria, comincia- 
rono per se medesime a rimettere i peusieri a partito, 
ed a considerare quanto sarebbe giovevole ad ogni 
abitaute la proviucia una riconciliazione universale di 
tutti i diversi partitauti. Alcuni cospicui signori, altri 
de' quali sebbene appartenessero ad una fazione, ed 
altri ad una differente, pure perchè nudrivano i veri 
sentimenti del galantuomo, e sentivano un vero ed an- 
siosissimo desiderio del pubblico bene, accortisi eglino 
appena del generale pensiero dei moltiplicai partitane 
che non lasciaronsi fuggire di mano una occasione 
tanto propizia per riunirli, e tanto adatta per riavvi- 
vare la pubblica tranquillità. Fatto eglino per questa 
concistoro fra se medesimi, di comune consentimento, 
e dietro non leggieri e scambievoli industrie ottennero 
di poter radunare il consiglio generale della città; e 
raccolti per questo uel palazzo Broletto tutti i rappre- 
sentanti le patrie magistrature, e gli ottimati del pò-' 
polo, e °-H auziaui delle contrade che tali dicevansi i 
presidenti alle medesime ed i priori delle arti, e quanti 
e per onoratezza e per meriti e per aceorto ingegno 
si distinguevano: e loro significarono in sulle prime il 



fi) Malvezzi, Dist. Vili, cap. 122, 



^ i34 LIBRO VENTESIMOSESTO 

™ provvido sentimento dei moltiplici faziosi della prò* 

i; ^? Vinci», loro esposero quanto sarebbe propizia Tocca-- 
nnno sione di procurarne la riunione, e proposero di richia- 
* 2 ^ * mare io patria quanti per semplici discrepanze di 
partito erano costretti a condurre una vita raminga, 
ed a strascinare combattuti da continue tristezze i 
giorni miserabili nelT espulsione. Prodotta appena a 
quell' inclita radunanza una così provvida proposizione, 
che vibrando i radunati vivacissima allegrezza dalle 
ciglia, e raccogliendosi in moltiplici e separati crocchj, 
si diedero ad uno scambievole, sommesso ed allegrissi- 
mo favellio. Allora l' illustre Tebaldo Brusati, che a 
que' giorni pubblicamente dicevasi il magnifico, salì 
la tribuna del consiglio, e dopo di avere da quella 
accennato silenzio, per mezzo di una ferventissima, e 
Ben ragionata allocuzione, perorò a favore della pro- 
dotta proposizione, e studiossi a tutt' uomo di persua- 
dere ai radunati di accettarla. Dopo di lui fece lo 
stesso T illustre Brissiano Sala, ed indi il potentissimo 
Gherardo Gambara: e que' tre distintissimi personaggi 
T uno dietro all'altro arringando ai bresciani esposero 
loro, quanto fosse mai disdicevole a questa provincia 
il continuare la sommissione a Carlo II re di Napoli, 
il quale non aveva mai fatto altro che ricevere alle- 
grissimo i loro tributi, confortarli con larghissime pro- 
messe; ma non volgere però mai un pensiero a pro- 
curare il buon ordine di questa provincia, a tentarne 
la riconciliazione de' faziosi, e ad usare sopra la me- 
desima la protezione dovuta da chi ne gode il nome 
ed i diritti di signoria. Dato fìue a quelle allocuzioni 
si propose al consiglio: se si avessero o no a ridda" 
mare in. patria i faziosi di qualunque genere, che 
erano dannati ad esilio, ed a rendersi ai medesima 



L1GR0 TERTESIMOSESTO i35 

i diritti di cittadino attivo. Espostasi appena quella = ^ === 
proposta, si dispensarono le fave, aggirossi col bossolo, *?°P? 
si raccolsero i voti, e di generale consentimento quella anno 
proposizioue venne favorevolmente accettata. a 9 • 

Deliberatasi quella prima proposta, altri radunati 
in quel cousiglio, mandata a larghe canne la voce, 
sclamarono: non essere conveniente il commettere l'am- 
ministrazione delle cose pubbliche a molti individui, di 
qualunque classe mai eglino si fossero; perchè le par- 
ticolari ambizioni degli uomini li accendono uatural- 
mente a scambievoli invidie, per le quali ne succedo- 
no inevitabilmente acerbe rotture; e doversi per questo 
trascendere fra i bresciani un personaggio amoroso del 
pubblico bene, conoscitore dei bisogni della provincia, 
letto di sentimenti e timorato di Dio, ed a quello 
commettere tm temporaneo, ma principesco reggimé 
della città e proviucia. Plausero i radunati a quella 
proposta, e dibattendo le mani la accettarono di pienri 
consentimento. 

Poscia un qualcuno de' raccolti in quel consiglio 
nominò V illustre Tebaldo Brusati, perchè dovesse es- 
sere dai voti dalla pubblica radunanza eletto per cin- 
que anni avvenire principe di Brescia ; alcuni altre 
proposero invece a quell' altissimo incarico V allora 
vescovo di questa diocesi Berardo Maggi. Il Brusati 
allora usando un azione della quale ben pochi sareb- 
bero capaci, ma assai propria di lui, che per alte ge- 
sta erasi già da molt'anui guadagnato dal pubblico il 
soprannome di magnifico, ricusò francamente di essere 
pure ad una tanta dignità ballottato; e declamando' 
indi una breve ed energica orazione, dipinse cou quella' 
ai bresciani quanto fosse bello il carattere del Maggi, 
quanto grande il suo animo, quanto ardentemente egli" 



x36 LIBRO VE1NTESIMOSESTO 

m ^ m ^ sospirasse il bene de* suoi cittadini, e quanta r icòne*' 
J?°l|? scenza finalmente si fosse egli guadagnala dai brescia* 
anno ni, presso ai quali da già vent'anni reggeva con tutta 
129 * sollecitudiue ed onoranza gli ufficii episcopali; e per 
conseguenza, quanto fosse egli più di ogni altro meri- 
tevole di essere il destinato a reggere la somma delle 
cose pubbliche di questa città, e proclamato principe 
di Brescia. Dietro quella magnanima allocuzione di 
Tebaldo Brusati, ed i suffraggi del pubblico consiglio, 
tì mercoledì 6 marzo 1 298, il vescovo Berardo Maggi 
venne eletto per un quinquennio avvenire principe di 
Brescia, lasciando ch'egli avesse ad esercitare contem- 
poraneamente ancora le pristine sue funzioni epi- 
scopali (1). 



(1) annuente magnopere Thebaldo de Brusatis, totius con-* 
silii nutibus Berardus de Madiis, tunc Brixiensis ecclesiae 
antistes, vir magnanimus^ grandisque prudentiae, urbis ac to-* 
tius reipubblicae Bector, et praesul eìigìtur, pacto quod per 
qiiinquenniitm dumtaxat Principatum géreret. Futi tamen in 
ea tam magna egregiorum civium collectione, pene omnium 
unus assensus. ipsum Thebaldum ejusdem urbis principem 
atque Uuctorem elìgere. At ipse proni eratomni virlute prae^ 
clarus, Sacrosanctae Ecclesiae Pastorem sanctius praehono' 
rare opinatus est. Actumest hoc anno Christi Domini 1298 die 
Mercurii VI Martii. Malvet. Dist. Vili, cap. 123. 






LIBRO VENTESIMOSETTIMO 



§i.X olta della enunziata maniera la signoria di ■ " ■ ' - 
Brescia alle avide ambizioni del re Carlo II di Sicilia, Do P £ 
il quale avevasi sempre procurato da questa provincia ann0 
pecuniarii soccorsi, e nou voltò mai un pensiero a gio- 12 9 ■ 
varne i bisogni, ed a raccongiuugerne gli animi fiera- 
mente esacerbati dei moltiplici faziosi; tolta 1' ammi- 
nistrazione delle cose pubbliche alla irrequieta autorità 
dei molti reggenti i magistrati: alcuni de' quali ora 
appartenevano ad un partito ed ora ad un altro, e 
ehe quando per avventura tutti appartenevano ad una 
parte sola, tirannescamente condannavano a morte, a 
prigione, ad esilio, e facevano alle volte abbattere an- 
cora le case a quanti erano, o supponevano che fossero 
di parte avversa; ed affidatone il reggime al celeber- 
rimo patrio vescovo Berardo Maggi, cominciarono fra 
non molto gli avi nostri a conoscere quanto fosse stata 
provvidissima al patrio bene la promozione di quell' il- 



Dopo 
G. C. 



i38 LIBRO VENTESIMOSETTIMO 

lustre a reggere con autorità principesca le fino allora 
perturbatissime pubbliche cose bresciane, 
anno Quel Berardo era figlio del conte Emmanuele Maggi, 

2 ^" discendente da nobile ed antichissima famiglia di que- 
sta città (i), famiglia la quale, come per onorevole 
ricordanza, ha sempre nominato Berardo alcuno dei 
suoi discendenti fino a noi. Quel Berardo aveva atteso 
da giovinetto ed onoratamente alle prime scuole, da- 
tosi poscia agli scabri e faticosissimi recessi della giu- 
risprudenza, che allora usavasi, ed ai reconditi scruti- 
nii di una sottile teologia, per le apprese cognizioni 
guadagnossi dal pubblico altissima considerazione. Il 
dì 5 settembre I2y5 passò ad altra vita il vescovo 
di Brescia Martino (2): e per comune consentimento 
del clero bresciano, e delle patrie autorità, siccome 
allora costuma vasi, il canonico Berardo Maggi, mentre 
ancora percorreva il medesimo settembre, venne pro- 
mosso a succedere al vescovo defunto nella cattedra 
episcopale (3). 

Finché Berardo Maggi non era che il vescovo della 
diocesi nostra, non poteva egli, quanto al temporale, che 
emettere semplici consigli: i quali, per quanto mai fosse 
il fervore ond' erano accompagnati, e per quanta l' in- 
dustria e la giustizia de' medesimi, non però valevano 

a costringere i suoi diocesani ad ima comunanza di 
o 

sentimenti, ad una scambievole patria unione. Non cesse 



(r) FÌorentinius, Antistit. Brix. Indice Chronologico: edict* 
Brix. apud Fontanam, ann. iGi/j.- pag* a5. 

(2) Idem, ibidé pag. if\. 

(3) Ciò è rapportato dal Fiorentini e dal Gradenigo, ed atte- 
stato da un' antico pergameno che era nella Libreria de' PI*, della 
Pace, il quale si è pubblicato dal can. Gagliardi , in noli* titij 
V glieli, pag. 548. 



LIBRO YESTESIMOSETTIMO i3 9 ^^ 

però egli mai dallo studiare ogui mezzo onde ottenere ' 

un così provvido iutento; e se meulre egli studiavasi Dopo 
di ricongiugnere le esacerbate patrie fazioni, ebb' egli anno 
la sciagura di vederle bullicare fecondamente, e pul- "S** 
lularne dell' altre, ciò uou fu per difetto dell' accorgi- 
mento e dell'opera sua: ma solo pel mancamento dt 
un potere valente a deprimere le sorgenti audacie dei 
moltissimi patrii faziosi. 

Oltre però all' aver egli dirette frattanto le cose ec- 
clesiastiche di quella maniera che solo aspettare pote- 
vasi da un prelato ardentissimo di sacro zelo, e ri- 
dondante di ogni sorta di cognizioni: l'anno 1286 
aveva e°"li fatto eriggere 1' ampio monastero di San 
Barnaba provvedutolo di tutte le adiacenze necessarie 
al medesimo, ed oltre ciò giovatolo ancora di due on- 
cie d'acqua, tratta dal canale condotto in questa città 
per le provvide industrie di Teodorico re de' longo- 
bardi dalle uberrime e uon mai abbastanza applaudite 
scaturiggini di Monpiano; ed in quel cenobio aveva 
e°Ti raccolto tutti gli eremitani dell' ordine di S. Ago- 
stino, e costituito il capitolo canonicale de' medesimi (1); 
cenobio che per le vicissitudini dei tempi ora è con- 
verso in altro pio istituto, per buona ventura meglio 
pensato, e come bassi ancora a credere, di maggiore 
pubblica provvidenza. 

L'anno 1293 aveva egli giovato moltissimo al mo- 
nastero di S. Brigida, ed assicurati i redditi conve- 
nienti al sacerdote diriggente il medesimo. E conti- 
nuando a ripetere incessantemente l' una dietro all' altra 



(1) Ciò è chiaro da un istrumento del pubblico notajo Bona- 
ventura da Volciano atto scoperto dal Gradenigo, e da quello 
pubblicato nella sua_opera, Brix, sacra, pag, 287 et seq. 



i4o LIBRO YENTESLMOSRTTIMO 

?"""" ". così lodevoli operazioni, ed a conservare fermamenlf! 
Dopo un cara ttere neutrale fra le moltissime pubbliche dis- 
anno sidenze: studiandosi a tult' uomo, sebbene indarno, di 
l2 9^- rappafcumarle, e di riunirle scambievolmente, quantun- 
que pendesse un poco al ghibellinismo, guadaguossi 
una tanta raccomandazione presso agli ardentissimi 
guelfi ed al re di Sicilia, i quali avevansi allora la 
signoria di questa provincia: che per decreto dei me- 
desimi venne onorato dei titoli, provveduto dei conve- 
nevoli censi, e dichiarato marchese di Bagnolo, grosso 
paese otto miglia a meriggio di Brescia, e marchese 
ancora di Toscolano e di altri luoghi a quello vicini 
nella Riviera benacense: non però di tutta la floridis- 
sima piaggia orientale di quel lago, siccome da al- 
cuni strambamente raccontasi; su di eguale maniera di- 
chiarato duca della Vallecamouica, e conte di Ghedi (i), 
Dopo tanti onori che per le belle sue operazioni ave- 
vasi meritamente acquistati il patrio vescovo Berardo 
Mag^i, venne egli per un quasi generale consentimento 
dei radunati nel pubblico consiglio di questa città il 
mercoledì 6 marzo 1298, eletto per un quinquennio 
principe di Brescia. La benevolenza pubblica ch'egli 
sentivasi fervere in petto, ed il desiderio eh' egli uu- 
driva di ogni possibile giovamento di tutta 1' umanità* 
siccome aveva già egli intesa la determinazione pro- 
dotta nel primo articolo degli atti di quella medesima 



(1) Il diploma autentico di quelle onoranze allora concesse al 
vescovo di Brescia, ed a' suoi successori, e da quelli godute sino 
a questi ultimi tempi, non trovasi di presente in alcun archivio,, 
né viene da alcuna cronaca, fino ad ora scoperta, rapportato- 
Vcggansi non pertanto quanto hanno scritto sopra di ciò Giade- 
nigo, Brix. sacr. pag. 290, e Bernard. Corió a car. 5»4- 



LIBRO YESSTESIMOSETTIMO fft 

pubblica radunanza: cioè, che si avesse a richiamare »= 
liberamente in patria qualunque ne traesse ramingo i G °P£ 
giorni, a ciò condannato dai guelfi perchè ^ appartenes- anno 
se, o si sospettasse pur solo inclinante all' una od al- 
l' altra delle molte opposite fazioni: desideroso di pre- 
sure l'opera sua per la sollecita esecuzione di un così 
provvido decreto, accettò allegrissimo l'onoranza e l'im- 
pegno affidatogli per la deliberazioue del secondo articolo 
del pubblico consiglio medesimo (i). 

Il vescovo patrio Berardo Maggi, dopo avere assun- 
ta la podestà principesca di questa città e provincia, 
e dato sesto appena alle prime ordinane agitazioni che 
perturbare lo dovevano, siccome prendeva a percorrere 
uno stadio non ancora da alcuno suo predecessore trac- 
ciato, diecinove giorni dopo quello della sua onoratis- 
sima promozione, che fu il 25 dello stesso mese di 
marzo, dopo di avere muniti delle necessarie carte di sal- 
vacondotto , richiamò e rimise in patria qualunque 
bresciano, per semplici cause di fazionarie contenzioni, 
ramingasse a que' giorni espulso dai proprii focolari, 
e fosse costretto ad esilio. Quel magnanimo vescovo e 
principe non appagossi divedere semplicemente co' pro- 
prii occhi la tornata di que' miseri: volle anzi a quella 
presiedere, ed eretta uua tribuna dinnanzi alla porta 
maggiore della antica basilica detta la Rotonda, dopo 
di avere dinuanzi a quella radunati i reduci dall'espul- 
sione, e gran folla di cittadini, francamente salilla, e 
da quella declamò una breve, ma schietta ed energica 
allocuzione, per la quale raccomandò a tutti piena di- 
menticanza delle passate vicende, pubblica unione, amo- 



(i) Malvezzi, Disi. Vili, cap. 1*3, 



i4a LIBRO VENTESIMOSETTIMO 

^ mmmm ^ re fraterno, tenerezza patria. E mentre così sacri ed 
ljopo eternamente memorandi sentimenti quel patrio vescovo 
apno declamava, vinto all' animo dal bollore degli affetti, 
J298, grondante le ciglia di caldissime lagrime, ed intercetta 
la loquela dai siugulti, tacque per alcuni istanti- ed 
accortosi che moltissimi ancora di que' radunati pian- 
gevano, colse il provvidissimo istante, ed alzando la. 
voce impose ai radunati di baciarsi scambievolmente, 
di abbracciarsi, di giurarsi reciprocamente oblivione di 
ogui cosa passata, perpetua amicizia e fedeltà. 

§ 2. Qui sembrami essere conveuientissimo il consi- 
derare: che il vescovo Berardo Maggi, al quale per 
deliberazione del pubblico consiglio di questa città e 
provincia, fino dal mercoledì 6 marzo 1298 era stata 
affidata la suprema autorità della bresciana repubblica, 
e conferito il titolo di principe della medesima, i bre- 
sciani per la collazione fatta spontaneamente al Mag- 
gi della indicata autorità e di quell* onorificentissimo 
titolo, non avevano inteso di rinunziare alla libertà pa- 
tria, ed alle forme di magistratura repubblicana se- 
condo le quali si governavano. Delle quali cose ne 
rende certissimo argomento il fatto. Il vescovo Maggi 
era stato eletto per un quinquennio principe di Bre- 
scia, ed aveva già egli assunta quell' alta dignità; ma 
continuava ciò non pertanto a radunarsi in Brescia an- 
cora in poi il pubblico consiglio, col quale magistrato 
doveva e soleva quel principe consultare gli affari, al- 
meno i più gravi, innanzi di emetterne deliberazione: e 
fu quello il pubblico magistrato che allo spirare del 
primo quinquennio del suo principato, per altrettanti 
anni al medesimo lo raffermò (1). Di più quantunque 

(1) Malvezzi, Disi. FUI, cap. 25. 



LIBRO VENTESIMOSETTIMO itf 

il vescovo Berardo fosse il principe di Brescia, conti- •■ ' 
iiuavauo pur tuttavia i presidenti, che allora dicevausi q q # 
eli anziani il) delle contrade, i quali amministrava- anno 
no ancora le pubbliche tasse, cioè riscuotevano il cre- 
dito, e pagavano il dovuto, continuavano pur tuttavia, 
quegli anziani, ad esercitare come per lo innanzi gli 
! uffici loro, e ciò ne viene assicurato da un alto legale 
i del contemporaneo Faustino Carzago, jl quale era uno 
che esercitava allora in Brescia le funzioni notarili (2). 
Per le quali cose, secondo ha osservato ancora il pa? 
trio scrittore Elia Caprioli, l'autorità del principe di 
\ Brescia era paragonabile a quella del doge di Venezia; 
il quale sebbene occupasse la primaria dignità di quel? 
la repubblica, e venisse denominato il serenissimo prin- 
cipe, pure non aveva che una autorità colìegata con, 
quella delle' altre moltiplici magistrature di quello 
stato. i 

§ 3. Il vescovo e principe Berardo Maggi, dopo dì 
avere tornati alla patria i ghibellina dopo di avere 
congiunte amichevolmente le destre loro a quelle degli 
intrìnseci guelfi, dopo di averli veduti giuguersi le lab* 
bra e ricambiarsi i baci, e di essere stato presente 
mentre quelle due parti, per eredità degli antenati av- 
verse, e per ostile iracondia implacabili, giuravansi 
scambievolmente amorevole fratellanza, lealtà di senti- 
menti e perpetua fede. Conscio però egli quanto leg? 



(1) Altro erano gli anziani di Brescia a que' tempi: nome tratto 
dalle voci latine, ante alios^ perchè avevano mano nella pub- 
blica amministrazione ; ed altro sono gli anziani che sono ir* 
Brescia di presente, i quali non hanno che una presidenza eco-? 
nomica ai funerali. 

(3) Caprioli, ilistor. Bresc. Lib. FU. 



,44 LIBRO VENTESIMOSETTIMO 

■■■- giera credenza mai dovesse prestarsi agli amichevoli 

Dopo t ra tti esterni, ed ai reciproci giuramenti di lealtà e di 
anno' concordia praticati fra persone, alle quali bolliva pur 
12 ^9* anco nel petto l'ira e la caparbietà della fazione; con- 
scio il Maggi quanto effimere fossero state a' suoi tem- 
pi per tutta Italia le paci celebrate fra quella razza 
di oppugnanti, operando da accortissimo politico, de- 
terminò di occuparli tutti in opere profìcue alla patria: 
la grandezza e l' interesse delle quali dovesse occupare 
gli animi loro, e vincerne le occulte reciproche fie- 
rezze. 

Per questo egli dietro al cousentimento delle altre 
patrie magistrature, e dietro il topografico disegno pre- 
sentato da quegli ingegneri che erano stati per tale 
operazione trascelti, fece egli estrarre due copiosi ca- 
nali d' acqua dal Mella (i). Una di quelle riviere era 
destinata ad entrare nella città, è non solo a percor- 
rerla rettamente da monte a meriggio, ma a discorrer- 
la serpeggiando secondo meglio lo conveniva per lo 
aggiramento delle ruote dei molti edificii di ogni ge- 
nere, che per soccorrere all' industria, e per giovare al 
bisogno dei cittadini, in Brescia in queir occasione si 
costruirono; e quella è la corrente che scorre ancora 
per questa città: e siccome la è quasi per ogui tratto 
coperta di volte, e trapassa nascosta, dicesi comune- 
mente il Fiume celato : in dialetto patrio el Fioem 
salat. 



(i) Malvezzi, Dist. Vlll^ cap. 124. — Fiorentini, Jntlstitum 
Brix. Ind. Chronolog. f. 25. — Anonimo ( cioè il fu Biblio- 
tecario della Quiriniana abate Bighelli ) Opera intitolala: Com- 
pendio istorico delle ragioni ecc. di Brescia sopra ijiumi ecc„ 
f 56 e scg. ediz. di Brescia, 1800. 



LIBRO YEKTESIMOSETTMO ^5 

L'altro canale d'acqua estratto in quell'occasione 



4al Mella era dirett-o a scorrere tratti occidentali aJla 9,°P° 
città e prossimi alla medesima, pei quali discorre an- anno 
.cora, ed è nominato il Fiume. I magli, i molini, le J2 ^* 
maciuatoje, i mangani, e gli altri molti ordigni che 
.quello aggira, procurano gran giovamento all'industria 
ed al vantaggio degli abitanti; e le acque di quelle 
,due correnti estratte allora dal Mella altro larghissimo 
vantaggio alla patria agricoltura arrecano, per le co- 
piose irrigazioni che da quelle sopra ubertosissimi cam- 
pi si derivano. 

L' avvedutissimo principe di Brescia Berardo Maggi 
^destinò a presiedere allo scavo, ed alla condotta di 
que' due nuovi canali due personaggi che si erano per 
lo innanzi in avverse fazioni distinti; e ciò egli ope- 
rò condotto da mia veramente saggia prudenza: primo 
perchè siccome pubblicamente credevasi che egli pro- 
pendesse a parte ghibellina, onde mostrare che egli non 
mentiva parzialità per fazione alcuna; secondo affiuehè 
i due eletti a presiedere alla estrazione di quelle due 
riviere del Mella, ed alia coudotta delle medesime nou 
avessero più oltre a gareggiare armati in patrio dan- 
no, ma ad emularsi invece a vicenda per la costru- 
zione di oper^ tendenti alla pubblica beneficenza. Il 
signore destinato a presiedere alle operazioni che face- 
vansi pel fiume Celato fu 1' ardente ghibellino Giacomo 
£)ldofredi, che dai cronisti è nominato, siccome allora 
.costumavasi indicando quella famiglia, Jacopo da Iseo; 
ed il presidente alle opere necessarie per la corrente 
suburbana, detta il Fiume fu jl fanatico guelfo Tom? 
maso Palazzi (i). 

|j) Bighelli, Op. indicala, fol. 5y. 

Yol. V. io 



,45 LIBRO VEHTESIMOSETT1MO 

! . <j 4. Q U el vescovo e principe onde occupare i bresciani 
Dopo in altre operazioni giovevoli alla patria, e toglierli di 
anno' tale maniera all'ardore delle fazioni, fece estendere ad 
Nf99? uno spazio assai maggiore la piazzetta che allora sten- 
devasi di prospetto alla porta occidentale del palazzo 
pubblico di Broletto, e, discendendo a meriggio, quel- 
la allungò sino alla chiesa ottangolare fatta erigere 
dalla regina de' longobardi Teodelinda, e detta il Bat- 
tisterio di s. Giovanni Battista; la quale chiesa era 
presso a poco dove ora veggiamo zampillare acque lim- 
pidissime dalla marmorea fontana della gran piazza 
del Duomo; per mandare ad esecuzione la qual opera 
fu quel vescovo e principe costretto a far demolire il 
monastero e la chiesa de' santi Cosmo e Damiano: i 
quali edificii intralciavano allora quelli spazii; mona- 
stero e chiesa che fece egli contemporaneamente co- 
strurre negli stadii occidentali della città, dove sono 
ancora di presente (1). 

E dopo di avere quel patrio vescovo e priucipe oc- 
cupati altri cittadiui perchè avessero a procurare molti 
allora inevitabili ristauri alle minaccianti diroccamento 
antiche mura, e fortificazioni della rocca ciduea: im- 
maginò un altra operazione, la quale avrebbe potuto 
essere bastante da sola ad occupare le forze e Y animo 
di quanti bresciani desiderassero il pubblico bene. E 
perciò quel grand' uomo conosceva profondamente quau- 



(i) Fiorentini, Op. cit.fol. a5. — E Malvezzi così si esprime; 
plateam cwitatis quae juxta Basilicata S. Joan. Baptistae con- 
stitit.Jierìjussit, et quia eo loco Ecclesia Ss. Cosmae et Va- 
miani erat> et coenobium ad honorem eorum sanctorum, ad 
extremum cwitalis, ed ad occidentalem partem consumi jeciL 
Dist. Vili, cap. 12/,. 



LIBRO VENTESIM.OSETT1MO i4 7 

io i suoi concittadini dovessero essere affaticati in opere *■— *— " J? 
di patrio giovamento, perchè la occupazione de' mede- ?°^ 
simi in quelle, oltre all'impiegarli in patrie provvi- anno* 
deuze, stoglievali naturalmente dal contrasto faziona- * ' 
rio. Fu quello un vero accorgimento filantropico di 
quel vescovo e principe, o fu un tratto dettato da 
private avarizie e superbie, siccome lo ha gridato uà 
vecchio scrittore, uon lo potremo tacere proseguendo. 

La nuova alta e provvidissima operazione ideata 
.dal vescovo e principe patrio Berardo Maggi fu Y e- 
strazione da farsi dal torrente Chiese presso Gavardo, 
e comunicata dal medesimo quella idea al consiglio 
pubblico della città, ed avutone plaudentissima appro- 
vazione, dietro le topografiche direzioni dettate da que- 
gli ingegneri che si erano per una tanta opera pre- 
scelti; mentre percorreva la prima stagione del secolo 
decimoquarto, diede egli ad una tanta escavazioue, e 
ad una tanta tratta di acque comjuciamento (i). 

Quel nuovo fiume, che secondo i primi disegni do- 
veva avvicinarsi al bastione della città, detto Cautoue 
Mombello, e procedere poscia a meriggio: dovtv.a pure 
irrigare quante campagne fossero state superiormente 
adacquabili dalle correnti del medesimo, aggirare le 
ruote degli edificii che di fianco al medesimo si potes- 
sero mai dall' industria patria erigere ; e tradurre i 
legnami di qualuuque sorta, che dalle selve del Tirolo, 
pel torrentello Caffero, ed iudi pel lago d'idro, e pel 
torrente Chiese a provvidenza dei bresciani discendono. 

Dal principe, dal consiglio, e dagli altri apparte- 
nenti magistrati della città vennero destinati a presie- 
dere ad una taut' alta operazione i due opulenti e 

(?) Majvet. JDist. Vili, cap. 84, — Fiorentini, uhi svp, 



, 48 LIBRO VEINTESIMOSETTIMO 

—= prestantissimi signori Ubertino Sala e Giacomo Peccar 
S.?J3! rale, i flii^Ji con tale impegno si accinsero ad una. 
"anno* taf. e amjnirajbile derivazione, che npn curando di 
Hfy* somministrare gran parte del proprio danaro ai la- 
voranti^ zappatori, e scalpellini, oltre quello veniva 
loro contribuito dal pubblico erario, si esponevano 
ancora e di giorno e di notte a qualunque intem- 
perie, sostenendo coraggiosamente ogni contrario ac- 
cidente, t a segno tale, che nel breve spazio di quat- 
tro o cinque anni, con sommo giubilo ed allegrezza 
Universale, venne ultimata una tàni opera (i). 

§ 5". Qui sono costretto a sospendere il racconto, 
ideile cose che posteriormente successero relative al na- 
viglio bresciano, e ciò onde non interrompere lo sta- 
dio cronologico delle bresciane istorie. Gli affari giu- 
diziarii di questa città e provincia erano a que' tempi 
pome per consuetudine, raccomandati ad un Pretore, 
destinato a tale incarico dai pubblici magistrati; e sic? 
come ne viene accertato dall' autico patrio cronista Ca- 
millo Maggi, dal principio dell'anno 1292 sciolse in 
Brescia k cose giudiziarie sino alla fine dell'anno 1294 
il celeberrimo giureconsulto, e Pretore di questa pro- 
yincia Giovanni fucini. Dopo quello occupò quell' in? 
carico pel decorso di tre anni interi, cioè sino al ter- 
gine dell'anno 1297 un altro ugualmente lodatissimo 
giurisprudente detto Gasparo da Garbagnate, paese che 
ora dicesi Roccafranca; l'anno seguente, cioè pel 1298, 
j bresciani raccomandarono quell' alto impegno al colto 



(,) Cioè trascritto dal fol. /,o dell'Opera anonima sopra citata^ 
scritta e pubblicata in Brescia dal fu Bibliotecario della Quin- 
tana abate Bighelli, Tanno 1800. Dalla stamperia della nok 
Congregazione Delegata. 



i 
ihùt. 



LIBRO VESTÉSIMOSÈTTIMO 1 tfa 

e probo legista fiorentino denominato Maiuello dalla "^ 
Scala; I' anno seguente lo commisero ad ira altro ugual- J?°P° 
meuté Sventino dettò, io non so come, Zappóne Sai- anno 
torelli dalle Fibre di' frori; e ranno' i3oa il véscovo 1 ^ óo/ 
e principe Maggi, dietro il consenso degli altri pub- 
blici magistrati di' questa città e provincia, ne elesse 
Pretóre ir veneto N. U. Andrea Quirini, il quale sciolse 
onoratamente àncora per molti a nifi posteri'orr, i df^ 
ficiìi impegni di quell' alto incarico (i). 

§ 6. Gli scavi che audavans'i allora costruendo del inno' 
naviglio' secondo le forme che lo véggiamo percorrere 
ancora di presente, non: erano una operazione immagi- 
nata primitiva mente dal Maggi, ed approvata dagli 
altri magistrati patrii a Ini contemporanei; ma decre- 
tata già da quasi un mezzo secolo innanzi (2); e dovu- 
tasi lasciare per le vicissitudini dei tempi in abbandono. 
Ma accortosi il Maggi e gli altri occupanti le patrie 
magistrature, che quell'opera audava gigantescamente 
pocedendo, sciolto libero il campo a miove idee im- 
maginarono di costrurre per mezzo delle acque mede- 
sime, di altre con quelle da Congi ungersi, e tutte in- 
sieme pei loro proprii canali sostenute tratto tratto da* 
una erezione di quegli acquei portoni di sostegno che 
vedousi ancora lungo i prossimi navigli di Milano, anzi" 
non solo immaginarono, ma deliberarono di scavare 
due canali navigabili, i quali dietro i disegni procu- 
ratisi, dovevauo ambi avere un porto comune presso 



(1) Così assicurano le Cronache di Camillo Maggi, 651516111? 
nella Libreria Mazzucchelli, Yolum. IX, come ne ha tratto uno" 
schizzo Zamboni, al f. 52 del Yol. I. delle sue Miscellanee mss. 

(2) Veggasi nell' Archiv. pubb. il lib. Provvigioni del Na-51-* 
•glio, B: 17. 4, 



i5o LIBRO VEKTESIMOSETTIMO 

— - ' " ! al bastione della città detto cantone Mombello, t di 
5\ft là uno divergere a sud-sud-ovest sin presso Asola, 
anno nelle vicinanze della quale fortezza doveva sboccare 
lotta. ne | Chiese, e soccorso da quello tradurre i legni na- 
vigabili unitamente fin dove discende il Chiese a con- 
giuugersi coli' Ollio; cioè fra Mosio e Canneto, che erano 
allora terre bresciane. E l'altro canale navigabile mo- 
vendo dal medesimo porto di cantone Mpmbello doveva 
discendere dopo i territorii suburbaui per quello di 
Borgosatollo, di Moutirone, di Bagnolo, di Porsano, 
unirsi su quel di Leno col Molone, e seguitando a 
procedere a meriggio entrare nel Mella presso la sa- 
luberrima sorgente Bagatta di Milzanello, e soccorso 
poscia da quel fiume scendere nell' Ollio presso Ostia-- 
1105 e di ciò' non ne recano testimouianza solamente gli 
atti pubblici che esistono ancora (1), ma più assai i 
lunghi tratti di que' due canali navigabili che allora 
si scavarono^ \ quali veggousi ancora nella vasta cam- 
pagna di Montechiaro fra i confini occidentali di Ca- 
stenedòlo, e quelli pure occidentali di Ghedii, rapporto 
a-l canale die dirigevasi per Àrsola; e quanto all'altro 
si veggono ancora quegli scavi luminosissimi, quantun- 
que da già quasi cinque secoli e mezzo abbandonati, 
per tutto il territorio occidentale di Forzano^ cioè dai 
confini meridionali di Bagnolo a quelli superiori di' 
Leno. Que' due canali vennero lasciati in abbandono 
per le plausibili e potenti opposizioni promosse da al- 
tri cospicui cittadini, fra i quali primeggiavano i si-" 



(1) Archivio puhb. Provvigioni Naviglio; e fra quegli atti di- 
stinguonsi singolarmente quelli stipulati colle famiglie Conforti 
e Pedrocche, per l'acquisto dei tratti di fondi dalle medesima 
»el territorio di Porzano posseduti. 



LIBRO VEHtESIMOSETTfMO i5i 

gnor! Uggeri; e quelle opposizioni si fecero> perchè la < ^— — 
dovizia d' acque che dovetesi procurare a que' due Dopo 
navigli, avrebbe necessariamente spogliato delle neces- anno" 
sarie irrigazioni larghi ed ubertosissimi tratti del ter- *5o3* 
ritorio: sicché il danno che per que* due canali sarebbe 
andata a sofferire la provincia, sarebbe stato superiore 
d' assai al vantaggio della traduzione navigabile dei 
medesimi (i). 

§ 7. Andavasi intanto approssimando alla fine il quin-* 
quenuio della autorità principesca affidata dai bresciani 
al Vescovo Berardo Maggi; ed egli ad onta degli otti* 
mi sentimenti che nudriva^ e delle industri e gravissi- 
me operazioni nelle quali erasi incessantemente studiato 
di occupare potentemente i cittadini, a ciò tratto non 



(1) Ciò scorgesi patentemente, ed è comprovato con solidi argo- 
menti da un altra Opera scritta dal sopralodato Bighelli, e che 
non so se per troppa circospezione o per eccedente umiltà pub- 
blicò anonima in Brescia sopra il Naviglio, e dedicò al conte 
Vincenzo Cigola in sui primordiì del presente secolo. — Il ce- 
leberrimo Giovanni Battista Mantovani elegantissimo scrittore 
in poesie latine di quel secolo: così schiettamente e del Vescovo 
e Principe Maggi, e del vaso Naviglio dettò, Lib. IP, Syha^ 
rum prope Jineni. 

v> Iste idem meritis decus exposcentibus illud 
•>■> Venit ad imperium patfiae, populoque volente, 
11 Et princeps et pastor erat, nèc justhis alter 
« Ante gubernavit. nec post sua tempora Rector. 
w Nec res teste caret, veteri certissima forhae 
« Magna, jidem faciunt illam monumenta per urbem 
f> Visa istis paulo ante oculis, quid tanta moramur? 
•» Hic quoque majorem patriae meditatus ad usum 
* Grande opus exhausit vitrea vasa lucida Clesisj 
->•> Atque novis jluvii partem decurrere ripis 
•» Facif, ut invictas s alien s ferat alveus ornos 
■» Et sola currentes potent sitientia rivos< 



i£a MBRO YEÌNTESIMOSETTIMO 

fra»— «u* SQ j o (j a ]] a persuasione che quelle faticose e magnifiche* 
5°fp costruzioni avrebbono recati grandi vantaggi alla prò-" 
anno vincia, ma più assai dalla fortissima lusinga che quelle 
ingenti occupazioni avrebbono stolte facilmente le pò-" 
polazioni dalla frenesia faziouaria, e li avrebbero in- 
sensibilmente adotti ad una pubblica unione, ed in? 
comune spirito patrio congiunti; quei Vescovo e Prin*' 
cipe, quantunque inanimato da così Bèlle idee, e quan- 
tunque si andasse infaticabilmente adoperando in cosi 
provvide geste, e quantunque si avesse continuamente 
studiata ogni possibile circospezione, non aveva pero' 
mai potuto deprimere, od almeno ascondere alle genti 
la naturalmente in lui radicata inclinazione al partito 
ghibellino: cosa che sentivasi con altissima dispiacenza' 
da que' potenti bresciani, i quali sebbene celatamente, 
pure come grossi alberi che pendono ad altro lato* 
inclinavano essi ancora, e fieramente a parte avversa. 
Oltre di ciò solleticato quel pio ed iudustriosissimo- 
persouaggio dalla compiacenza di règgere principesca-' 
mente la somma delle cose di una vasta provincia, né 
sapendo come fra pochi nresi recedere da un tanto- 
scranno: concertate le cose con tutti i congiunti suoi, 
e coi secreti ghibellini e suoi fidatissimi, che erano' 
Girardo Gambara, Trione Palazzi ed altri potènti di' 
quella fatta, fece per opera loro radunale un consiglio 
secreto, dichiarare da quello nemici della patria, e con- 
dannare ad esilio Tebaldo Brasati, e tutti i congiunti' 
suoi ( perchè quell' accorto e potente signore, e quella 
famiglia sovra di ogni altro di Brescia pungeangli le 
pupille) e dietro a quelli fece espellere ancora tutto 
il ceppo intero de' nobili signori Griffi, Ugoni, Gonfa- 
lonieri, Gozii, che ora diconsi i conti da Capriolo, e 
"nauti appartenevano ai medesimi, e molte altre vili»-' 



LIBRO VENTESIMOSRTTIMO r53 

Uri famiglie: ed indi fece egli dichiarare se medesimo -- ■■ 

Principe di Brescia per un altro quinquennio (i). Tan- 5°K' 
to puote sugli animi per pietade ancora e per saggezza anno 
distiuti l'ambizione di primeggiare. * °^ 

I dannati ad esilia dovettero aHora uscire di tutta- 
fretta dalla patria, ringraziare Iddio perchè non si fos- 
sero commesse al fisco le sostanze loro, e ramingando 
si' tradussero a Milano, dove mercè 1* inveterata amicK 
2Ìa che essi godevano con molte e potenti famiglie, e 
mercè ancora di alcune scerete confederazioni che col- 
legavangli ai Visconti, i quali siguoreggiavano allóra 
ili quella metropoli, furono con tutta sollecitudine © 
con tutta urbanità ospitali (.2). 

§ 8. Non tutte però le famiglie signorili bresciarfe,- 
ad onta' di alcuni mali esempi prodotti in que' tempi 
alle medesime da alcuni patrii personaggi, i quali per 
1' alta considerazione che godevano, erano sopra di ogni 
altro tenuti ad evitare gli scandali, non tutte perc> 
quelle famiglie osarono appigliarsi - all' uno od all'altro-' 



(1) Berardo Maggi, elatus mox animimi ad dominium rivi- 
faiis obtinendum, erex'il. Sed quia Thebaldum de Brusatis 
potentiorem esse metuebat, convocatis senioribus cognalionis 
suae^ Tìiebaldurri omnesque sibi amìcitia junctos estrudere 
ac delere consultai, dunque Jì do s sibi Ghibellino s fecisset 
Girardum de Gambara, Trionum de Palatio, et alios quos- 
dam magnates, rati consilii participes J'eciù Denique quos 
consanguinitate vel amicitia Thebaldo conjunctos noverai de 
civitate repuheruntj anno i3o3. Generosae donni s tunc de hac 
eivitate Brixiae repulsae fuerunt, demos Brusatorum, Gri- 
phorum, Confalonienoriim, Ugonum, Goliorum etc. etc...~. 
Malvetius Dist. Vili, cap. i25. 

(2) Yeggasi Gradenigo Brix. Sacr. f. 91. — Corio a car.- 
3<2C), 558, 54i 3 e 5^2 e sopra di ogni altro Malvezzi, Disk 
FIl^ cap. 125. 



i5'4 LIBRO VENTESIMOSETTMO 

— — — partito; ma condotte da una non mai bastantemente 
5°!™ commendata prudenza, si ritirarono nelle castella delle 
anno quali godevano, Dell' uno o nell' altro paese della pro- 
iooòj v j nc ; a (]| particolare giurisdizione. Una di Quelle era la 
famiglia de* signori Lantieri da Paratico, la quale era 
a que' giorni diretta dal settuagenario Lantiero Lan- 
tieri, personaggio che per le cospicue doti dell' animò 
e dello spirito godevaéi pubblicamente altissima cousi- 
derazione; che nel fiore degli anni suoi era stato dal 
consiglio generale di questa provincia delegato a rap- 
presentare la Repubblica bresciana dinnanzi ad un nu- 
meroso parlamento che si raccolse in Milano, I* anno 
1268, per una delle già molte ricordate rinnovazioni 
della Società lombarda; è che lunghi anni dopo aveva 
stretta amicizia col celeberrimo Firentiuò Dante Alighie* 
fi, il quale eccelso poeta, espulso dalla patria 1* anno 
i3o5, e confiscato gli averi dai guelfi suoi concitta- 
dini, ridotto a miseria fu costretto a ramingare fame- 
lico per molti luoghi di Lombardia, di Toscana, ed 
alla fine di Romagna, ed a giovarsi in così terribili 
circostanze dei soccorsi, dell' ospizio che molti amici, 
ed alti signori ancora non mancarono di prestargli (1), 
Ed uno de' primi che ebbe ad ospitarlo in quell'occasione 
fu il nominato Lantieri, che lo accolse lietissimo e gra- 
ziosamente lo ospitò lungo tempo nel suo castello di Pa- 
ratico (2), dove quell' altissimo genio stette trapassando 
per alcuni mesi lunghissime ore, confortando da se rae- 



(1) Leonardo Aretino, Vita di Dante Ediz. Remondiniana 
del 1826, f. 25. 

(2) Lantiero Lantieri che intervenne ambasciatore di Brescia 
con altri in Milano a 9 primi d' Ottobre dell' anno 126S, per raf- 
fermare la Società Lombarda alloggiò un tempo quel far- 



i3o6. 



LIBRO YEINTESMOSETTIMO i55 

desimo le sue sciagure per mezzo di poetiche composi- 5MHS 5 
zioni, e precipuamente continuando la divina sua cantica, 5°Pp 
alla quale secondo è comune opinione, aveva già egli anno 
prima dell'esilio dato cominciamento (i). 

§ 9. Erauo ornai decorsi 3 anni dacché i siguorì 
Bruciati, Ugoni, Griffi, Gonfalonieri, Gozii da Capriolo 
ed altri bresciani attinenti a parte guelfa, insieme con 
le intere famiglie de' medesimi, dietro i secreti maneg- 
gi del Vescovo e Principe Berardo Maggi, il quale 
parteggiava pei ghibellini, erano stati espulsi da que- 
sta provincia'; ed eglino, sospinti dal desiderio della 
patria, e forse ancora più assai da queli' ira faziouaria 
che arde naturalmente nell' animo a chi da' suoi op- 
pugnatori è costretto a trarre raminga ed irrequieta 
la vita^ doviziosi e potenti come erano, raccolsero dalle 
prossime provincie alcune schiere di genti armate; e 
siccome quegli esuli bresciani erano per la più parte 
congiunti in parentela, od almeno in amicizia con al- 
tri doviziosi e potenti delle città vicine, ebbero da 
quelli ancora validi soccorsi: cosa che non sarà stata 
loro di grande difficoltà, perchè, trattene "Verona e 



moso poeta Dante Aligherio fiorentino net castellò o villa di 
Paratico, mentre egli fu della patria sua esule, dove stette lungo 
tempo poetando come da versi antichi, et nomini di questa fa- 
miglia Lanieri ho sentuto. Volum. IX, Mss. della Lib. de' C. 
flfrazzucchelli di Brescia intitolato: Privilegi, ecc. a car. 240, cap. 
5 della Storia della famiglia Paratico. — E veggasi ancora l'e- 
stratto del medesimo fatto da Zamboni, Estratto d' Archivj, 
Voi. I, f, 5i. 

(1) È parere di molti storici che il carme 

Che allegrò P ira al Ghibellin fuggiasco 
fosse stato incominciato prima deW esilio da Dante. Foscolo 
Sepolcri, f. 92, ediz. Bettoni, 18 13. 



rfifr EIBKG VÈNrESIMOSÉTtlMOT 

Mantova/ le provincie prossime alla bresciana apparfe- 
? (j, i,7 uè vano allora a guelfieo partito. Confortati quegli esulr 
anno bresciani dalla speranza affidata al valore delle propria 
iSoGy f óne e( j a q Ue }'i J e lle sussidiarie, e più assai dalla? 
lusinga di un qualche tumulto, che dietro loro eccita- 
mento avrebbero Suscitato in Brescia i guelfi* che an- 
cora restavamo in questa città varcato T Olio, entraro- 
no inaspettati ia Bresciana, e trapassati senza contrasto 
molti luoghi e terre, giunsero a' Ghedi, paese che al- 
lora accoglieva circa nove mila abitanti, edera munito 
di un valido castello; quegli s' impossessarono tantosto 
e di Ghedi e del suo forte, ed ivi continuando inde- 
fessamente a procurarsi fortificazioni e trineiere, si trat- 
tennero sei giorni (r). 

I signori Tebaldo Bruciati e Rizzardo Ugoni che era- 
no \ supremi condottieri degli armigeri acquartierati in, 
Ghedi, stavano sospirando che i partitanti loro, i quali 
vivevano ancora liberamente in Brescia, dietro i recati 
eccitamenti, promovessero da un- istante all' altro iu 
Brescia un qualche tumulto, onde giovarsi di que' tram- 
busti e sorprendere la città; ma veggendosi- delusi di 1 
quanto speravano, ed accortisi ancora che il Vescovo 
e principe e le altre magistrature defla città andava- 
no raccogliendo quanti armati erano sparsi pei diversi: 
quartieri della vasta provincia e per le molte castella 1 
della medesima, e preparavausi a spingersi contro di 
essi con alto impeto e con forze soperchiane, innanzi 



(i) Thehaldus de Brusalis, Rhzardus de Ugonibiis^ GripW 
quoque ac Confalonerii habentes secum allarum cwitatmrt 
Lombardiac quosdam armigeros Guelph'os Gaydam ingressi' 
Aint, ibique sex diebus commorantcs eie. Malvet. Dist. y-Ui^ 
Cap. 126. 



LIBRO 7ENTESIM0SETTIM0 a$i ^^ 

«fae avessero a scendere ad attaccarli, ed a chiudere - — 
Joro facilmente ancora ogni adito a fuga, prudentemente ^ op ^ 
da diedi si ritirarono; e rifugiatisi in Cremona, furo- «inno 
no da quella città guelfa di sentimenti e per conse* *• 
guenza loro amica con generosa e lieta ospitalità ricer 
yuti (i). 

5 io. «Il Vescovo e Principe Maggi non *ra, come 
Io sono per la più parte le genti faziose, un ghibellino 
furente, ed avido di vendette, di spoglie e di sangue, 
ina un personaggio accortissimo, prudentissimo e libe* 
rale; e per quelle sue virtù non aveya commessi al 
fisco gli averi dei ghibellini scacciali dalla patria, uè 
aveva esposto pur cenno di conoscere le inclinazioni cu 
altri più moderati partigiani dei medesimi, i quali 
vivevano ancora pacificamente in Brescia. Ma appena 
ebbe egli avviso che gli espulsi raccoglievano genti 
armate, che procuravansi sussidii stranieri, e prepara? 
vausi ad una irruzione nella provincia, si avvicinò sol- 
lecitamente con urbane mauiere i ghibellini della città, 
se li congiunse in amicizia, e per assiemarseli cou 
maggiore fermezza, li aggregò al pubblico consiglio, e 
molti di quelli ancora promosse ad altre magistratu- 
re (2); e così per quel tratto di raffinatissima politica 
pacatamente li stolse dal corrispondere agli eccitamenti 
degli amici loro espulsi, dal destare alcuna combustio- 
ni;, quando quelli lo speravano nella città, e senza al? 



(1) Malvet. Dist. Vili, cap. 124: Nihil se prqficere conspì-, 
cientes, in éivitatem Cremonensem prqfecti sunt, in qua gra- 
tanter et satis digne suscepti juerunt. 

(2) Idem ibidem: Berardns Epìsc. ejecLis ab urbe quos div 
fjmus, ad partem Qìàbeliinorum se confiditi Guelphos quoque 
Consilii, seu conscios eorum cqpsorlia coaptavil* 



Dopo 
G. G. 



,58 LIBRO YESTESIMOSETTIMO 

cimo spargimento di sangue, deluse le intenzioni dei 
suoi nemici, 
anno Irritati i cittadini perchè gli abitanti di Ghedi avesr 

*°° 7 * sero, senza significare alcun segno di opposizione, ricet- 
tati nel paese loro e nel castello gli esiliati ghibellini 
irruenti allora armati in patria, e giovatili abbondan- 
temente ancora di quanto abbisognavano, non vollero 
lasciare invendicato un così ospitale accoglimento pre- 
stato agli inimici, accoglimento, che secondo essi cre- 
devano, puzzava non poco di patrio tradimento, quan- 
tunque dovrebbesi forse altrimenti considerare un tratto 
di afforzata prudenza di que' di Ghedi. Convocato 
quindi il consiglio generale al quale presiedette il ve- 
scovo e principe, dietro deliberazione del medesimo, 
furono que* di Ghedi condannati a versare nel pubbli- 
co errario dieci mille lire bresciane, cioè di quelle, che 
Secondo l'uso monetario, costumavansi allora in questa 
provincia (i). L'esborso pecuniario al quale vennero 
condannati allora gli abitanti di Ghedi deve essere con- 
siderato una condanna gravissima per due ragioni: 
primo, perchè non essendo allora scoperta ancora l'A- 
merica e le copiosissime miniere di quelle immense rer 
gioni, i metalli preziosi on$e si formano le monete 
erano assai più rari} secondo, perchè la lira bresciana 
<T allora come ne ha dato di qualche maniera a cono- 
scere 1' Ab. Doneda (2) pareggiava a que' tempi il va- 
lore della quarta parte di un ducato d' oro veneto, 
cioè di un zecchino. I magistrati patrii però, per usare 



(1) Brixiensis Pretesili decem millia lib. mortetele Brìxie?isi$ 
ab habitatoribus Gay di exegit. Malvet. Dist. Vili, càp. tà6\ 

(9) Ab. Carlo Doneda, Zecca di Brescia,/ 52 e seg. pei fr^jj 
di Carlo dalla f r ólpe ì Bologna, 1786. 



LIBRO VENTESIMOSETTIMO i5 9 

un tratto di clemenza, non afforzarono que' di Ghedi ^^5^5 
a versare nell' errario pubblico tutta quella somma ad S°P9 
un tratto, ma siccome consta dalle provigioni pubbli- anno 
che, la distinsero in tre uguali rate, una tantosto, e le } 0o *r 
altre una per anno nei due prossimi avvenire. 

5 li. In que' frattempi il marchese Azzo d' Este, la 
Repubblica di Bologna, e quella di Firenze, che tutti 
insieme parteggiavano ardentemente pei guelfi, guer- 
reggiavauo unitamente il ghibellino Bottesella dei Bo- 
nacossi signore di Mantova, e V altro di uguale par- 
tito, Alboino dalla Scala signor di Verona. Il manto-» 
vano ed il veronese conoscendo in que' frangenti di 
non avere forze bastanti ad uscire a cimento contro 
ai nemici, pregarono soccorso dai parmigiani, dai pia- 
centini, e fra molt' altri ancora dai magistrali di Bre- 
scia, i quali tutti non mancarono di avviare loro tan- 
tosto validissimi soccorsi, che unitisi agli alleati loro 
combatterono fra pochi mesi contro ai guelfi comuni 
loro nemici nel distretto di Ferrara, ed ebbero vittoria 
nelle pugne di Massa, di Figheruolp, di Melara, ed 
alla Stellata (i). 

Dopo quel!' armigero cimento Brescia, Verona, Man- 
tova, Parma e Piacenza, tutte città ghibelline si col- 
legarono in altra confederazione, e non sospinte da 
altro motivo, trance l'ardore della fazione per la quale 
parteggiavano, ruppero guerra alla prossima città guel- 
fa di Cremona; e quandunque la fosse quella valida- 
mente armata, e con maggiore potenza sussidiata da 
Passerino dalla Torre, al quale era allora sortito di 



(i) Chronicon Estens. apud Marat. T. Xf , Rer. Italie. — • 
Chroìiic. Parmense, ibid. Tom. IX. 



Yfio MERO VENTESIMOSETTIMO 

■■ espellere da Milano i Visconti, e di farsene eleggere 

£ ,0 5? signore, riuscì non pertauto ai bresciani ed a quelli 

%hno" delle altre città collegate di invadere ai cremonesi £ 

di incendiare lungo le correnti del Po il ponte di Do- 

solo, MontresoFO, Viadana, Portirolo, Casalmaggiore, Ri- 

varuolo, Luzzara, Pompouesco ed altri luoghi (i). 

Quelle due operazioni esercitate dalle milizie bresciane, 
ambe le quali vennero eseguite in sussidio di genti 
g-hibelliue, ed oltre i confini della provincia, furono le 
ultime armigere geste, o quelle almeuo delle quali ne 
venga tramandata memoria, operate dai nostri concit- 
tadini, mentre questa provincia era governata dal ve- 
scovo e principe Berardo Maggi; quando il dì sesto 
dell' ottobre i3o8, colio quel cospicuo personaggio da 
gravissima malattia, dopo di avere pel decorso di tren- 
tatre anni diretta Y autorità vescovile della provincia, 
e per un decennio ancora la principesca della medesi- 
ma, salutata l'ultima volta la luce, spirò l'alito estre- 
mo, e dietro convenienti funerali venne sepolto dentro 
magnifica urna nella Basilica della Rotonda (2). 

§ 12. Agli scranni dignitosissimi fatti vacui per la 
morte di quel vescovo e principe, i magistrati della 
città surrogarono due congiunti del medesimo. E fu 



(1) Chronic. Parmens. T. IX, Rer. Italie. — Corio, Isto- 
rie di Milano. 

(2) Fu quel Vescovo e prìncipe patrio sepolturae traditus in 
Ecclesia ... liotundae . . . posita hac brevi inscriplionc: — • 

I). Berardi Madii Episcopi ac Principis Urbis 
Biixien. Sepulcrum MCCCV11L 
corpus frecenfos fere post \annos . . . Dominic. Bollanus ..... 
inspectum, integrunil'repertum, iranslatum est prope januam 
liotundae, qua iiur ad novam Calliedralpm. Gradonic. B. Sac. 
f. 292. 



LIBRO VENTESIMOSETT1MO 161 

chiamato ad occupare Ja cattedra episcopale il giovine ^m^^^ 
canonico della Cattedrale Federico Maggi, figlio non di £?°P° 
Maffeo, siccome erroneamente dettò Gradenigo, ma di anno 
Bartolino altro fratello del morto Berardo (i); eia di- 1 ^°9* 
guità principesca venne per voto pubblico raccoman- 
data a Maffeo Maggi, altro fratello del principe se- 
polto (2). 

Andavano sciogliendo que' due, zio e nipote Maggi 
i gravi impegni delle due gravissime autorità ai me- 
desimi affidate, e ne sdebitavano le attribuzioni con 
tutta sollecitudine, giustizia ed acuratezza; quando il 
principe Arrigo da Lucenburgo, che già da un bien- 
nio era stato eletto Imperatore, mentre percorreva il 
Decembre i3io calò armato in Italia, condotto singo- 
larmente dal vero amore della umanità, e dal deside- i5 I0 . 
rio di ricondurre ogni parte di faziosi italici ad una 
concordia universale: si adoperò egli per questo mol- 
tissimo nelle città vicine, e più di ogni altra in Milano: 
quando trattosi a Brescia, mentre percorreva il Genna- 
jo i3ii (3), rizzata quivi l'autorevole sua fronte, pro- 
nunziando un detto che fumacchiava un tantino di 



(1) Di Matteo lo [disse Gradonicus et e. Gradonicus Brix. 
Sac.f. 295. — Ed Albertino Mussato invece, Lib. FU, De 
Gestis lmperat. post Henricum FU, ed un atto notarile che 
io conservo, lo dicono figlio Bartholini de Madiis, fratris 
Berardi. 

(1) Tane ah hac vita Berardits subtractus est, sedis suae 
anno XXXIII, cujus loco Federlcus de Madiis in JEpisco- 

patu substitutus est; et Mapheus de Madiis mox ci- 

vitatis Princeps efjicìtur. Malvet. Dist Vili, cap. ultimo. 

(5) Tunc \enim f adente ipso Imp. pax generalis Brixiae 

conclusa est inter etc mense Sanitario i3n. Malvet. 

Dist. IX, cap. 1. 

VOL. V II 



i6s LIBRO VENTESIMOSETTIMO 

■ troppo, indisse pace, ed imperiosamente voleva pace. 
Dopo ^veva egli ricondotti con se 1' esiliato Brusati, l' Ugooi, 
L lnno il Confalonieri, il Caprioli, e tutti i consorti de' mede- 
i3n. s i m i ? a j q ua le sopradetto Brusati aveva quell'Impera- 
tore pochi giorni innanzi levato di ' propria mano un 
figlio al fonte del sacro battesimo in Milano nella Ba- 
silica di S. Ambrogio. Quindi quel provvido Augusto 
volle essere presente a quel nuovo trattato di pace fra 
i guelfi e ghibellini bresciani, volle egli stesso vederli 
raccougiungersi le destre, ricambiarsi i baci, e giurarsi 
scambievole amicizia e fedeltà; deposto poscia dallo 
scranno principesco di Brescia Maffeo Maggi, ne rac- 
comandò iuvece la direzione ad un suo fidato ministro, 
che era il conte Alberto da Castelbarco, cui destinò 
Vicario, ovvero rappresentante in Brescia le sue pro- 
prie veci (i); ed indi partì. 

I i3. il desiderio significato dall'Imperatore Arrigo 
VI, di rimettere i faziosi contrastanti in Italia ad uni- 
versale concordia, e le molte e faticose geste che aveva 
eo-U per questo esercitate, assicurano bastantemente che 
le idee di quell'Augusto erano assai commendevoli, e 
tali ancora le opere dietro così belle intenzioni dal 
medesimo eseguite: ma lo spirito di partito ha più 
dell' acherontèo che non del terrestre, ed i giuramenti 
de' faziosi non sono per ordinario che premeditati sper- 
giuri. Oltre di ciò è necessario osservarsi ancora che 
U libertà del patrio governo, la quale, dietro le au- 
tentiche concessioni imperiali, godevasi allora nella più 
parte delle provincie venete, lombarde, toscane ed al 



(.) Imperator, allato urbis Brixiae principato, a Mqffèi 
de Macliis, Ficarium muffi Albertwn de Castrobarco in ea 
c'witate consliluit. Malvet. Dist. IX, cap. I. 



LIBRO VENTES1MOSETTO10 i63 

tre d'Italia, era un diritto interessantissimo Y aaimo ^* M " 
delle genti, e tale che era impresa pericolosa anco ad J?°Pp 
un potente il tentar di combatterlo: ed Arrigo VI, fi- anno 
dato alla forza delle sue soldatesche, ora nel!' una ora * 1I * 
nell' altra città dimetteva incautamente dagli scranni 
del governo quelli che dai patrii consìgli, o dalle au- 
torità municipali, erano stati dietro 1' un titolo o 1' al- 
tro destinati ad occuparli, ed a quelli surrogava alcuni 
de' suoi cortigiani, che avessero nelle città medesime a 
rappresentare le sue veci (i). Le città italiane veden- 
dosi 1' una dietro 1' altra spogliare di quella autorità 
che era stata loro concessa, ed autenticata, e poscia 
raffermata per mezzo d' imperiali diplomi, ed assogget- 
tata a vicarii dell' Augusto Arrigo : le une dietro alle 
altre cominciarono a querelarsene, ad insorgere a tu- 
multo, ed infierire; e le prime a procedere a tali ec- 
cessi furono quelle della Toscana, indi Bologna e molte 
altre a quella vicine (2); e siccome ne viene assicurato 
da Giovanni Villani, furono i firentini ed i bolognesi 
che incitarono a tali combustioni i lodigiani, i cremo- 
nesi, e poscia i bresciani. 

g i4- Tebaldo Brusati, signore per molte virtù pre- 
giatissimo, ma, poiché nudriva un' anima tratta natu- 
ralmente al guelfismo quanto è tratta la magnete al 
polo: scordate ad vjn tratto e le gentilezze, e le gra- 
zie, e le alte onoranze ricevute dal suo compare Y Au- 
gusto Arrigo, scordati i giuramenti di pace e fedeltà, 
e gli amplessi, ed i baci ricambiati con i supposti 



(1) Muratori Annoi. T. FUI,/. 44 della cit. ediz. 
(1) Annales Mediolanenses, apud Murai. T. XPI^ Rer. 
Italie. 



164 LIBRO VENTESIMOSETTIMO 

— ghibellini bresciani, fu il primo di questa città (i) che 

Dopo osò eriggere la testa contro al suo monarca, che osò 

anno' perfidiare contro molti suoi compatriotti, eh' egli sup- 

1 ^ 11, poneva di partito ghibellino, e singolarmente contro 

il deposto principe di Brescia Matteo Maggi ; e che 

scacciato da questa città il vicario imperiale conte 

Alberto da Castelbarco, si fece egli proclamare principe 

della medesima (2). 

Fremette 1' augusto Arrigo ad un tanto tradimento; 
temperati pur tuttavia per la naturale sua clemenza 
gli sdegni, tentò rimettere il ribelle Brusati ed i bre- 
sciani dal medesimo sedotti ad una convenevole som- 
missione, ed avviò loro per questo, suo commissario, 
il suo fratello Valeriano (3). Ma riuscita inutile qua- 
lunque opera ed industria di quel principe interposto, 
e costretto quegli a tornarsi al fratello con le pive in 
sacco: 1' Imperatore dibattè per lo sdegno le mascelle, 
rizzò tremando e giurando vendette un dito, e smosso 
1' esercito da Cremona lo spinse frettolosamente contro 
di Brescia, ed il giorno 19 Maggio che era il prece- 
dente la festività dell' Asceuzione 1 3 1 1, imprese di questa 
perturbatissima città l'assedio (4)- 

L' irritato sovrano assunse allora l' assedio di Brescia 
di una maniera tremenda, ed i bresciani si appronta- 

(1) Ferrelus Vicentinus, apud Murai. T. IX, Rer. Italie. 

(2) Albertinus Mussatus, Histor. Augii sto rum, apud Mu- 
rai. T. FUI, Rer. Italie. 

(5) Cronaca di Dino Compagni, presso Murai, T. IX, Rer. 
Italie. 

(/j) Quod cum ipso Imp.nuntiatumfuisset,in magnani exar- 
sit iram, et nihil moratus cum nimia mullitudine pergens con- 
tra eam Brixianam ciuitatem castramcnialus est mense Madia 
gjusdem anni die 19, quo Jscenseionis Dominicae vigilia age~ 
balur. Mulvct. Dist. IX, cap. 4. 



;3: 



IDI 



LIBRO VEKTESIMOSETTIMO i65 

rono di ogni più franca maniera a ributtarlo. Nume- 
rosissimo era Y esercito condotto da Arrigo a cingere JP°Pp 
questa città: né in quello militavano solamente genti anno 
tedesche, siccome erano le sue proprie, quelle del duca 
d' Austria il principe Yaleriano suo fratello, e quelle 
capitanate dai conti di Fiandra; ma assai numerose e 
ben agguerrite pur furono ancora le soldatesche italiane 
condotte allora a tentare 1' oppugnazione di Brescia da 
molti principi, signori, e prelati italici, fra le quali 
singolarmente si distinguevano le capitanate dal mar- 
chese di Monferrato,, da quello di Saluzzo, da quello 
del Carretto, da Agapito e Serafino delia illustre fa- 
miglia dalla Colonna di Roma, e dal patriarca di A- 
quileja (i). Ed i bresciani non* si erano solameute con 
ogni industria fortificati dentro le mura della città, ma 
fuori de' terragli ancora si erano fortemente barricati, 
e singolarmente su pei prossimi colli, e sul monte di 
S. Fiorano, e sopra i gioghi della Maddalena, e sopra 
quello più distante, dov' era allora il cospicuo mona- 
stero di S. Pietro in Monte, avevano eretti e gagliar- 
damente muniti fortilizii, e raccomandata la direzione 
delle schiere che avevano destinato a difenderli al pro- 
de ed esperto capitano Emerigo Lavellongo; e ciò ave- 
vano operato, perchè mentre avesse ad infierire l'asse- 
dio, potesse essere per que' valichi aperta a Brescia 
una via, per la quale dalla valle di Sabbio, e dalla ri- 



(i) Romani habentes Agapitum et Seraphinum de la Co~ 
lumna prò capitibus cum Romanis, Romandiolis et Tuscis .... 
Ibi Marchiones Montis ferrati, de Sahisthio, et de Carreto, 
et ahi quamplurimi Principes .... Erant insuper viri religio- 
si : Cardinales, Episcopi, et Archiepiscopi, et Patriarca Acqui- 
lejensis, et olii antistltes multi. Malvet. Dist. IX, cap. 5. 



lóti. 



,b r 6 LIBRO VENTKSMOSCTTIMO 

■ viera occidentale del Benaco, le si potessero condurre 

J?°P. ( ^ i necessari soccorsi (i). 

anno § io. L'augusto Arrigo non aveva allora addirizzate 

solamente a danni di Brescia le proprie soldatesche, e 
le sue confederate, ma orrendamente adirato eravisi 
tratto egli medesimo, ed avevasi fatti erigere i padi- 
glioni e distendere le regali sue tende in una spaziosa 
praterìa distesa a meriggio del bastione angolare Mom- 
bello, la quale dicevasi allora il prato del Vescovo (2), 
e poscia per le vicissitudini de' tempi è stata nominata 
il Campo di Marte. Ivi si fece egli circondare dalle 
schiere de' suoi più. fidati e prodi, e di là stava egli 
incitando i suoi armigeri a spingersi contro di Brescia. 
Fermi come scogli i bresciaui ributtavano di quelli gli 
assalti come non fossero che onde biancheggianti di 
spuma : 

» Ceù scopulus repetitus undam » (3) 

ed ora mentre brillava il giorno, ora mentre era il 
tutto coperto dalle tenebre notturne, o dall' una delle 
porte, o dall' altra uscivano furenti, ed assaltavano 
all' improvviso gli assediarci, li battagliavano di ogni 
più. tremenda maniera, ed in quelle sortite avvenne 



(1) Aymericum de Lavellongo praesidem statue fttes. Haec 
miteni loca cum grandi et solerti custodia c'wes ipsi custodiri 
statuerunt, ut per montana ad Hipcriam et vallem Sabini illinc- 
que ad urbem itetulum haberetur, linde in cwitatem oppor- 
tuna trascenderent. Malvet. Dist. IX, cap. 7. 

(2) Prope cwitatem in campo qui dicitur ad pratum episcopi 
( Arrigo ) tentoria sua posuit, ac imperii vexilla erexit. Malvet. 
Dist. IX, cap. 4. 

(3) Borgno, Ode in Fortunam^ in fine. 



anno 
i3n. 



LIBRO VENTESIMOSETTIMO 167 ^^ 

loro ancora di potere seco loro condurre molti prigio- ~^— 
nieri nemici. G. G 

Ma in una di quelle militari sortite succeduta a 
primi giorni del Giugno i3n, il frenetico guelfo, e 
nuovo principe di Brescia Tebaldo Brusati cadde pri- 
gioniero degli inimici. Venne egli presentato al mo- 
narca, il quale nel suo padiglione lo accolse con ospi- 
talità generosa, e lunge dal pure rimproverargli il da- 
togli tradimento, tentò, dietro larghe promesse, di 
persuaderlo ad indurre con sua lettera Ì bresciani ad 
aprirgli le porte, a cedergli la città, e ad assicurarli 
contemporàneamente dell' alta clemenza che avrebbe 
usato alla medesima. Rifìutossi il Brusati di corrispon- 
dere a quell' eccitamento, e lo fece di così ardita e 
furente maniera, che attizzatosi Arrigo lo fece mettere 
a quarti, strascinare per le vie a tratta di cavallo, e 
sospenderne poscia i miserandi avanzi a quattro an- 
tenne rizzate fuori degli spalti ad inutile spauracchio 
degli assediati cittadini (i). 

g 16. Uno scrittore patrio appoggiato a solidi do- 
cumenti (2) ne racconta, che la polvere fulmìnea la 
quale allora conosciuta da già alcuni secoli, non si era 
per lo innanzi praticata però mai che a spiugere razzi 
volanti, ed a solazzare le genti con fuochi artificiali, 
sia stata in quell'occasione applicata la prima volta 



(1) Instabat Imperator Thebaìdo magna pmmitens, quale- 
nus conewes suos sibi, ut civitatem traderent, hortaretur. At 

ille vir magnanimus etc Arrigo elevata voce statini illuni 

comprehendi jussit. etc. Malvet. Dist. IX, cap. n. 

(2) Il Professor pubblico Andrea Zambelli, Op. detta Velie 
differenze politiche ecc. nel Voi. 2. starop. in Milano pei Bra- 
vetta, 1859. 



168 LIBRO VENTRSIMOSETTIMO 

•^~- -dai bresciani ad uso guerresco: ed infatti gli strumenti 
G.^C. di ammirabile costruzione per mezzo de' quali essi ab- 
ajno battevano le macchine degli inimici erette nelle vici- 
nanze della città, struggevano ad uno scoppio file in- 
tere di quelli, e spingendo corpi di offesa luuge più 
assai che uon i mangani e le balestre, facevano rab- 
brividire dalla paura, e trepidare la morte ancora allo 
stesso Arrigo dentro i guastissimi e prudentemente 
preparati suoi padiglioni (i). A questo si aggiunga che 
le armi da fuoco vennero usate venti anni in poi dai 
fuorusciti di Forlì, siccome ne viene assicurato da uno 
scrittore contemporaneo: ad onta di ciò le prime armi 
da fuoco adatte a battagliare, innanzi che si avessero 
a praticare e gli schioppi e le spingarde, non dicevansi 
già bombarde siccome di presente si nominano, ma 
lombarde (tormenta longobardorum ) (2); e ciò solo 
perchè usate primitivamente dagli abitanti Lombardia. 
La morte tremenda alla quale il re assediante Ar- 
rigo aveva dannato il principe di Brescia Tebaldo Bru- 
siti caduto suo prigioniero di guerra, ed il crudelis- 
simo spettacolo onde ne fece egli esporre appese ad 
alte antenne le lacerate membra, diede a taut'ira i 



(1) Cives adversus hostes bellicosa aedìficia miranda con- 
structione levaverunt, quibus Imperatoris machinas prostcrne- 
bantur, nec tanlummodo totins cxcrcitus castra insupp or t abili 
(piasi devastatane delebanl, scd et Imp. tentoria prosternentes, 
eundem vehementer vexabant. Maker, Dist. IX, cap. 8. 

(2) Zambelli, Op. cit. — Difendente Sacchi nell'Appendice 
alla Gazzetta di Milano 24 yjgosto 1839; e perciò ritratto vo- 
lentieri quanto altra volta ho scritto nella Nota V. al Canto I. 
del mio Poema La Caccia, dove seguitando la comune opinione, 
tenni siccome primo inventore delle armi da fuoco il irate Ber- 
toldo Schvartz. 



LIBRO VElSTESiMOSETTÌMO 169 ___ 

bresciani, e li arse di un tanto furore di vendetta, che — — 
tratti eglino tantosto dalle carceri qnanti nemici avevano G ^ 
cattivati nelle pngne d'improvvisa sortita, che aveva- anno 
no gagliardamente eseguite, sì che in una sola di quelle 
ne avevano soperchiato quarantatre, fra i quali infelici 
erano ancora due ufficiali legati in prossima parentela 
col sovrano medesimo; e mozzo a tutti quelli e naso, 
ed orecchii, e mani, e piedi e ad alcuni ancora la testa, 
li strascinarono crudelmente per terra lungo le contrade 
della città, indi li sospesero tutti a lunghi pali appo- 
sitamente infitti lungo i terragli, e pendenti ad arte 
fuor delle mura, onde fossero veduti e compianti dal- 
l' esercito ostile, e singolarmente dal monarca supremo 
comandante del medesimo (1). 

g 17. Fu in quell'occasione che si incese Arrigo 
d' un ira paragonala a quella ond' arse Achille per 
la caduta del suo fìdatissimo Patroclo, e giurò furente 
sugli evangeli di voler entrare in Brescia trascorrendo 
col carro le fosse appianate dalle rovine delle mura 
di questa città e di far troncare e naso ed orecchi a 
qualunque cittadino gli fosse dato di incontrare (2). 
Ma indomiti i bresciani, ed attizzati oltremodo per le 
funeste minacce giurate dal potentissimo loro nemico, 
continuarono ad incendere i nuovi loro trovati di ar- 
tiglieria; allo scoppio de' quali lo facevano balzare es- 



(1) At haec dum brixiani c'wes de Tkebaldo percipìssent, 

max vehementis irae rabie ad vindictam accensi, captwos 

auos de genlibus imperatori* habebant, pedibus mambusque 
linctis, ad terram dejectos per terram trahebant, quos ad 
muros ewilatis, laqueis ante collant positis ante oculos Impe- 
ratoris ad vindictam suspenderunt. Malvet. Disi. IX, cap. 11. 

(a) Elia Caprioli, lib. 7. 



^^^ 170 LIBRO VENTESIMOSETTIMO 

terrefatto ne' brevi souoi che gli era dato di prendere 
G° P G. dentro ai P iù ri ^ uar dati suoi padiglioni; ma emunto 
anno aveva allora quel sovrano talmente Y errario, che non 
sapeva trovar mezzo di provvedere le vettovaglie ne- 
cessarie a' suoi armigeri; e quel che è peggio, infieriva 
allora crudelmente nel suo esercito la peste, e non ne 
mieteva solo ogni giorno una quantità di soldatesche, 
ma ne rabbrividiva il restaute (1). 

L'inferocito Arrigo ad onta di tali disastri volle 
tentare un nuovo assalto a questa miseranda città, e 
conoscendo egli l'intrepidezza ed il valore del duca 
d' Austria suo fratello Valeriaoo, a quello ne commise 
la direzione suprema; il quale ne assunse gli impegni 
con tanta imprudente ardenza, che onde incitare i suoi 
commilitoni col proprio esempio a penetrare nella città, 
fattasi approntare una scala, cinto di maglie, calata la 
visiera e sguainato il ferro, fu uno dfc primi a trapas- 
sare le fosse ed a salir sulle mura; ma appena ebbe 
egli posti i pie sul terraglio, che un iutrepido brescia- 
no gli trapassò colla lancia i visceri, e lo distese es- 
tinto. La morte di quel capitano diede a ritirata le 
falangi dal medesimo comandate, ed afflisse estrema- 
mente 1' animo, e deluse le speranze dell' adirato re. 
Il cronista Malvezzi ne raccouta crudeltà ineffabili usate 
dai bresciani contro Y estinto corpo di quel troppo 
azzardoso principe (2), io però credo essere miglior 
prudenza appigliarsi a quanto Elia Caprioli, appoggiato 
agli scritti dello storico contemporaneo Ferreto da Vi- 
cenza, ne rapporta, cioè che i bresciani onorarono le 



(1) Joannes de Granellate, apud Murai. T. IX, Rer. Itali 
(u) Mai ve/zi DisL IX, rap. i 7 >. 



LIBRO YEBTESIMOSETTIMO >7' ^^ 

salme dell'estinto duca con eseqnie convenevoli e che 
lo abbiano sepolto in decoroso avello nella chiesa allora & c 
' i / \ anno 

nuova di S. Barnaba ^i). ,g H , 

a 18. Quando giunsero avventuratamente al campo 
di Arrigo, ed al medesimo si presentarono tre cardi- 
nali delegati dal Sommo Pontefice Clemente V, che 
erano il vescovo d' Ostia, quello di Albano ed ,1 pre- 
lato genovese Luca Fieschi; e quelli si adoperarono 
caldamente perchè avesse Arrigo a concedere pace a, 
bresciani, onde tradursi sollecitamente di..»» al S. 
Pad.e per essere da quello coronato Imperatore. Quella 
delegazione avviata dal Pontefice fu un tratto provvi- 
dissimo usato ed all' assediarne Arrigo ed agi. assed>aU 
bresciani: al primo, perchè nel colmo delle sue per- 
turbazioni gli aperse un mezzo onorato di recedere 
dall' ire funeste, e se non di rivocare del tutto di 
temperare almeno gagliardamente i giuramenti terribili, 
che stesa la destra sul libro degli evangeli aveva con- 
tro Brescia ed a' suoi abitanti declamati; e provvidi*- 
Simo ancora ai secondi, perchè apriva loro -1 campo 
di liberarsi da nn funestissimo assedio, mentre pio 
assai delle armi e delle persecuzioni degli inimici per- 
cuoteva loro all'animo il terrore della peste che già 
cominciava a mietere od all' un cittadino, od ali altro 

la vita. 

Dopo di avere quegli eminentissim. porporati pero- 
rato caldamente innanzi ad Arrigo, e calmati possibil- 
mente i suoi furori, riuscì al cardinale Luca F.esch. 
ed al Patriarca d' Aquileja , che già da più mesi era 
fra i commilitoni di quel sovrano, di penetrare amica- 



(,) Caprioli, Lìb. VU,f. io3. edh. cit. 



._ *7 a LIBRO YEiNTESIMOSETTIMO 

^^ mente in Brescia, di presentarsene ai magistrati, e d 

G.°C. P e ^uaderli di concedere dietro convenevoli condizioni 

anno Y ingresso al monarca assediale in questa città. Le 

proposizioni fatte da quei due prelati ai bresciani, furo- 

no in sulle prime ribattute sdegnosamente: ma frattanto 

Ja pestilenza incalzava, e né crescevano nell' animo de- 

gli abitanti i terrori. Que' due sacri ministri, colta 

allora provvidamente 1' occasione, proposero nuovamente 

ai cittadini pace, e, dietro alle seguenti condizioni, 

pace ottennero: 

i.° Che il sovrano assediarne avrebbe giurato per 
se e pe'suoi commilitoni, che entrando in Brescia non 
avrebbe per alcuna maniera recato alcun danno a que- 
sta città, e molto più che avrebbe rispettato le vite, 
i diruti, e gli onori degli abitanti la medesima. 

2. Che il giorno 19 Settembre avrebbono i bre- 
sciani aperto una porla e permesso l'ingresso a quelle 
sue schiere che erano capitanate dal principe Amedeo 
di Savoja e dal conte Guido di Fiandra. 

^ 3.° Che siccome il re Arrigo aveva pubblicamente 
giurato di non entrare in Brescia che trapassando le 
fosse appianate dalle rovine della medesima, avrebbono 
i cittadini fatto sollecitamente abbattere un tratto di 
mura presso all' angolo Cantone Bagnolo, spianata- 
ne coi rottami la contigua fossa, ed aperto di tale 
maniera a quel sovrano l'ingresso in questa città 
senza che avess' egli a ledere il sacramentato giura- 
mento. 

4-° Finalmente, che siccome lo stesso re aveva giu- 
rato ancora di far troncare il naso a quanti cittadini 
gli fosse dato a vedere entrando in Brescia: che nell'atto 
del suo ingresso ogni bresciano sarebbesi tenuto ,-jJÌ- 
raliwimo, e che quel sovrano avrebbe rimesso il tem- 




LIBRO VEHTES1MOSETTIMO > 7 3 

****** di quel suo giuro al pio legato pontino 
Il cardiuale Luca Fieschi (1). # 

§ ,q. Firmati e giurati scambievolmente , qual. anno 
patti il giorno ,9 Settembre .3» 1 brescian, apr.ro- 
„o la porta S. Giovanni, e per qnella permeerò 1 ,„- 
presso in Brescia alle schiere ausiliarie d Arngo con- 
dotte dal principe savoiardo e dal fiammmgo, le quali 
dietro le commissioni avnte dai loro cap.tan, si dires- 
sero di urbana e placidissima maniera. Gom.ncio.si pò. 
e con tutta sollecitudine la demolizione di un tratto 
di mura presso Y angolo detto Cantone Bagnolo, e 
r appianamento della fossa a quello contìgua: e v. s. 
adoperò con tanto ardore, che cinque giorni sol. .n 
poi, che fu il Venerdì o4, dello stesso mese, Arrigo 
YI entrò trionfante per quel diroccamento in questa 
città, seguitato non solo dalle sue schiere, ma da quei 
ghibellini ancora che il già straziato ardenLss.mo guel- 
fo Tebaldo Brasati aveva ultimamente espulso da que- 

sta città (2). , .. f 

Fermo in sella, ciato di maglie, sgua.nato .1 terrò 
precedeva quel sovrano i suoi armigeri entrando » 
Lesta città, e trapassando dall' una contrada ali atra, 
dall' un. a»'altra piazza non vedeva che porte e bot- 
teghe chiuse, non altro che squallido, muto e soht.no 



M Quegli articoli li ho pazientemente raccolti l' un V*\*>* 

, à d va" capitoli della Distinzione IX, del Cronaco Malvezz . 

M Ze Jo (cioè Arrigo) eodem mense d,e Teneri* *, 

TeZris7ànd,d lim conceptam ini q ui,atem partunens nequa- 
alZ per urli* Janna* ingreXtur, sed muris «*">*»?' 
Zjiaru.n planiti** adequati*, introytum habere^ 
Tnlm, nuemnunc Can.urn Bagno!»* appetta*»*. Malvet. 
Disi. IX, cap. 18. 



*74 LIBRO VENTES1M0SETTIMO 

— — - orrore; voliosi egli allora al cardinale Luca Fiesch 
g/c. che e ™S ]l dl fianco,. lo domandò, contro chi avess* ecl 
«no in quell'occasione di adempire il giuramento pronun- 
ziato contro ai nasi dei cittadini di Brescia; pronto 
queir Apostolico Legato rispose: contro le immagini che 
vi è dato di vedere scolpite lungo le vie della città. 
Arrigo mandò a quella risposta un fremente sogghigno, 
conoscendo pero essere cosa prudentissima 1' appigliar- 
vi, prdinonne tantosto l'esecuzione (i), e di quel 
tratto di inutile fierezza ne abbiamo ancora fra le al- 
tre una chiarissima testimonianza nella effìgie marmo- 
rea eretta sull'angolo settentrionale della contrada 
Cozzere, alla quale in quell'occasione venne per ordine 
di Arrigo scalpellato il naso. 



I 



(0 Malvetiu?, ibidem. — Caprioli, Lib. VII. 
Fine del Volume V. 



La presenta edizione è posta «otto la tutela delle leggi 
vigenti esiendosi adempito a qnanto esse prescrivono. 






UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA 



3 0112 107932615